War on women

Posted on 28 aprile 2012

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Foreign Policy ha lanciato la settimana scorsa un dibattito intitolato alla War on Women che ha avuto grande risonanza

Ruolo, diritti e posizione sociale della donna sono andati degradando con l’entrata nel nuovo secolo o, più esattamente, sin dalla caduta dell’ex blocco sovietico.

Una dinamica simile a tante altre, svanita la pressione “virtuosa” che il modello concorrente poteva esercitare su alcuni dei più evidenti difetti del modello capitalista, è calato a picco l’interesse politico per un tema come l’uguaglianza, in tutte le sue declinazioni.

L’avanzata delle destre religiose anche in Occidente ha poi dato il colpo di grazia a un dibattito già asfittico, costringendo quasi ovunque chi si batte per i diritti delle donne a una lunga battaglia di trincea in difesa dei diritti conquistati e ora di nuovo minacciati.

Ha ragione Mona Eltahawy, giornalista e attivista delle primavere arabe dalla doppia cittadinanza egiziana e americana, non c’è alcuna differenza tra le destre religiose, tutte propongono un modello di relazioni tra i sessi nel quale gli uomini si sono arrogati il diritto di decidere per le donne. Dove sbaglia bersaglio è nell’individuare la causa della regressione civile alla quale stiamo assistendo nell’odio degli uomini per le donne.

Eltahawy parla degli uomini arabi e dei paesi arabi, ma proprio la consapevolezza di una universalità della minaccia, trasversale alle fedi e alle culture, avrebbe dovuto consigliarle prudenza. Il livello di misoginia nei paesi arabi è altissimo, ma non certo perché agli uomini sia insegnato a odiare le donne o perché questi arrivino da soli in gran numero a questa conclusione.

Gli uomini non odiano le donne. Amano invece possederle e dominarle e molti sono convinti che, per volere divino, il posto della donna sia qualche passo indietro a suo marito. Parliamo infatti di visioni di società costruite su un modello relazionale nel quale l’uomo è indubbiamente padrone e custode della donna e questo modello tende ad essere naturalmente replicato su scala statale.

L’idea che la donna sia inferiore è stata moneta comune anche in paesi come il nostro per gran parte della storia dell’umanità e anche paesi come il nostro, nonostante gli indubbi progressi registrati, c’è ancora un lungo cammino prima che la sopraffazione sia un ricordo e che la cultura possa essere depurata dal concetto per il quale le donne si possono possedere come un oggetto, che sia addirittura possibile costituire sul loro capo un diritto proprietario che legittima persino ad uccidere la donna che si ribella a questa forma di possesso e di controllo. I “delitti passionali” e la straordinaria benevolenza con la quale sono accolti, trattati e raccontati  rispetto ad altri delitti, non sono manifestazioni d’amore, ma della volontà proprietaria”


Il dibattito su FP è presto andato disperso in mille rivoli e forse non era lecito attendersi molto di più, stante la miseria dal quale è emerso e il fatto che Foreign Policy è pur sempre una rivista statunitense che la settimana prossima potrà lanciare un’identica iniziativa sul doping nello sport o sulla proliferazione nucleare. 

Resta comunque un’iniziativa positiva e non stupisce che abbia ricevuto una tale attenzione, visto che a prescindere  dall’occhio con il quale è stato visto all’estero il dibattito, lo slogan e il concetto della “War on Women” è tutto americano ed è emerso di necessità dopo decenni di continui degli attacchi degli estremisti cristiani, che con la complicità dei repubblicani e di parecchi altri congressisti hanno cercato in ogni modo di comprimere la libertà, soprattutto sessuale, della donna.

E questo accade perché negli Stati Uniti il potere è uomo, tanto che la lista delle congressiste elette dal 1917 ad oggi sta comodamente in una paginetta. American Samoa, Delaware, Iowa, Mississippi, Northern Mariana Islands, Puerto Rico e Vermont non hanno mai eletto una sola congressista in più di un secolo, che vale per tutta la storia degli Stati Uniti, perché prima non se ne parlava proprio.

La presenza di donne in parlamento non supera il 17%, nonostante nel paese non sia in vigore alcuna politica discriminatoria apparente che impedisca loro l’accesso alle assemblee legislative.

Un dato che spiega bene come la questione sia culturale e come da tempo ci sia solo una parte che combatte la War on Women, con le donne che stanno a guardare contentandosi dell’uguaglianza virtuale promessa dalle leggi. Non che negli Stati Uniti la condizione della donna sia tragica, ma neo-liberismo e neo-conservatorismo hanno evidentemente contribuito a degradare la condizione femminile, da un lato promuovendo tagli alla spesa sociale che hanno finito inevitabilmente per pesare di più sulle donne e dall’altro promuovendo incessantemente nuove iniziative e nuove leggi per limitare l’autonomo controllo della donna sul suo stesso corpo.

Gli uomini che vogliono decidere per legge quando le donne possono abortire, come si devono vestire e come devono comportarsi in una relazione, non sono altro che trogloditi o demagoghi che s’appellano a concezioni preistoriche del rapporto tra uomo e donna. Non deve stupire che ne sopravvivano molti negli Stati Uniti, dove in fondo fino a mezzo secolo fa vigeva l’apartheid, o nel nostro paese, che ha cancellato dai suoi codici il “delitto d’onore” molto più tardi.

Quello che sembra stupire e risultare incomprensibile a molte donne che si ribellano a questa pressione, è la costante tensione al controllo, che riesce a penetrare come il burro anche le società più liberali, sarà forse per questo che molte di loro tendono ad individuarne le radici nella metafisica dell’odio e delle religioni.


Oggi quel modello di sviluppo è in crisi evidente e la somma delle delocalizzazioni e del progresso tecnologico spinge alla creazione di surplus di questo genere anche nei paesi che, proprio per ovviare alla carenza di manodopera, avevano avviato al lavoro e quindi all’indipendenza economica le donne.Le religioni sono sicuramente il primo motore del movimento reazionario che ovunque minaccia di peggiorare la condizione della donna, ma non meno importante, evidente e invadente è l’affermarsi di un modello di sviluppo che sfrutta le differenze e il loro permanere per garantirsi un eccesso di manodopera a basso costo dalla quale spremere profitti.

Oggi buona parte della forza lavoro nei paesi occidentali eccede il bisogno ed ecco allora che appare del tutto naturale espellere dal sistema in qualche modo questa eccedenza, privandola di sostegni “immeritati” che si dice appesantiscano l’economia e contrastino la mitica crescita e guardando di buon grado a equilibri sociali che consentano il riassorbimento di buona parte della manodopera femminile in un quadro sociale nel quale il suo avviamento al lavoro è ostacolato, privilegiando modelli che la prevedono a carico di qualche uomo, che a quel punto s’assume l’onere della sua inattività sollevandone le casse pubbliche sempre più privatizzate.

Per questo nei paesi dove la condizione della donna e d’assoluta inferiorità l’enorme forza dell’economia capitalista non s’attiva per agevolare il compimento di quei passi che sono stati compiuti altrove e che condurrebbero all’emancipazione della donna, che in buona parte dei paesi del mondo ha per di più avuto la colpa di giungere a cavallo delle idee socialiste e comuniste, ovviamente malviste.

Il modello capitalista si è presentato a molti popoli con il volto della Compagnia delle Indie, degli schiavisti, di orde di padroni stupratori accompagnati da sacerdoti impegnati ad insegnare ai selvaggi la superiore etica cristiana. Non deve quindi stupire che l’impatto capitalista non abbia portato alcun miglioramento in molte società patriarcali, ma abbia anzi confermato la giustezza di un modello fondato sulla supremazia maschile.

l problema non è quindi “ben altro”, ma intimamente radicato nella concezione del rapporto con l’altro, nel rifiuto o nell’accoglimento di una visione del mondo per la quale tutti gli uomini e le donne sono uguali e hanno uguale diritto decidere delle loro vite, se valga la pena o meno tendere ed impegnarsi verso questo risultato o se invece sia il caso d’attendere che le donne crescano politicamente e giungano a liberarsi da sole.

La seconda ipotesi è sicuramente la preferita da molti e ha avuto buon gioco una commentatrice salafita nel ricordare ad Eltahawy che nei paesi arabi i movimenti islamici hanno ottenuto la maggioranza del voto femminile nelle elezioni successive al crollo delle ultime dittature. Non accade perché gli uomini odiano le donne, ma perché alle donne non sono date alternative o immaginari alternativi praticabili.

La liberazione delle donne difficilmente avverrà grazie all’esclusivo impegno delle donne e la responsabilità maggiore di questo stato di cose ricade indubbiamente sugli uomini in tutti i paesi. Non solo di quelli che opprimono brutalmente le donne, ma anche e soprattutto di quelli che hanno avuto la fortuna di nascere in paesi che nominalmente riconoscono uguale dignità alla donna e a tutte le sfumature del genere e della sessualità. Loro sanno che la War on Women, il titolo molto americano dato la fenomeno, è una battaglia di retroguardia, loro hanno gli strumenti culturali e l’esperienza di vita per sapere e comprendere quanto sia ingiusta la condizione della donna in certi paesi e loro hanno il potere e la forza per spezzare le catene, se vogliono.

Sono loro la massa d’urto da arruolare e schierare in questa battaglia di civiltà, prima che il procedere a ritroso dell’orologio della storia li imbeva di nuovo d’idee medioevali sulle donne più di quanto li abbia già imbevuti d’egoismo e d’indifferenza per l’interesse collettivo. Sono loro l’obbiettivo delle donne che nei paesi occidentali costituiscono la metà della forza-lavoro nell’industria culturale e prima di loro gli uomini della scrivania e dell’ufficio accanto, troppo spesso lasciati liberi di delirare indisturbati, non certo e non solo il battersi per il velo delle afghane o per le sofferenze delle infibulate quando il capo o il mercato impongono di farlo.

Pubblicato in Giornalettismo

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