Somalia punto e a capo

Posted on 30 marzo 2012

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Durante la recente carestia in Somalia sono morte dalle cinquantamila (50.000) alle centomila (centomila) persone per fame, secondo una stima abbastanza prudente del governo inglese.

Un numero multiplo dalle 5 alle 10 volte le vittime della guerra civile in Siria e sono tutte morte male. Tra loro molti bambini, soprattutto bambini, in settembre l’ONU ha certificato la morte di -almeno- cento (100) bambini al giorno, tremila al mese. Di questa tragedia abbiamo ricevuto notizie sporadiche e qualche appello caduto inesorabilmente nel vuoto e ignorato da media, politica e opinione pubblica. Non male per l’ex potenza coloniale di riferimento, che in Somalia si sta ancora dannando l’anima per mantenervi influenza e non male per il ricco e spilorcio Occidente in generale. Capace di sparare miliardi per salvare le banche e incapace di raccogliere qualche milione per salvare un numero così elevato di vittime.

Molte altre persone hanno poi trovato la morte nei combattimenti tra le forze dell’eterogenea coalizione internazionale che è in guerra con gli al Shabaab, ora ufficialmente alleati con al Qaeda, e ancora di più nelle vendette e nelle rappresaglie che hanno luogo ogni volta che una città o una regione cambia nome e la nuova improvvisata autorità provvede a stabilizzare il nuovo ordine eliminando le persone sgradite.

Disgraziatamente a far fronte alla carestia in Somalia e nel Corno d’Africa in generale c’erano solo l’ONU e un manipolo di organizzazioni internazionali, per lo più sotto-finanziate (gli appelli dell’ONU hanno a stento raccolto il 50% del richiesto) e costrette a confrontarsi con la violenza dilagante e a districarsi tra governativi, estremisti islamici e le ovvie ruberie dei prepotenti, che in un paese privo di un sistema giudiziario operano nella quasi totale impunità.

Intanto sul fronte delle operazioni belliche sembra lche la coalizione internazionale stia avendo ragione degli al Shabaab, anche se è ancora presto per dare per vinta la partita e anche se una sconfitta che tolga loro il controllo del territorio difficilmente significherà il loro annientamento e la fine della pressione guerresca dell’estremismo islamico nel paese.

Paradossalmente al Shabaab e le forze alleate contro di loro soffrono dello stesso problema, l’indomabile frazionismo somalo. Non è servito a molto il matrimonio con al Qaeda, che molti hanno interpretato come una manifestazione politica che si risolve nell’unione di due decadenze, perché anche gli al Shabaab sono divisi al loro interno in gruppi e lealtà che frequentemente sono anteposte alla sacra causa.

Allo stesso modo le forze inviate dal Kenya per premere da Sud si sono trovate in grosse difficoltà con le milizie locali anti-qaediste, che si sono ritrovate in guerra tra di loro e persino a sparare ai kenyani. Non va meglio con le milizie governative nel resto del paese, quelle che hanno accompagnato l’ingresso delle truppe etiopi da Est si sono subito segnalate per le uccisioni arbitrarie e per gravi lesioni dei diritti umani, che in Somalia valgono poco da tempo. Le città di Beletweyne e Baidoa sono state teatro di discreti orrori dei quali i responsabili delle milizie somale hanno negato persino di aver avuto notizia. Nonostante l’arrivo della truppe etiopi abbia costretto gli al Shabaab alla fuga, i civili sono uccisi anche dai vecchi padroni, che hanno minacciato di morte i traditori che collaborano con il nemico e che si spendono in telefonate minatorie e volantinaggi anche nelle città perse.

La vita per i somali è dura e non è che nelle due province autonome del Somaliland e del Puntland, risparmiate dagli scontri, vada tanto meglio. Dalla loro i somali hanno una incredibile vitalità che unita a un’altrettanto notevole flessibilità nell’adattarsi alla vita in un paese che da oltre vent’anni è privo di governo e scosso da una guerra permanente. Persino l’Economist ha notato con stupore la sopravvivenza dello scellino  somalo, mai più stampato dagli inizi degli anni ’90, che i somali usano per le piccole spese quotidiane e per gli acquisti minori nonostante l’assenza di una banca centrale a garantire la moneta e nonostante l’universale diffusione del dollaro, impiegato però solo nelle transazioni di valore. A minacciarlo c’è ora l’avanzare di un servizio offerto dalla società Zaad, che permette di trasferire somme in dollari dal conto del titolare di un cellulare a un altro, anche se i telefonini, pur ubiqui e sostenuti da reti locali funzionanti nonostante tutto, sono ancora lontani dal poter essere maneggiati da tutti come la moneta. Un’eccezione che conferma come il valore di una moneta non sia costituito dalla sua copertura o convertibilità, ma sia quello reale che gli è riconosciuto nelle transazioni quotidiane, un riconoscimento che è fatto soprattutto, di consenso e di valori immateriali come la fiducia e le convenzioni collettive.

Tra le soluzioni creative a crisi sempre nuove, i somali hanno sviluppato anche la famigerata attività di pirateria che da tempo ha impensierito il mondo e mobilitato le marine di molti paesi. I pirati somali sono gente di mare e negli anni si sono specializzati per sfuggire all’enorme pressione militare internazionale, anche se la fantasia può poco contro una tale superiorità di mezzi e di uomini. Dal loro punto di vista i pirati si sentono nel giusto e godono del sostegno delle città nelle quali si concentra la loro attività, non solo perché portano denaro.

Il problema degli abitanti delle coste somale è che un tempo vivevano di pesca e di mare, ma da quando è evaporato il governo le acque somale in alto mare sono incustodite e quindi arate dalle grandi flotte da pesca industriali e i fondali, anche in prossimità delle coste, avvelenati da ormai vent’anni di scarichi abusivi di rifiuti industriali nelle sue acque. Nelle città somale di mare sono frequenti e diffuse le peggiori patologie notoriamente provocate da sostanze pericolose, che in Somalia non sono mai state prodotte o commerciate.

Nonostante le leggi internazionali che regolano la pesca e quelle che vietano categoricamente l’esportazione di rifiuti dai paesi industrializzati, nessuna tra le tante cancellerie preoccupate per Somalia ha mai pensato di usare le flotte per far rispettare leggi e divieti. Dal punto di vista dei pescatori somali rimasti disoccupati e dei somali in generale, il sequestro delle navi è una necessità imposta dalle circostanze, tanto che trattano la questione in maniera abbastanza professionale, senza indulgere in comportamenti sanguinari o violenze sugli equipaggi che detengono in ostaggio, spesso per mesi.

La mitica comunità internazionale non ne viene a capo ed è incapace di articolare un intervento in Somalia diverso dallo sparare o da armare qualcuno che spari al posto suo e si fa punto d’ignorare ogni critica a all’impiego dello strumento militare.

Coerentemente l’ultima trovata è l’idea di autorizzare le forze internazionali a svolgere operazioni internazionali contro i pirati anche sul suolo somalo, nient’altro che un’escalation militare. Secondo indiscrezioni raccolte da Der Spiegel parla di bombardamenti “permessi” fino a due chilometri nell’interno e di colpire barche, serbatoi e stazioni radio. Azioni che di solito sono definite atti di guerra e del tutto incongrue in una situazione del genere e non solo perché facilmente contrastabili ospitando gli ostaggi stranieri nei pressi degli obbiettivi d’elezione.

I pirati non possono essere processati dalle autorità di altri paesi, per un evidente difetto di giurisdizione , paesi che peraltro non si vogliono assumere l’onere politico ed economico di una soluzione del genere, che anche quando è stata tentata si è rivelata scarsamente efficace e incredibilmente laboriosa. Per questo quasi sempre quando sono catturati, sono poi subito riaccompagnati sulle rive somale e lasciati andare, perché non c’è nessuna autorità locale in grado di perseguirli o detenerli.

La delicatezza delle norme e delle questioni in gioco dal punto di vista della legalità internazionale è enorme e quindi nel caso della Somalia di solito si risolve per tradire lo spirito di queste norme cercando più o meno di rispettare le forme, tanto se va male non si lamenta nessuno e nessuno denuncerà mai uno dei paesi impegnati in queste operazioni presso i fori internazionali per l’uccisione di qualche somalo, non è successo nemmeno per centomila morti alla volta.

Difficilmente si assisterà a sbarchi di truppe occidentali di terra, a meno dell’azzardo di qualche governo in cerca di gloria e di rogne, sia per il rischio di pregiudicare la salute degli ostaggi che per quello di essere accolti e contrastati da nessuno allo sbarco e diventare presto il bersaglio di tutti, perché quasi tutti i somali sono armati e abituati a difendersi dalle minacce sparando o non impegnandosi in combattimento aperto in condizione di manifesta inferiorità, come insegnano gli esempi della tragica missione Restore Hope (per gli italiani “missione Ibis”), l’esito fallimentare dell’invasione etiope su procura di Washington e tutti gli interventi operati nel paese dai peacekeeper dell’Unione Africana. I somali di guerra se ne intendono, non hanno che quella da due decenni.

I bombardamenti saranno allora effettuati tutti con cura e cercando di evitare vittime e pare che si stia pensando di privilegiare l’uso dei cannoni degli elicotteri, perché operati a vista e perché minimizzano il rischio di danni collaterali. Almeno fino a che qualche somalo più svelto non tirerà giù il primo elicottero impegnato a cannoneggiare le barche ormeggiate in porto o si deciderà di usare gli ostaggi come scudi umani a garanzia dell’immunità.

Non sfugga che con una frazione della spesa affrontata negli ultimi anni per contrastare il fenomeno e con qualche severo provvedimento contro la pesca industriale pirata e lo sversamento dei rifiuti tossici, si sarebbe potuta conservare la salute e la redditività delle acque somale, oltre a provvedere le popolazioni coinvolte di un welfare principesco, ma non ci ha pensato nessuno tra quelli che hanno impiegato quelle risorse.

Il presidente somalo Farole, che deve la sua posizione alla benevolenza di quei paesi che da vent’anni cercano d’imporre in Somalia  un governo con precise caratteristiche richieste dall’Occidente, si è detto d’accordo, anche perché non può fare diversamente non esercitando alcuna autorità sui pirati. Niente di nuovo dalla Somalia e dintorni.

Pubblicato in Giornalettismo

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