Euro bordello e sex work

Posted on 1 Maggio 2012

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Il tema è moralmente scivoloso e quando si arriva a discuterne resta una grande distanza tra parole e azione.

Uno dei pochi dati certi e verificabili è che la prostituzione esiste in tutta Europa e si può ben dire in tutto il mondo. Un altro dato certo e che non riguardi solo l’offerta di corpi femminili, ma di tutto il panorama dei generi e delle transizioni di genere.

Da qui in poi è terra di nessuno e non vengono in aiuto nemmeno le esperienze extra-europee, caratterizzate dagli stessi difetti e dalle stesse incoerenze e incongruenze. Basti pensare che negli Stati Uniti, dove generalmente la prostituzione è considerata comunque un reato punibile con una contravvenzione, c’è solo il Nevada che autorizza i  bordelli, mentre all’estremo opposto c’è la bizzarra Louisiana, dove le prostitute accusate di aver praticato sesso orale o anale sono registrate come sex offender, insieme a violentatori e pedofili.

L’approccio alla questione della prostituzione è prettamente morale e non sembra che i moralisti moderni siano riusciti ad implementare soluzioni al problema tanto diverse da quelle dei loro avi, se non fosse per l’approccio definito “abolizionista”, comunque incapace di reggere il peso di una realtà che fatica ad adattarsi ai buoni propositi.

L’Italia, come la Francia, giunse all’idea di abolire la prostituzione in quanto strumento di sfruttamento della donna prendendo le mosse da una terribile frase contenuta nella Convenzione delle Nazioni Unite per la repressione della tratta degli esseri umani e dello sfruttamento della prostituzione altrui. Questa Convezione afferma che “la prostituzione e il male che l’accompagna, vale a dire la tratta degli esseri umani ai fini della prostituzione, sono incompatibili con la dignità e il valore della persona.

La scelta dei due paesi è stata quindi quella di ignorarla e d’impegnarsi a reprimere le attività di sfruttamento. Sposare tale approccio ha comportato la chiusura dei bordelli, che nei due paesi avevano tradizioni millenarie, con la Roma dei papi saldamente in testa alla classifica continentale dei lupanari, non meno di quanto non lo fosse stata quella dei cesari. Anche dopo l’unità d’Italia il regno disciplinò il settore, tanto d’arrogarsi il diritto di stabilire i prezzi delle prestazioni e le categorie d’esercizio e si arrivò al punto per cui i politici si disputavano il favore degli elettori abbassando le tariffe dei bordelli.

L’etica cattolica in questo caso non ha mai trovato da eccepire, prelati e monsignori non mancavano di benedire con la loro presenza le case di piacere, sopravvissute a imperi, regni e dittature, ma destinate a perire per mano della repubblica abolizionista. Piansero in molti: “In Italia un colpo di piccone alle Case Chiuse fa crollare l’intero edificio, basato su tre fondamentali puntelli, la fede cattolica, la patria e la famiglia. Perché era nei cosiddetti postriboli che queste tre istituzioni trovavano la più sicura garanzia: (Indro Montanelli in Addio Wanda, 1956). Esistono poi i paesi proibizionisti come la Lituania e la Romania, dove la prostituzione è reato, anche se la prostituzione non manca e le carceri non sono piene di prostitute.

Poi esiste il fronte dei paesi che tentano di regolamentare il fenomeno, ognuno con la sua ricetta e ognuna con sfumature e motivazioni diverse. A parte resta la Svezia dove forse c’è la legislazione più repressiva, perché la prostituzione non è punita, ma i clienti commettono reato se vanno con una prostituta e rischiano da sei mesi a un anno di detenzione, così per l’adescamento, attivo o passivo. Un assetto un tempo patrimonio della sola Irlanda, che ora medita di recuperare la distanza da Stoccolma, che sembra aver influenzato anche la Parigi di Sarkozy. Evidente l’influsso dei conservatori, che spingendo sul pedale dell’emancipazione dallo sfruttamento e marcando l’accento sulla protezione delle povere sfruttate, hanno spinto la prostituzione nell’illegalità. Non è un caso nei due paesi transalpini la lotta alla prostituzione, segnatamente quella di strada, sia servita a dimostrare che i governi in questione hanno avuto polso con gli immigrati, grandi protagonisti dei piani bassi del mercato del sesso.

Poi ci sono paesi che hanno regolamentato la prostituzione come se fosse un qualsiasi lavoro, che costituiscono il gruppo più numeroso, ma anche qui con approcci molto vari. In Grecia le prostitute sono registrate e quasi pienamente legalizzate, in Spagna bar e alberghi possono ospitare la professione, in Belgio e Olanda possono essere autorizzate le vetrine, in Germania, Svizzera, Austria,  Olanda anche i veri e propri bordelli. In Gran Bretagna le autorità locali hanno ampi margini di manovra e localmente viene risolta anche l’invadenza della prostituzione stradale, con la delimitazione di zone apposite.

In virtù della convenzione ricordata sopra, gli stati firmatari infatti non sono  obbligati ad abolire la prostituzione, ma devono invece “abrogare qualsiasi legge o regolamento e abolire qualsiasi pratica amministrativa in base alla quale coloro che praticano la prostituzione debbano essere iscritti all’interno di registri speciali, possedere documenti speciali e uniformarsi a condizioni eccezionali di sorveglianza o di dichiarazione”. Uniformarli ad altre categorie professionali si può, schedarli no.

La moderna ossessione securitaria si è quindi volta nella direzione opposta, nell’identificazione e persino nella punizione del cliente. Non del cliente che si accompagna consapevole a una donna in condizione di schiavitù o a un minore, ma in teoria a qualsiasi cliente che sia parte di qualsiasi meretricio, anche il più felice per i due contraenti.

Alla base di tutti questi approcci più o meno sbilenchi e mal calcolati c’è la convinzione che la prostituzione sia “…incompatibile con la dignità e il valore della persona”, per dirla con le parole della Convenzione sopra ricordata e in effetti tutti i differenti approcci si fanno punto di difendere le donne e i bambini da questo genere di sfruttamento.

Ma le condizioni d’esercizio della prostituzione non dipendono dalle leggi sulla prostituzione, le africane che si prostituiscono per qualche euro non sono meno sfruttate dei loro fratelli che per qualche euro scavano a mani nude nelle miniere o combattono arruolati da qualche signore della guerra. Così come la prostituta con un buon reddito non è più sfruttata in Occidente di quanto non lo siano altre lavoratrici occidentali. Quanto alla dignità, sarebbe davvero da stupirsi se un sistema fondato sull’avere, guardasse con disprezzo a fortune accumulate letteralmente con il sudore e il lavoro.

Sembrano passati inutilmente i quarant’anni da The Happy Hooker, l’autobiografia di Xaviera Hollander uscita nel 1971 e da noi tradotta infelicemente con il titolo ” La Mondana Felice“. Il libro, oltre a fare la fortuna dell’autrice che ne venderà quattro milioni di copie e che ancora oggi è molto happy, rappresentò a suo modo uno spartiacque culturale al di là del quale l’autrice, tenutaria colta in fallo di una rinomata casa, traghettò l’immagine della professione nella modernità.

La diffusione epocale della pillola anticoncezionale aveva liberato anche milioni di prostitute e Hollander rivendica la libertà d’intraprendere la professione che le piace, finalmente liberata dalla spada di Damocle delle gravidanze indesiderate. Qualche anno più tardi nel 1978 Carol Leigh, un’attivista per i diritti delle prostitute, conierà il termine di sex worker, ad oggi forse la definizione più adeguata dalla quale dipartire qualsiasi analisi su questa realtà.

L’approccio abolizionista pare quindi minato da un grave difetto concettuale e da una non meno preoccupante inefficacia nel fornire protezione e tutela a quante e quanti decidano volontariamente d’esercitare la prostituzione, che sono poi la grande maggioranza. Resta evidente che a condizioni di maggiore trasparenza d’esercizio corrisponda la minore possibilità di degenerazioni su vasta scala, così com’è indubbio che ai sex worker vadano riconosciuti gli stessi diritti e doveri che spettano ai cittadini che esercitano altre professioni.

In sintonia con questo approccio c’è una sentenza della Corte di Giustizia del 2011 che dichiara: “l’attività della prostituzione esercitata a titolo individuale può essere considerata come un servizio erogato dietro remunerazione e pertanto si inserisce nell’ambito delle disposizioni del diritto comunitario relative alla libera prestazione di servizi”. La sentenza, pur non avendo il potere di superare quanto disposto dai “legislatori degli Stati membri in cui un’attività asseritamente immorale è lecitamente praticata” (sublime), offre tuttavia già una soluzione molto precisa agli stati membri che vogliano inquadrare legislativamente e fiscalmente la prostituzione.

Una sentenza che ha fatto ricordare a qualcuno come con l’avvento della legge Merlin, le licenze per le case chiuse furono sospese e che lo sono ancora nelle mani delle titolari o dei loro eredi. Un patrimonio che in teoria avrebbe così conservato quelle antiche rendite di posizione attraverso i decenni, alla faccia di qualsiasi liberismo. L’impressione è quella di una fuga in avanti molto prematura o di una bufala, perché come ricordato l’UE non ha questo potere sugli stati membri e nel nostro paese il dibattito non sembra esattamente avviato in quella direzione.

Semmai in quella opposta, tanto che l’ultimo governo esibì con discreto successo l’ormai mitica dichiarazione una protetta di Silvio Berlusconi eletta a ministro delle Pari Opportunità: “Come donna impegnata in politica e nelle istituzioni, la prostituzione mi fa rabbrividire. Mi fa orrore, non comprendo chi vende il proprio corpo”.  Per fortuna al suo pigmalione faceva meno impressione, altrimenti chissà cos’avrebbero combinato. In quell’occasione si presentava un DDL che faceva della prostituzione in strada un reato, “uno schiaffo durissimo al mercato” disse lei, ma il mercato era distratto e le prostitute per strada non calarono.

Piaga o professione che la si voglia considerare, la prostituzione non è contenibile nemmeno con la repressione pesante e quindi appaiono del tutto inutili tanto l’approccio proibizionista quanto quello abolizionista. La proibizione non funziona e l’abolizione non potrà certo materializzarsi solo perché qualcuno minaccia i clienti, perché il fenomeno si riduca significativamente deve cambiare significativamente la cultura collettiva e questo non succede per legge.

Il mercato della prostituzione oggi per di più trae vantaggio dalla grande diffusione della rete e gran parte delle transazioni originano in rete, attraverso portali o agenzie che nel nostro paese sono a rischio, in quanto per la legge “sfruttano” la prostituzione, come lo fa chiunque offra servizi correlati alla professione. In rete è possibile trovare l’elenco di tutti i bordelli europei e anche una vastissima selezione italiana di accompagnatrici ed accompagnatori per tutti i gusti e tutte le tasche, con tanto di siti che raccolgono il rating della comunità dei consumatori nei confronti di professionisti o case di piacere all’estero, benedette da un intenso flusso turistico originato nel nostro paese, dove tali amenità non sono presenti o praticabili.

Solo una marmorea ipocrisia può spingere a ignorare questa realtà e a mantenere sulla prostituzione lo stigma della condanna morale o una discriminazione permanente fondata solo sul rifiuto d’accettare la legittimità della pratica professionale, per motivi che nulla hanno a che vedere con la giustizia, la razionalità o il bene di chi si prostituisce, volontariamente o meno.

Non sarà privando i sex worker della loro legittimità e dignità che si proteggeranno sfruttati e sfruttate e neppure si monderanno i difetti o le colpe di società nelle quali la prostituzione è spesso preferibile ad altri lavori. Società rette da classi dirigenti che del controllo e del commercio dei corpi hanno fatto arte, ma che negano il diritto all’esercizio di questa libertà su base individuale, in nome di una moralità poco conosciuta quanto sfuggente.

Pubblicato in Giornalettismo