Londra 2012, le Olimpiadi dei logocop

Posted on 17 aprile 2012

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Da anni assistiamo a un comportamento sempre più rapace da parte di soggetti che vorrebbero capitalizzare i diritti proprietari anche a costo d’imporre severe limitazioni alle libertà collettive e alla stessa fruizione dei più elementari diritti civili.

Le olimpiadi, intese come momento di business di dimensione planetarie, non potevano sfuggire a questo pericoloso esercizio d’arroganza e con l’edizione di Londra sono evidentemente stati passati limiti fino a ieri ritenuti invalicabili. Il Comitato Internazionale Olimpico ha infatti imposto alla Gran Bretagna un tale protocollo di protezione dei diritti d’immagine delle Olimpiadi, che il CIO ha venduto a caro prezzo, da non avere precedenti.

Già dalle olimpiadi di Sidney 2000 il CIO aveva introdotto innovazioni e regole a protezione di quello che è un business gigantesco, ma nulla è paragonabile a quanto Londra ha concesso in cambio delle Olimpiadi 2012.

Il marchio olimpico sarà protetto dal diritto penale. Infrangere il copyright dell’evento comporterà una condanna penale, una novità che ha richiesto la promulgazione di un’apposita legge da parte del parlamento inglese. Ma non basta, ad essere protetti non saranno solo il simbolo con i cinque cerchi e l’iconografia ufficiale dell’evento, ma anche le associazioni di parole colpevoli di evocarlo.

Terreno scivolosissimo, che però non spaventa affatto il CIO, che ha già dispiegato squadre di “logocop” autorizzate a rimuovere o coprire qualsiasi marchio o etichetta che non appartenga agli sponsor dagli impianti olimpici. Potranno colpire i portasapone come i sanitari nelle toilette e qualunque oggetto riporti legittimamente il marchi del fabbricante. Non c’è spazio per nessuno, tanto che l’emanazione britannica del comitato olimpico si è già distinta per zelo, provando addirittura a citare l’organizzazione di un  evento (la “Great Exhibition 2012”) per l’impiego del solo termine 2012. Poi ci hanno ripensato.

Un’attenzione che si estende ai social media, già accostati con un misto di minacce e di blandizie, così ad esempio non sarà facile per le aziende non-sponsor usare l’hashtag #London2012 su Twitter ed è già difficile produrre pubblicità che evochino le olimpiadi senza scatenare le ire dei logocop olimpici. Sarà difficile soprattutto per i piccoli business, da quelli che potrebbero intitolare le offerte speciali al grande evento fino ai pub, impediti persino dal mettere un cartello per invitare i clienti a vedere le gare sui maxi-schermi.

Molto più facili da intimidire e privi delle risorse che alle grandi multinazionali consentono di scavalcare agevolmente pretese tanto ridicole. Per il CIO ad esempio è stato un disastro il sondaggio che ha rivelato come un campione significativo di giovani considerasse a grande maggioranza Nike come il marchio più “olimpico”, nonostante sia Adidas lo sponsor ufficiale che ha pagato cento milioni di sterline per il privilegio. Nike ha prodotto una bella campagna pubblicitaria ingaggiando due famosi atleti olimpici e tanto è bastato.

Resta tuttavia il sogno di ogni titolare di marchio, una campagna di Easy Jet è stata fermata perché sfruttava una foto di Sally Gunnell con una bandiera britannica sulle spalle, secondo i logocop colpevole di ricordare troppo una sua famosa immagine alla vittoria delle olimpiadi di Barcellona ’92 (qui a lato). Ovviamente British Airways è sponsor olimpico. Alle aziende non-sponsor è persino vietato offrire biglietti per le gare come parte promozioni pubblicitarie, siano una multinazionale o il bar che li mette come premio per la lotteria.

Alex Huot, il responsabile per i social media che fa capo al quartier generale svizzero del CIO, ha spiegato a The Guardian che “Siamo all’alba di una nuova era di scambi e connessioni e Londra 2012 inaugurerà i primi giochi olimpici conversazionali”.

Sarà per questo che hanno imposto regole draconiane agli atleti, che non potranno quasi usare i social media e farsi canale per i propri amici e fan e saranno costretti a rispettare una serie di regole molto stringenti, mancando alle quali possono persino incorrere in una penalizzazione sportiva. Anche se, come qualcuno ha fatto subito notare, sarebbe davvero curioso se Usain Bolt finisse squalificato o penalizzato per aver scritto in un tweet che beve Pepsi, alla faccia di Coca-Cola, tra i main sponsor. Gli atleti non potranno parlare di quello che mangiano, pubblicare immagini scattate all’interno degli impianti o del villaggio olimpico, pubblicare messaggi “nel ruolo di giornalisti” e “non possono parlare delle competizioni o commentare le attività degli altri partecipanti”.

Lo stesso vale per gli spettatori, nessuno potrà fare foto e riprese che non siano “per uso personale”, chi compra un biglietto accetta queste condizioni, tra le altre. Huot dice che non perseguiranno chi lo farà, ma che ci sono accordi con le piattaforme  di sharing per la protezione dei marchi e dei diritti, anche se riconosce che esercitare questo tipo di moderazione è una sfida tecnica rilevante.

Moderazione che significa di fatto censura da parte dei network. I quali, pur non avendo obblighi contrattuali con il CIO, ne temono evidente l’iniziativa legale e preferiscono collaborare alla censura in real time delle infrazioni. Un’operazione poco rispettosa di eventuali diritti degli utenti degli stessi social network, che però non hanno alcun diritto alla permanenza dei contenuti che pubblicano.

Si tratta in tutta evidenza di privilegi incredibili, una protezione estesa ben al di là dei marchi degli sponsor, allargata all’uso di parole come medaglia, oro, argento, bronzo e probabilmente estesa fino a podio, pista e via enumerando e per di più rinforzata dalla sanzione penale. Nulla che, come s’è visto, possa spaventare le grandi aziende concorrenti, ma abbastanza da far temere per una Londra riservata ai marchi dei gentili sponsor grazie anche al terrore suscitato nei titolari di piccoli business, che in teoria potrebbero approfittare dell’atmosfera olimpica per risollevare gli incassi,ma che ora non potranno  mettere in menù nemmeno la pizza olimpica o il kebab medaglia d’oro. L’idea che le olimpiadi siano “un affare per tutti” è smentita in tutta evidenza, si cerca anzi di limitare al massimo la platea di quelli che ne guadagneranno e a spremerla per bene.

Ma ad inquietare maggiormente sono le questioni di principio e di diritto e l’osservare con quale facilità il governo britannico abbia, sia pur temporaneamente, varato una legge eversiva, gravemente lesiva della concorrenza e che fa stracci del principio d’uguaglianza dei cittadini davanti alla legge. Lo fa riservando ad alcuni soggetti economici una tutela mai vista, e impiegando risorse e funzionari pubblici per assicurarsi che tale privilegio sia difeso al meglio.

Inquietante anche perché, come tutti i precedenti, non mancherà di costituire (pessimo) esempio e legittimazione per la riproposizione d’esperienze simili in futuro. Non che siano una novità certi deliri a protezione degli interessi dei grandi latifondisti della proprietà intellettuale, negli ultimi vent’anni se ne sono viste di tutti i colori ed è indubbio i paladini del copyright non avrebbero alcun problema sei i legislatori decidessero di punire con la fustigazione ogni uso gratuito del loro intangibile, ma lucroso patrimonio.

Pubblicato in Giornalettismo