Chi uccide “i nostri ragazzi”

Posted on 6 aprile 2012

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Il rapporto era atteso con apprensione, perché dopo lo scandalo che ha coinvolto il Walter Reed Army Medical Center il trattamento sanitario dei reduci è saltato all’attenzione di molti.

Il Walter Reed è stato chiuso nel 2011 a seguito di uno scandalo scoppiato nel 2007, che evidenziò gravi carenze nella cura dei feriti e dei reduci di guerra. Il centro operava dal 1909 e insieme a lui se ne sono andati un paio di generali e un sottosegretario alla difesa, una strage che testimonia meglio di qualsiasi dettaglio la qualità delle cure offerte dalla struttura, che rappresentava un fiore all’occhiello dell’esercito e trattava migliaia di pazienti all’anno.

 Il Congresso americano non è molto interessato alla salute dei reduci, che hanno sempre dovuto penare per ricevere l’assistenza dovuta e spesso non ci sono riusciti, tanto che pochi mesi fa i repubblicani proposero addirittura di togliere loro la copertura sanitaria pubblica e di affidarli al mercato, che secondo loro li avrebbe trattati meglio.

 Il rapporto del GAO descrive una situazione decisamente migliore di qualche anno fa, quanto comunque preoccupante per come evidenzia il volume e la difficoltà dei casi da trattare. Nonostante l’impegno e la migliore offerta di servizi, l’offerta sanitaria per i soldati americani di ritorno dal fronte appare sottodimensionata. Problema nel problema, due patologie percentualmente rilevanti e diffuse come i traumi al cervello e la sindrome post-traumatica, si sono rivelate particolarmente problematiche da rilevare e da curare.

Il problema posto dalla PTSD è il più rilevante, secondo il Department of Veterans Affairs ha colpito quasi il 31% dei reduci dal Vietnam, almeno il 10% dei reduci dalla prima guerra del Golfo, l’11% dei veterani dell’Afghanistan e il 20% di quelli dell’Iraq. Cifre enormi, che però trovano scarso riscontro nei numeri del personale trattato e che rappresentano un costo delle guerre noto, quanto di preferenza dimenticato dai governi.

Se i reduci dalla guerra nel Vietnam che si suicidarono furono più dei commilitoni che morirono nelle giungle asiatiche, è chiaro l’interesse dei governi a non sommare i due numeri. Ancora di più oggi, tempi nei quali la guerra è praticabile dai governo occidentali solo se non impone, almeno in apparenza, sacrifici di sangue e sconvolgimenti della quotidianità o dell’economia.

Muore per la guerra chi cade sul campo, se muore o si uccide quando torna a casa non conta, così come non contano le sue vittime se esplode in violenza omicida. Quelle sono vittime della follia o al più del crimine. Una verità scritta sui post-it in molte redazioni. La PTSD non è follia, è una ferita, un trauma provocato dalla tensione e dall’orrore della guerra e colpisce i soldati in proporzione al temo trascorso al fronte e alla violenza che hanno testimoniato.

Può portare a un’invincibile apatia come ad esplosioni di violenza incontrollabili e si tratta di una patologia conosciuta e riconosciuta, anche se molti preferiscono far finta che non esista. Buona parte degli uomini non regge una lunga esposizione allo stress emotivo provocato dalla guerra, con buona pace dei generali e di quanti negano questa plateale evidenza per promuovere le guerre di loro interesse.

Succede ad esempio nel nostro paese, dove i vertici militari e politici si rifiutano di riconoscere la malattia, un comportamento oltraggioso e vigliacco simile a quello tenuto nella vicenda dei soldati che sono morti e muoiono per colpa dell’esposizione all’uranio impoverito e dell’indifferenza dei nostri generali, che conoscevano il pericolo e hanno preferito tacere, condannando a morte un numero più alto di nostri soldati. Non solo nel nostro paese i militari ai quali è stata riconosciuta la PTSD si contano in poche unità, ma quei pochi malati sono trattati con durezza dall’esercito .

Secondo la testimonianza di Piero Follesa, presente all’attentato di Nassiriya al quale è stata diagnosticata la malattia:

“I vertici militari non vogliono che se ne parli: pensi che ufficialmente l’ospedale militare del Celio, ha riconosciuto solo tre casi di Ptsd. Eppure solo fra i miei colleghi reduci di Nassiriya eravamo in cinque a essere curati al Centro di igiene mentale di Finale Ligure. Non se ne parla perché non se ne vuole parlare, altrimenti si dovrebbero creare strutture militari apposite per seguire questi casi. Io sono stato curato quasi esclusivamente in strutture pubbliche. Il risultato, oltre alla mancanza di aiuto che riceviamo, è che spesso questo tipo di disturbo viene dissimulato: chi lo conclama, viene congedato. E un ragazzo, magari di 20-30 anni che sogna la carriera militare, cosa fa? Si fa congedare? No fa finta di niente, minimizza, per poter continuare la vita nell’esercito. E non solo questo può peggiorare la sua situazione psichica, ma è pericoloso per sé e per gli altri”.

Follesa segnala un’altra questione importante, perché da anni ormai la carriera dei nostri militari punta in direzione della polizia, un impiego pericolosamente incompatibile con una patologia del genere. Ma nel nostro paese l’esercito pratica la classica congiura del silenzio sulla questione, un po’ perché non siamo ufficialmente in guerra e un po’ perché invece di curare “i nostri ragazzi” i vertici militari e politici preferiscono investire in altro e limitarsi a invitare i militari feriti a tacere. Al giornalista che gli chiede se l’Arma (in questo caso i carabinieri) gli è stata vicina, Follesa replica seccamente:

“Certo si sono fatti sentire: ogni volta che ho parlato con i media. Allora mi hanno massacrato: le pressioni perché non parlassi sono state continue. Non ho bisogno che mi dica quando sarà pubblicata la mia intervista, come altre volte, alle sei la mattina mi sveglierà un ufficiale per dirmelo. L’ultima volta ho detto: se dico delle cose non vere, denunciatemi, altrimenti lasciatemi in pace. Di fatto nessuno mi ha denunciato”.

Tutt’altro approccio hanno ad esempio in Olanda, dove esiste una particolare procedura di debriefing per la quale i soldati di ritorno dai teatri di guerra trascorrono alcuni giorni in località turistiche a colloquio con medici e psicologi che li informano e visitano. Una procedura sviluppata dopo gli anni della guerra in Bosnia, dai quali molti soldati olandesi tornarono completamente fuori controllo. Ad assistere i reduci c’è poi il Veteraneninstituut che funziona da tutor e da assistente per le loro esigenze di reinserimento o di cura.

Uno dei problemi più rilevanti è che molti dei colpiti da PTSD non parlano e cercano d non rivelare la loro condizione, vuoi per vergogna, vuoi per non pregiudicare la loro carriera. Fenomeno ancora più rilevante nei paesi nei quali la malattia viene difficilmente riconosciuta e nei quali le ferite psichiche sono considerate molto meno onorevoli di quelle fisiche. Troppo spesso la PTSD viene associata alla follia, soprattutto quando fa comodo ricondurre alla follia le stragi commesse da qualche operatore non curato o fermato per tempo, ma non si tratta di una condizione che insorge senza lo stimolo del trauma e il trauma lo procura la guerra.

Un tale spargimento d’omertà e d’ignoranza finisce per negare ai nostri soldati le cure che meriterebbero, ma innesca anche altri problemi e potenziali pericoli, oltre ad esporre le nostre forze armate come responsabili di uno scandalo ancora più infamante di quello che ha portato alla chiusura del Walter Reed, perché nessuno può credere che l’incidenza della PTSD tra le nostre  truppe sia più vicina allo 0% che all’1%, quando le statistiche al ribasso prodotte dagli eserciti dei paesi occidentali volano fin oltre il 30% e non scendono mai sotto il 5%. Se, come ha fatto notare una psicanalista esperta a Repubblica.it:

“E’ un problema. In questi casi può esser sufficiente un piccolo elemento di realtà, collegato al ricordo, a riattivare la reazione traumatica, a slatentizzare il ricordo intrusivo, creando una situazione potenzialmente ingestibile e pericolosa, specie se il soggetto lavora in situazioni a rischio. Ad esempio, uno sparo può rievocare un’esplosione e riattivare il ricordo. E’ un pericolo anche per i colleghi, che magari non lo conoscono, non sanno di questa eventualità, né sanno riconoscere i sintomi. Così, se il soggetto a rischio dà in escandescenze in una situazione potenzialmente violenta, i colleghi di pattuglia, per esempio,  come possono reagire? Che ne sanno di come si gestisce una crisi? Anche questo è un problema”.

Oltre al rifiuto della cura, emerge quindi l’indifferenza per le situazioni di pericolo alle quali si espongono i familiari e i colleghi dei malati. Che se dipendesse dall’esercito non saprebbero neppure che esiste la malattia, così come non ne sono al corrente quanti se li ritrovano accanto in servizio di polizia o di ordine pubblico. I soldati malati commettono reati violenti in misura molto maggiore alla media, tanto che in Gran Bretagna, dove la malattia è riconosciuta con difficoltà, a una parte impressionante dei reduci è toccata l’esperienza carceraria.

Si tratta di una questione di grande rilevanza, che pone in discussione il debito di gratitudine che il paese ha nei confronti dei militari che hanno compiuto il loro dovere e rischiato la loro salute. Una questione che dimostra come ai vertici militari e politici sia del tutto indifferente la salute dei nostri soldati, delle loro famiglie, dei loro colleghi e concittadini e che allo stesso tempo che fa risuonare come vuoti e ipocriti, i rituali spargimenti di retorica al ritorno di ogni soldato morto.

Pubblicato in Giornalettismo