Apple & Foxconn, com’è finita

Posted on 31 marzo 2012

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La pressione sull’azienda di Cupertino sembra dare frutti concreti, ma la partita è più complessa di quanto sembri e con caratteri del tutto peculiari.

Al termine di settimane di polemiche, decollate dalla pubblicazione di un pezzo del The New York Times sulle condizioni di lavoro negli stabilimenti cinesi che producono per Apple, le aziende sotto accusa hanno ammesso di aver infranto la legge cinese in maniera sistematica e massiccia e promesso di rientrare nei limiti della legalità, pur con un certo comodo.

La gamma delle violazioni rilevate da Fair Labor Association comprende gli impianti pericolosi come gli orari di lavoro lunghissimi e le pause inferiori a quelle previste dalla legge. Più della metà dei lavoratori lavorerebbe almeno 60 ore settimanali, quando il limite di legge è a 49. Paradossalmente Foxconn è percepita dai suoi dipendenti come un’azienda che offre condizioni migliori di altri e per molti di quelli che ci lavorano gli straordinari sono un’opportunità e non un’angheria, come nel resto del mondo.

Il fatto che una parte significativa della forza lavoro sia d’accordo con l’azienda nell’infrangere la legge non sminuisce l’infrazione, che in teoria danneggia anche le aziende oneste che s’attengono ai limiti di legge. La soluzione individuata dai critici di questa situazione era l’unica praticabile, quella cioè di spendere di più in costo del lavoro, assumendo più operai per coprire le stesse mansioni ed è quella che Apple e Foxconn sembrano aver convenuto, mettendo in conto una riduzione del profitto inevitabile, che per Apple non dovrebbe essere un gran problema, ma anche Foxconn sembra in grado di poterla sopportare.

Quanto appurato da Fair Labor Association non è una novità, si tratta di un fenomeno denunciato e noto da anni ad Apple, che sulla produzione esercita un controllo maniacale. Data per assodata e diffusa l’infrazione delle leggi cinesi in moti settori dell’industria e in quello dell’elettronica in particola, la realtà di Apple è quella di un’azienda che con una certa arroganza si fa sistematicamente beffe delle leggi possono limitare i suoi profitti.

E in Europa non va meglio, nonostante la previsione di legge per la quale i produttori sono obbligati a fornire almeno due anni di garanzia a ben precise condizioni, Apple continua a offrirne uno solo, vendendo l’estensione di garanzia a pagamento. Valendo la legge della UE e non quella di Apple, il limite si deve intendere come non posto, ma Apple continua indifferente questa sua politica, ribadita di recente anche in un tentativo di chiarire le sue tortuose e originali condizioni di garanzia, che sicuramente procurano all’azienda una quota supplementare di profitto sulla quale i concorrenti che rispettano la normativa europea non possono contare.

Nell'immagine uno dei due stabilimenti teatro d'esplosioni provocate da un processo di lavorazione dell'alluminio molto poco sicuro

La decisione delle due aziende è comunque parsa motivata anche da precise condizioni di mercato. Foxconn non è così ambita da evitare un altissimo turnover dei lavoratori. A questo s’aggiunge la corrente crisi di manodopera, non più abbondante come un tempo. Una penuria che ha spinto molte aziende negli ultimi anni ad aumentare i salari per far fronte alle rivendicazioni dei lavoratori, all’aumento del costo della vita e alla concorrenza di chi era disposto a pagare di più per funzionare a pieno regime. Una penuria destinata a durare e che non potrà essere compensata tanto facilmente delocalizzando in paesi con stipendi inferiori come Vietnam e Filippine produzioni tanto imponenti, perché la curva demografica cinese tende al piatto e già oggi il tasso di fecondità desiderato coincide con il limite imposto al governo con la politica del figlio unico, il che vuol dire che anche se il governo rimuoverà o allenterà i limiti come sembra intenzionato a fare, la curva demografica non ne trarrà giovamento. La Cina è quindi destinata nel giro di qualche decennio a seguire le orme dei paesi europei e del Giappone e dovrà sopportare un simile invecchiamento della popolazione, con inevitabili riflessi sulla disponibilità di forza-lavoro.

L’annuncio con il quale Foxconn ha assicurato che pagherà le 49 ore come oggi paga chi ne fa 60, non ha quindi quietato le ansie di quei lavoratori che avrebbero preferito semplicemente stipendi in grado di permettere una vita dignitosa, anche se ha aperto le porte all’assunzione di migliaia di lavoratori per coprire il buco provocato dalla riduzione degli orari di lavoro. Da notare che la passione per gli straordinari non sembra animata da una particolare dedizione orientale, ma dal fatto che anche con questa montagna di ore di straordinario, per il 64% dei lavoratori intervistati dalla FLA ha detto che la retribuzione non gli è sufficiente per vivere, il che può anche essere considerato il principale fattore scatenante dell’ondata di suicidi che ha colpito l’azienda. Foxconn si è data tempo fino a luglio del 2013 per completare la trasformazione, ma resta da vedere se riuscirà a reperire la manodopera necessaria.

Una preoccupazione di breve durata, perché a Taipei, nella sede della Hon Hai Precision Industry Co. Ltd, di cui Foxconn è una sussidiaria cinese, hanno deciso da tempo d’introdurre i robot sulle linee di produzione per svolgere i lavori più ripetitivi e pericolosi. Quelli di Hon Hai non sono mai stati nostalgici del lavoro manuale, è solo che a certe condizioni il lavoro manuale costa meno di quello di una macchina, a patto che l’operaio lavori come una macchina e si muova con la precisione richiesta al componente  di una macchina più grande, come succede per buona parte del milione e duecentomila dipendenti Foxconn che producono circa il 40% dell’elettronica di consumo venduta nel mondo. Non sono nostalgici nemmeno del nome della holding, che sta già cambiando in Ninefive Digital (HK) Ltd. e Ninefive Digital (Shenzhen) Ltd, una modifica che forse prelude alla commercializzazione di prodotti con marchio proprio.

Da Taiwan lo sbarco in Cina delle aziende della ex tigre asiatica è stato massiccio e gli investimenti di capitale imponenti, creando un interscambio e legami che hanno fatto sfumare le antiche tensioni con l’ancora “provincia ribelle”.

Impressionante, come tutti i numeri in questa vicenda, è l’investimento previsto per dotarsi di un milione di robot entro il 2014, un numero che spiega come tra non molto Foxconn potrà liberarsi di qualche centinaio di migliaio di lavoratori e difficilmente arriverà mai ad assumerne quanti dovrebbe se si limitasse a sostituire il lavoro straordinario umano con altro lavoro umano. Già quest’anno l’azienda dovrebbe averne trecentomila all’opera. Resta che la fabbricazione e manutenzione di un milione di robot richiederà comunque una dotazione di personale rilevante, ma non sarà paragonabile ai numeri in uscita.

I dati identificativi del prodotto brasiliano

La decisione delle due aziende e la pubblicità al caso porterà comunque acqua alle retribuzioni e alle condizioni di lavoro dei cinesi, alzando la barra un po’ per tutti e contribuendo in Cina a una più larga diffusione della ricchezza e allo stesso tempo riducendo il gap di competitività che separa gli altri paesi dai record della fabbrica-mondo cinese. Almeno fino a che non faranno tutto i robot anche in Cina, ma non sembra proprio questo il destino a breve termine, come dimostra lo sbarco della stessa Foxconn in Brasile, dove già produce gli iPhone in loco per aggirare le pesantissime tasse sulle importazioni, che portano il prezzo del telefono attorno ai 1000 dollari contro i circa 500 a cui viene venduto negli Stati Uniti.

Sul versante Apple sembra invece che lo scandalo sia stato ammortizzato bene. C’è chi parla di un Nike-moment dell’azienda, riferendosi alla crisi del produttore di articoli sportivi quando fu scoperto ad impiegare fornitori criminali, ma in realtà ad Apple è andata molto meglio e non solo perché ha dovuto affrontare una situazione non inedita e probabilmente prevista, non solo da Apple, ma anche da aziende come Motorola, Nokia, IBM, Amazon, Sony, Dell, Hewlett-Packard, Toshiba e altre ancora, tutte partner di Foxconn.

Apple da questo punto di vista sembra aver fatto da parafulmine per uno scandalo che riguarda buona parte dell’industria dell’elettronica, che ci proietta nel futuro sfruttando condizioni di lavoro del passato. L’attenzione si è giustamente concentrata su Apple per il suo ruolo di leader del mercato e per clamorosa dimensione dei suoi profitti, sconosciuta ai concorrenti. L’ostinata indifferenza con la quale ha a lungo rimandato d’intervenire su una situazione denunciata da anni  l’espone anzi come una corporation molto lontana dell’immagine scintillante dei suoi prodotti.

Una delle rarissime proteste presso un Apple Store

Un potere di seduzione enorme che anche in quest’occasione ha dimostrato la sua forza e il suo valore, perché Apple realizza i suoi mostruosi profitti vendendo prodotti ai quali clienti riconoscono valori immateriali che sono disposti a pagare anche se non li possono misurare. Come questa influenza abbia platealmente silenziato anche le voci solitamente critiche è un aspetto che non può essere e non sarà ignorato, meno che mai dai signori della comunicazione. Ai sedotti l’onere di scuotersi da questo torpore o di prendere atto di essere schiavi d’amore, per un marchio.

La vicenda è esplosa peraltro in un momento delicato della transizione al dopo-Jobs e probabilmente si risolverà in una bella figura per il nuovo leader Tim Cook, che ha esordito al timone dell’azienda cercando di spegnere qualsiasi malumore e di distribuire una parte dei profitti ad azionisti e lavoratori. Alcune fonti e sondaggi lo danno già più gradito di Jobs all’interno dell’azienda, il che visto il carattere del defunto non dovrebbe stupire.

Cook, che dell’azienda era comunque al comando da tempo, si è mosso con velocità e ha avuto poche difficoltà a intraprendere la soluzione dell’uomo ricco, avendo ereditato forzieri stracolmi di capitali e il problema di come impiegarli. La qualità delle relazioni e dell’accesso di cui gode un’azienda come Apple, recentemente Cook si è incontrato con il vicepremier cinese Li Keqiang e l’influenza combinata con quella di Foxconn, sembrano aver sedotto anche la autorità cinesi, che hanno salutato con piacere le novità senza che nessuno abbia neppure accennato a sanzioni per le massicce violazioni accertate e per di più ammesse dalle stesse aziende.

La vicenda sembra quindi chiudersi con una quasi nulla di fatto, uno scampato pericolo per Apple e un aiutino a supporto delle richieste di aumenti salariali in Cina, che paradossalmente sarebbe un risultato al quale dovrebbero tendere tutti i paesi occidentali, che solo così possono sperare di recuperare produttività nei settori ad alta intensità di manodopera come nelle produzioni avanzate.

Pubblicato in Giornalettismo