I grandi trafficanti non muoiono mai

Posted on 25 aprile 2012

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Victor Bout è nato nel 1967 a Dušanbe, che allora si chiamava Stalinabad, centro industriale del Tajikistan, allora repubblica sovietica. La sua famiglia faceva parte di quel dieci percento o poco più di popolazione d’etnia russa della repubblica, annessa fin dal 1885 al Turkestan russo, regione dalla quale si distingue per una popolazione d’origine persiana, una specificità che poi le guadagnerà lo status di repubblica Tajica.

Nel 1991 il Tajikistan diviene indipendente e scatta una feroce guerra civile, che spingerà alla fuga quasi tutti i russi e gli ebrei. Bout è già a Mosca e studia lingue negli istituti militari dai quali una volta il KGB  selezionava i talenti. Dal collasso dell’Unione Sovietica Bout emerge come uno dei tanti intraprendenti affaristi che si spartirono le spoglie dell’ex-URSS. La sua fortuna, come la racconta sul suo sito, cominciò con l’acquisto di alcuni aerei da trasporto militare dismessi da una Russia che fin da subito tagliò le spese militari.

Quegli aerei divennero un tratto distintivo della sua attività e Bout divenne in breve il proprietario della più grande e meno trasparente compagnia aerea privata russa. Con quegli aerei Bout mise in piede un efficiente servizio di recapito per le aree più disgraziate del pianeta, con una particolare predilezione per l’Africa, dove i i suoi aerei ottennero la preziosa autorizzazione ad operare su rotte mercati civili.

Non è mai esistita una Bout Airways, in realtà Bout non ha mai coltivato sogni megalomani o esibizionisti e così ha preferito dividere la sua flotta tra una miriade di società multinazionali e più che opache, un frazionamento che rende  più difficile il blocco della sua flotta, qualora qualcuno volesse provare a fermarla.

A dire il vero per fermare i traffici di Bout sarebbe bastato molto meno, bastava proibire alle assicurazioni di coprire i suoi voli o radiare gli aeromobili con il giusto pretesto della sicurezza, ma non lo ha fatto nessuno e così lui è arrivato a mettere insieme oltre 60 velivoli senza grossi problemi.

Bout è stato definito a buon titolo un mercante di morte, ha anche ispirato un famoso film nel quale Nicholas Cage  ha vestito i suoi panni, ma ha potuto prosperare soprattutto grazie a potenti protezioni e al fatto di offrire servizi insostituibili con puntualità, imponendosi nella sua particolare nicchia di mercato come “Sanctions buster”, perché era l’unico a poter consegnare merci a paesi sotto embargo, ma anche l’unico a disporre di grandi aerei da carico capaci di atterrare quasi ovunque.

Tra i clienti di Bout c’è di tutto, dagli Emirati dove aveva costituito una sede, agli Afghani dell’Alleanza del Nord, fino all’ONU e agli stessi americani, che approfittarono dei suoi servizi in Iraq, salvo poi infuriarsi una volta che si venne a sapere, dichiarando che Bout aveva ottenuto contratti a loro insaputa. Ovviamente non sono mancati quelli che hanno cercato di fargli la pelle, come quando nel 2006 gli israeliani hanno disintegrato una palazzina di tre piani nel campo profughi di Bourj al-Barajneh in Libano, credendo che dentro vi fosse lui intento in negoziati per una fornitura a Hezbollah.

Nell’ultimo decennio del secolo scorso Bout si è affermato  come il dei mercanti d’armi, che non mancano, visto che la dissoluzione dell’Unione Sovietica ha spinto molti eserciti a liberarsi di enormi quantità di armi. Sono gli anni nei quali Monzer al Kassar, forse il più titolato concorrente di Bout offre i Kalashnikov in omaggio a chi acquista armamenti pesanti, un’abbondanza che si riverserà soprattutto in Africa, dove la fine della guerra fredda mette fine ad antichi equilibri e provoca conflitti che macinano milioni di morti e costringono alla fuga dalle loro case ancora più africani.

Le armi leggere sono quelle che uccidono di più, non c’è artiglieria pesante o bomba che abbia ucciso più delle armi da fuoco leggere, che non smettono mai di uccidere, in pace come in guerra e che possono essere imbracciate da chiunque, persino dai bambini sequestrati alle famiglie e mandati a combattere. La mattanza più estesa che Bout si sia incaricato di alimentare è quella della Seconda Guerra del Congo o Prima guerra mondiale africana, durante la quale milioni di persone furono uccise, torturate e ferite senza particolare ricorso ad armamenti pesanti o sofisticati.

Nonostante un ordine di cattura dell’Interpol a seguito di un’iniziativa belga e nonostante finisca sulla lista ONU delle persone accusate dei peggiori traffici internazionali. Bout, che ha chiuso il suo business aeronautico nel 2001, non avrà grossi problemi fino al 2008 quando un’operazione americana porta al suo arresto in Thailandia.

Gli agenti della DEA si erano finti colombiani in cerca di missili antiaerei e anticarro per le FARC, la guerriglia colombiana che combatte contro i governi sostenuti dagli USA con il pretesto della War on Drugs. Ciò ha permesso di denunciarlo per l’uccisione di cittadini americani e il suo supporto al terrorismo. L’operazione è stata tenuta segreta anche alle altre agenzie americane, che più di una volta erano intervenute, apertamente o sottotraccia, per difendere Bout e non può essere un caso che proprio l’agenzia antidroga sia riuscita là dove avevano fallito la CIA e il resto delle agenzie prosperate all’ombra della “War on Terror”.

Dopo un lunga battaglia legale Bout è stato estradato negli Stati Uniti e di recente condannato a 25 anni di reclusione. Curiosa la motivazione del giudice Shira Scheindlin, che nel comminargli il minimo della pena e solo per uno dei numerosi capi d’accusa, che ha scritto nero su bianco che il minimo della pena è appropriato perché non ci sono prove che Bout avrebbe portato a termine il disegno criminoso. In effetti durante il procedimento non sono stati prodotti documenti o prove inequivocabili che Bout abbia commesso qualche crimine a parte dare ascolto agli uomini della DEA.

Una curiosa coincidenza vuole che anche il suo collega al Kassar sia stato incastrato da un’operazione nella quale gli americani di sono finti delle FARC colombiane, ma nemmeno “il principe di Marbella” ha ricevuto una condanna all’ergastolo, “solo” trent’anni.

Parole benvenute dalla moglie del trafficante, che ha definito la sentenza come la dimostrazione dell’insussistenza delle accuse. Parole che quindi lasciano spazio a ricorsi e a una battaglia legale che non si può ancora considerare finita, anche perché a difesa di Bout si è schierata fin da subito, e con decisione, la Russia di Putin, che non ha esitato mettere in scena proteste di altissimo livello.

Alla sentenza il ministero degli esteri russo ha reagito definendola “infondata e motivata politicamente” e ha ribadito che il ministero far ogni sforzo per riportare in patria Bout usando tutti i meccanismi legali internazionali. Non bastasse, la nota ha sottolineato come per Mosca la questione è destinata a rimanere una priorità dell’agenda russo-americana. Da parte de russi e degli avvocati thailandesi si punta anche sull’irrituale procedura d’estradizione, ma in tempi di rendition è difficile che questa strada si riveli produttiva.

Di sicuro Bout ha sempre operato con il consenso delle autorità russe, vivendo alla luce del sole in un albergo nel centro di Mosca e altrettanto di sicuro è depositario di una quantità d’informazioni destabilizzanti, forse paragonabili per rilevanza ai cable di Wikileaks, una vera memoria vivente degli ultimi vent’anni di guerre, guerriglie e operazioni più o meno segrete. Segreti che evidentemente riguardano anche gli Stati Uniti, che hanno gestito politicamente la questione con fastidio, senza considerare che gli amici americani di Bout hanno ogni interesse ad aiutarlo ora, non avendo potuto prima.

Bout in questi quattro anni è apparso seccato, ma calmo e presente, capace di gestire il suo personaggio con freddezza invidiabile, la stessa freddezza con la quale ripete sempre che lui, comunque, non parlerà mai.

Pubbblicato in Giornalettismo

Disponibile parzialmente anche in russo Великие контрабандисты не умирают

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