Il governo Monti è solo una parentesi

Posted on 23 marzo 2012

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Ripubblico questo post di novembre, ché è sfuggito al back-up del vecchio blog
14 novembre 2011

Silvio Berlusconi non è caduto per un complotto, non è caduto per colpa della crisi economica e nemmeno per una sfortunata congiunzione astrale. Silvio Berlusconi è caduto perché ha perso la fiducia di chi lo sosteneva confermandosi incapace di governare. Era già un leader con la patente d’incapace, aveva dato cattiva prova di governo nella sua prima breve esperienza all’esordio nel ’94, ma i due governi in cinque anni fino al 2006 avevano tolto ogni dubbio sia agli alleati che agli avversari, tanto che perse con Prodi nonostante la legge “porcata” tagliata su misura per favorire la coalizione di destra e nonostante la solita supremazia mediatica. Mai domo gridò ai brogli inesistenti e cominciò a martellare il governo Prodi, un’armata Brancaleone fin da subito in apnea con una maggioranza risicatissima e quando ormai anche AN sembrava volersi smarcare dallo sdoganatore, sventolò davanti agli occhi dei suoi colonnelli il miraggio del partito unico, una preda succosa per chi pensava di fare la festa a un leader bollito e di ritrovarsi alla guida di una destra maggioritaria.
Fini non è mai stato un leader, il suo spirito gregario e la sua mancanza di visione gli hanno impedito i cogliere l’ovvio, ovvero che gli anni a venire avrebbero visto la minoranza di AN inglobata nel blob berlusconiano e non viceversa. L’oro degli sciocchi, lo stesso che è stato venduto agli elettori della Lega e di Forza Italia più e più volte durante l’era berlusconiana. Cade Prodi e Berlusconi ottiene una mostruosa maggioranza parlamentare alle elezioni del 2008, ancora grazie alla legge-porcata che il governo Prodi non aveva avuto la forza e la voglia di cancellare e anche al disimpegno tattico ed emotivo di parte dell’elettorato di sinistra.
Delusione che tra l’altro ha portato all’estinzione di Rifondazione Comunista in parlamento. Evento che dovrebbe aver segnalato ai cacciatori d’elettorato centrista che c’è una buona percentuale di elettori di sinistra che reagisce male al superamento di certi limiti. Una vittoria schiacciante, che dice anche che l’elettorato di destra non ha avuto alcuna difficoltà a dimenticare l’evidente fallimento pregresso ed è tornata a puntare sullo stesso cavallo rotto, nonostante ormai fosse chiaro a chiunque che genere di ronzino fosse e quanto risultasse inguardabile agli occhi della stessa destra europea. Un elettorato ad immagine e somiglianza di Silvio, al quale è disposto a perdonare qualsiasi cosa, dai reati più comuni alla corruzione, alle truffe e alle malversazioni più sofisticate che fanno sparire miliardi. Un elettorato che non si può dimettere e nemmeno sperare di rieducare, una moderna cultura di destra nel nostro paese si trova a tratti nel centrosinistra, se si farà mai largo tra le masse berlusconizzate è una previsione che nessuno può azzardare e forse neppure sperare, ancora meno se le televisioni e i giornali non saranno liberati dal suo controllo e dal regime servile imposto, anche in RAI, persino alle trasmissioni dedicate all’intrattenimento.
Date queste premesse la nuova legislatura non poteva finire diversamente, l’elenco dei ministri e dei sottosegretari uscenti è da B-movie e riflette la geografia della maggioranza, ci sono ex craxiani, ex mussoliniani, ex ragazze di belle speranze e gli attuali avvocati del premier, di competenti quasi nessuno, al limite o oltre l’impresentabile più della metà. Sospettabili di avere a cuore l’interesse generale non ce ne sono proprio. Un’ armata di freak, scelta malamente tra la massa di marioli, faccendieri e scosciate che negli anni hanno cercato la sua benevolenza e la sua protezione, come una volta si cercava la protezione del principe offrendo fedeltà in cambio di onori o ricchezze, altrimenti irraggiungibili per meriti propri. Un metodo di selezione della classe dirigente tra i meno efficienti, ma che soprattutto esclude quasi matematicamente che in un ambiente del genere possa germogliare qualche attenzione per l’interesse pubblico o il paese. Enon solo perché l’esempio che viene dall’alto è oltre quanto si sia mai visto prima per arroganza, volgarità ed evidente disprezzo dei doveri d’ufficio.

Forte di questa maggioranza Berlusconi ha continuato a perseguire esclusivamente i propri interessi, affidando di fatto il governo del paese al ministro Tremonti, uno che qualche anno fa suggeriva agli italiani d’ipotecare le case già pagate per indebitarsi al fine di comprare non si sa cosa per rilanciare i consumi e che poi con la stessa disinvoltura si è proposto nei panni di Robin Hood contro la finanza cattiva. Il gran maestro dei condoni, il commercialista che con i suoi sgravi ha riempito intere zone del paese di capannoni vuoti, non è l’ometto migliore da immaginare in solitudine alla guida di un grande paese nel bel mezzo della peggiore crisi finanziaria di sempre e i risultati si sono visti. Anche perché poi non è che i colleghi ne capissero molto di più. Pisapia non ha conquistato il feudo di Milano perché sostenuto dal complotto dei banchieri, ma perché anche a Milano la qualità del personale politico del centrodestra era raccapricciante, il caso Prosperini non è stato un’eccezione, il figlio del sindaco con la casa di Batman abusiva e gli scandali clamorosi scoppiati attorno a Formigoni, hanno parlato da soli ai milanesi, non ci sono stati di suggerimenti o ingerenze dall’estero.

Berlusconi è caduto perché il suo governo è stato un fallimento epocale su tutta la linea, perché nel giro di qualche anno ha tramutato il consenso delle categorie che lo avevano sostenuto in aperta ostilità, perché tra la gentaglia che ha portato in parlamento non c’era nessuno che lo potesse o volesse aiutare ad essere qualcosa di diverso o anche solo a darsi un contegno, ma soprattutto perché non ha governato, limitandosi a qualche sporadica esibizione di pessimo gusto tra un bunga bunga e l’altro. Il grande venditore, già agli esordi in difficoltà per lo scoppio della crisi e il cambio della guardia alla Casa Bianca, haallungato il brodo fin da subito, nascondendosi dietro una tragedia. La campagna pubblicitaria con la quale ha sciacallato i terremotati aquilani resta una pagina senza confronti nella storia repubblicana. Oggi sappiamo per di più che, coperti dallo show planetario allestito a spese nostre e degli aquilani, erano già all’opera fan e complici del suo governo, pronti ad usare l’emergenza per fare buchi nei bilanci pubblici e depredarli. Squali evidentemente abituati a “fare impresa” così, fidando sulla corruzione di funzionari e politici e accogliendo le disgrazie con grasse risate.

Il resto è stato inevitabile e la grande maggioranza in parlamento si è presto rivelata solo una licenza di oltrepassare i limiti e le tutele che ancora gli erano stati posti nella prima legislatura, al più lo strumento utile a risolvere oscure parentele di minorenni marocchine con il dittatore egiziano. Il risultato è sotto gli occhi di tutti, oggi Berlusconi è un paria internazionale e in patria non sta meglio. Già più di un anno fa gli hanno chiesto pubblicamente d’andarsene persino la chiesa e Confindustria, pilastri e complici ipocriti del suo consenso, consenso che non è mai stato così basso. Ormai in confusione è stato abbandonato da Fini, con il quale ha aperto una guerra senza quartiere affidata a Lavitola. Graziato in quel frangente da Napolitano, che ha le sue responsabilità per avergli dato tempo e ossigeno in quel frangente, è stato in grado di conservare la maggioranza parlamentare solo ricorrendo alla corruzione di un gruppo di parlamentari eletti nelle fila dell’opposizione grazie alla cooptazione di segretari di partito distratti.

Altri freak presto ricompensati a spese della collettività o mandati a ricoprire incarichi per i quali erano più che inadatti. La manovra gli ha concesso respiro fino all’estate, quando le reazioni italiane alle primavere arabe e il carosello d’ipotesi sulle misure anticirisi hanno definitivamente incenerito ogni residua credibilità del suo esecutivo.Sembrava la fiera del dilettante, ogni giorno si dava per approvato un provvedimento che il giorno successivo veniva ritirato perché sgradito a qualcuno o più spesso perché si rivelava un disastro o si scopriva che avrebbe prodotto conseguenze terrificanti per nulla considerate dai suoi astuti propugnatori. Storia recente, ma pure questa è già dimenticata da chi si diletta con le dietrologie. Arrivati ad agosto Silvio Berlusconi era già un problema per l’Europa e anche per l’alleanza atlantica, che allo scoppio della primavera araba ha dovuto sopportare l’ondivago Frattini e l’esasperante lentezza con la quale l’Italia ha buttato a mare gli amici dittatori mettendosi in urto con i partner europei più attivi e reattivi, soprattutto a causa dell’amicizia personale tra Berlusconi e Gheddafi.

Per non dire di quanto poco allineata all’Europa sia la politica d’acritica amicizia di Silvio Berlusconi con governi dalla pessima reputazione come quelli di Putin, di Netanyahu e di alcuni dittatori, che spesso ha costretto la nostra diplomazia a voltafaccia e dissociazioni imbarazzanti, ancora di più perché animate dall’interesse esclusivo del premier. Non è possibile negare questa clamorosa crisi di legittimità e di consenso per Berlusconi e cercare di spiegare la sua caduta con l’intervento di entità oscure o semplicemente con il rovescio economico, senza farsene complici. Non solo perché ipotesi del genere sono le stesse con le quali il leggendario vittimismo berlusconiano ha subito iniziato a travestirsi, ma anche perché si tratta d’ipotesi infondate, vecchi refrain del nazifascismo che la destra rispolvera ad ogni disastro per giustificare i peggiori fallimenti.

Narrazioni ignoranti, propaganda sempre uguale, con la quale in passato spesso la destra è riuscita a trasformare il dolore per le crisi che ha provocato in furia cieca contro nemici del popolo dai quali offriva protezione. Così è tornato di moda il caro vecchio complotto demoplutogiudaico e massonico. Non che non fosse prevedibile, già anni fa avvertivo i simpatici interlocutori filoisraeliani che proseguendo per la china berlusconiana la storia sarebbe tornata a passare per gli incroci tragici del passato, ma anche in quel campo da tempo dominano l’ignoranza e l’arroganza, anche lì s’è persa la memoria storica e con essa la capacità di pesare il valore di scelte politiche opportunistiche, ma destinate inevitabilmente a rivelarsi tragiche sul lungo periodo.

Evidentemente si tratta di fenomeni che trascendono la destra e la sinistra come i confini nazionali. Un intreccio perverso tra mancanza di memoria e capacità di discernimento è l’handicap più evidente che si può imputare alla politica del nuovo millennio. Ovunque la cultura regredisce, ovunque la memoria dei secoli o dei decenni passati è sistematicamente ignorata, omessa, schifata da intere generazioni educate al culto del consumo a tal punto da pensare che agli evidenti problemi sistemici si possa mettere rimedio individualmente e collettivamente semplicemente cambiando il tipo e la misura del consumo. È chiaro che sia nell’interesse degli attuali detentori del potere economico e politico soffocare o deviare qualsiasi tentazione d’opporsi a quella caricatura del liberismo irresponsabile che si è andata affermando nel mondo dai tempi di Reagan in poi. Ed è altrettanto chiaro che ogni ipotesi che allontani dall’analisi del sistema e dei suoi limiti sia per questo benvenuta.

Quella che Lasch definiva già negli anni ’70 come la “ribellione delle élite” è oggi diventata l’anarchia della classe dirigente, che continua come sempre a invocare ordine tra gli inferiori pur difendendo i privilegi e le leggi che creano spazi nei quali è possibile perseguire il profitto con mezzi discutibili e spesso illeciti senza subire conseguenze, senza che sia prevista per gli attori la minima assunzione di responsabilità economica, sociale o penale. Non deve quindi stupire la rievocazione del complotto pippoplutogiudaico e non deve stupire che sia immediatamente presa per buona da certi media e da berlusconiani e leghisti, ma anche da altri che su queste baggianate fondano da anni la loro azione politica. Da Beppe Grillo fino ai rossobruni che oggi si spendono in spericolate eulogie di Berlusconi, nelle quali diventa un martire dell’antimperialismo da affiancare a Mussolini e a Gheddafi nella galleria dei benemeriti difensori del popolo dalla voracità delle banche, dei massoni, dei perfidi angli e degli altrettanto perfidi ebrei.

Che l’uomo più ricco del paese, il migliore alleato d’Israele e uno così massone da voler essere sepolto in un mausoleo massonico, possa passare per la vittima di una congiura dei ricchi massoni ed ebrei che dominano il mondo farebbe anche sorridere, se non fosse che c’è pure chi risponde seriamente a queste obiezioni fantasticando di lotte intestine, nelle quali la fazione berlusconiana avrebbe avuto la peggio. Inutile notare che in questo caso tutta la ricostruzione assumerebbe significati e colori diversi, ma altrettanto inverosimili, la coerenza non è merce che interessi a chi sparge questa roba più di quanto possa interessare a un Ferrara o a un Sallusti, che sul treno del complotto pippoplutogiudaico ci sono saltati di corsa in mancanza di meglio,

Poco importa che Berlusconi si sia dimesso quando chiunque altro al suo posto sarebbe già stato cacciato da anni, poco importano le sue credenziali massoniche scolpite nella pietra del mausoleo di Arcore, poco importa che Berlusconi abbia governato indisturbato per anni proprio grazie al sostegno di chi oggi è accusato di tramare alle sue spalle. L’uomo che ha portato l’Italia al seguito di Bush in tutte le guerre, l’uomo che ha giustificato le stragi in Cecenia e blandito ogni dittatore e ogni oppressore dell’età moderna, l’uomo che ha fatto stracci delle leggi di qualsiasi rispetto per l’altro, oggi per alcuni è una vittima di un complotto.
Il nostro paese non sguazzerebbe nel guano per la crisi della sua classe dirigente o per il suo essere profondamente corrotto, Berlusconi non sarebbe altro che un paladino del popolo azzoppato dai cattivi banchieri. Un po’ poco per lenire la delusione di alcuni, forse non basteranno i deliri su UFO e complotti a far dimenticare all’elettorato leghista la triste parabola che ha portato i suoi eroi da “Roma ladrona” allo stipendio da dodicimila al mese per il Trota, fresco di maturità conquistata in appena otto anni. Ci vuole qualcosa di più, anche se per il momento fa brodo anche il complotto dei banchieri. Qui devo aprire, anche se malvolentieri, il baule dei ricordi personali. Il primo weekend di giugno del 2004 l’ho passato a Stresa.
Quei tre giorni li ho trascorsi prima a osservare l’incontro del gruppo Bilderberg e poi nel partecipare alla (forse) prima manifestazione di protesta della storia già allora cinquantennale del gruppo, sicuramente alla prima nel nostro paese. Non fu una manifestazione epocale, quello che all’epoca rimaneva dei movimenti si ritrovava nello stesso tempo a Roma dov’era atteso Bush e nella vicina Svizzera si teneva una manifestazione di solidarietà per l’arresto di un noto esponente anarchico. Alla finer eravamo in un una ventina di persone con un paio di striscioni.
Già da molti anni prima i movimenti altermondisti avevano individuato nell’attivismo transnazionale della finanza una causa eversiva della quiete planetaria e una minaccia sistemica all’ambiente come alla dignità e alle condizioni vita dei cittadini ovunque nel mondo. Il gruppo Bilderberg rappresentava e rappresenta un momento d’incontro organizzato dall’aristocrazia capitalista atlantica nel quale s’incontra una selezione di potenti senza uguali. Un incontro lungo e riservato nel quale si ritrovano invitati di volta in volta esponenti politici delle potenze economiche ed industriali, rappresentanti dei maggiori patrimoni, dei principali media e persino autorità di controllo e governo dell’economia come dovrebbero essere i direttori delle banche centrali e di altri pezzi sensibilissimi del sistema economico-finanziario.
Niente che non si veda già a Cernobbio o in occasioni simili, se non fosse per il livello di chi presenzia (molto superiore a quello di Cernobbio) e per la riservatezza che circonda gli incontri. Riservatezza che secondo gli organizzatori è funzionale solo alla franchezza con la quale gli ospiti sono chiamati ad esprimersi, liberi così di confrontarsi e di pronunciare ipotesi e valutazioni che mai si sognerebbero di esplicitare pubblicamente per rispetto alla propria funzione, opportunità politica o altri impedimenti simili. Una spiegazione che ha senso, ma che non è sufficiente a fugare l’inopportunità di incontri del genere, visto che la separazione dei poteri, che è uno pilastri di quelle che ci piace chiamare democrazie, si nutre di forma e di sostanza e visto anche che molti tra gli esclusi di pari livello da questo genere d’incontri potrebbero sentirsi ingiustamente svantaggiati.
Perché è indubbio che la partecipazione agli incontri del Gruppo Bilderberg sia riservata a persone di un certo livello, ma è altrettanto evidente che si tratta di esperienze che hanno favorito molte carriere. Da qui a pensare che il Bilderberg sia il governo occulto mondiale o qualcosa di simile, però ce ne passa parecchio, l’ipotesi non regge il vaglio della logica. Anche perché se si trattasse di qualcosa di più di un esercizio lobbista attraverso il quale quattro grandi dinastie mercantili, Rothschild, Rockefeller, Agnelli e Orange coltivano e proteggono uno status di privilegio e supremazia che affonda le sue radici nella storia del capitalismo atlantico, il Gruppo sarebbe da tempo soggetto di attenzioni diverse da quelle dei folli ossessionati dal complotto ebraico.
Quei giorni di giugno trascorsi sul lungolago a Stresa sono stati una delle esperienze attraverso le quali ho potuto toccare con mano il funzionamento dell’informazione nel nostro paese. L’annunciata protesta aveva attirato l’attenzione pur modesta della stampa, sul posto ho potuto censire un giornalista e un fotografo della Prealpina, di due giornalisti economici di La Repubblica e Corriere della Sera e una giornalista di ANSA e Daniel Estulin, un freelance destinato a raccogliere il testimone di Tony Gosling, un americano con qualche fissa religiosa che con il Bilderberg era ed è in guerra e che all’epoca era l’autore del più ricco database d’informazioni sul gruppo disponibile in rete. Non molto, dentro c’era di meglio, da Luigi Caracciolo a Gianni Riotta, fino al boss del Washington Post, tutta gente però tenuta all’impegno del riserbo, a tal punto che i loro colleghi fino a qualche ora prima erano all’oscuro di cosa fosse il Gruppo e dell’esistenza stessa dell’evento. Ancora più stupiti nel toccarne la qualità e registrare l’impossibilità di saperne di più di quanto gli raccontasse Estulin o si potesse dedurre da Indymedia.
Le anomalie non finiscono qui, perché nonostante un dispositivo di sicurezza imponente compresso e nascosto fuori vista, non si notava alcuno dei tipici spiegamenti di sicurezza tanto popolari all’epoca. Un paio di poliziotti davanti all’albergo per la maggior parte del tempo, a volte neppure quelli,gli ospiti che uscivano senza scorta o protezione e attraversavano la strada per andare al pontile o a visitare la piccola cittadina, anche personalità ad alto rischio come Henry Kissinger. Non trattandosi di star televisive sono passate per lo più inosservate, anche perché i turisti mitteleuropei in vacanza non hanno visto  la loro routine turbata da perquisizioni o interruzioni di strade, niente di niente di quello che era propinato all’epoca nel menù “sicurezza” alle cittadinanze.
Solo in presenza della protesta autorizzata a una discreta distanza si è visto un modesto cordone ad interrompere per qualche minuto il passeggio. Protesta autorizzata  quando comunque i partecipanti erano in gita alle isole Borromee, ospiti di Lavinia Borromeo, pupilla della nobile dinastia che possiede le isole e del futuro marito John Elkann, che a Stresa rappresentava per la prima volta gli Agnelli. Che ha così approfittato al massimo del vantaggio di giocare in casa per mostrare insieme alla fidanzata e futura moglie che lo status della famiglia non era uscito indebolito dai lutti che avevano colpito la dinastia, che poteva comunque contare su una solita alternativa all’incubo Lapo, già famigerato all’epoca.
La Prealpina seguì l’evento con il taglio “guarda che bella gente va a Stresa”, abbondanza di foto e focus sulla storia d’amore tra i rampolli delle due dinastie, tanto che i lettori locali probabilmente presero il tutto per una festa di fidanzamento. Repubblica e Corriere sbrigarono la faccenda con un trafiletto a testa, ugualmente annegato nelle pagine economiche, l’Ansa poche righe e l’elenco dei partecipanti, che da allora il Gruppo ha deciso di distribuire alla stampa a ogni incontro. La barriera a protezione della riservatezza aveva quasi tenuto, anche se poi a distanza di anni è divenuta la causa scatenante di un’attenzione morbosa.
In seguito con me si arrabbiò moltissimo Riotta, che si disse seguito, fotografato (qui accanto) e spiato e tuttavia non impaurito, come non aveva avuto paura quando era finito del mirino delle BR. Bum. Sul suo forum nel sito del Corriere pubblicò insieme a baggianate del genere e a virgolettati taroccati, parecchi commenti dei lettori molto offensivi nei miei confronti. Tutta gente che pur non avendo la più pallida idea di chi fossi si era accodata a Riotta, che poi si esibì pure nel numero del generoso Voltaire in difesa della libertà d’espressione d’Indymedia, persino della libertà di scrivere sconcezze contro di lui.
Io per mia parte, dopo che ai miei tentativi di risposta aveva opposto un muro continuando imperterrito per giorni, mi esibii in una diffida al Corriere e il flame si esaurì, anche perché di lì a poco il forum di Riotta chiuse definitivamente. Il povero Riotta però non ce l’aveva per la cronaca del Bilderberg, reagì malamente a una innocente presa in giro di quel suo vizietto di decorare con la scritta “da Washington” gli articoli che scriveva risiedendo in Italia. La scrittà sparì subito, rimpiazzata prima da un indirizzo mail @rcsnewyork (o simile) e poi, dopo ulteriori lazzi e sberleffi, dalla mail @corriere.it, come per tutti gli altri giornalisti del Corriere. Son ragazzi e sono schiocchezze, anche se ancora oggi incrociando Riotta in rete mi pare di percepire da parte sua un’ostilità che per parte mia non ho mai condiviso, nemmeno quando mi ha effettivamente irritato sono arrivato a valutarlo più fastidioso  o malvagio di altri molesti incontrati in rete.
Di sicuro bambocciate del genere sono poco compatibili con l’ipotesi di un Bilderberg come onnipotente struttura mafiosa Il cambio d’atteggiamento e la maggiore apertura del Gruppo all’esterno non hanno però fugato le ombre, tanto che da allora quasi tutti gli incontri del gruppo sono stati bersaglio di proteste di varia estrazione ed origine e non sono stati sufficienti ad evitare che oggi il Gruppo Bilderberg sia indicato come un’entità diabolica ed onnipotente che regge i destini del mondo oggi più di ieri Una stronzata (cit. Frankurt) autoevidente per molti, per altri un tassello fondamentale di culti cospirazionisti che riducono ad assurda macchietta le terribili complessità dell’economia e della politica.
Poco importa ad esempio che a quell’edizione del Bilderberg insieme a Monti fosse presente Melinda Gates e che Monti sia stato il promotore di una pesantissima sanzione a Microsoft quando è stato Commissario Europeo alla concorrenza, dev’essere stato un espediente della setta per dissimulare o forse la punizione per quell’eroico ribelle e paladino del dissenso e nemico delle corporation che è Bill Gates. Per chi ritiene che la storia sia un processo senza soggetto si tratta d’ipotesi irricevibili, fumisterie populiste che infatti oggi sono state subito abbracciate dalla maggioranza di destra per camuffare e giustificare il suo fallimento con l’intervento dei tradizionali banchieri malvagi, onnipotenti e preferibilmente ebrei. Lo stesso destino del Bilderberg è toccato a Goldman Sachs, chiamata in causa dopo che già si era rivelata l’epicentro della grande crisi economica.
Che Goldman Sachs sia il male, un cancro della finanza internazionale e un’istituzione fuori scala e fuori controllo è stato certificato dalla dichiarazione di too big to fail da parte del governo statunitense, che così ha dato a Goldman e a poche altre istituzioni licenza d’uccidere, creando uno status riservato per il quale alcune istituzioni finanziarie private possono commettere qualsiasi follia e prendere qualsiasi rischio, perché tanto Goldman non può fallire e perché comunque opera in uno stato d’anarchia garantito da un sistema nel quale controllore, controllati, legislatori e persino i commentatori del gioco sono le stesse persone e portatori degli stessi interessi.
Addio checks and balances, di fronte a una commistione del genere non c’è espediente istituzionale che tenga. E tutti gli altri a subire, dal parco buoi periodicamente decimato senza conseguenze, fino a quelli che erano ricchi e poi hanno affidato i loro patrimoni a certe allegre gestioni, che quando è arrivata la crisi hanno mostrato le loro qualità e i loro limiti. Gli inganni di Goldman e sorelle, accertati ai danni dei rispettivi clienti e dello stato, non sono di natura diversa da quelli del recordman dei truffatori, quel Madoff che da solo ha incenerito una cinquantina di miliardi di dollari dei suoi clienti, molto di più dei “sacrifici” che dovrebbe ora affrontare il nostro paese per essere considerato bravo. L’impresa di Bernie Madoff resterà nella memoria.
madoffnypost.jpga lungo, non solo per le dimensioni della truffa, ma soprattutto per aver offerto la dimostrazione del fatto che persino le efficientissime (in teoria) norme e i controlli che regolano la finanza statunitense sono carta straccia. Il fatto che Madoff abbia agito in relativa solitudine è dimostrato dalla dura condanna penale che ha già subito. Una rarità di questi tempi perché negli Stati Uniti nonostante la dimensione e l’estensione dei fallimenti e nonostante la gravità dei comportamenti non c’è stata nessuna ecatombe giudiziaria. tanto che al colmo dell’indignazione popolare hanno faticato persino a ridurre i premi dei manager che avevano portato i giganti della finanza al fallimento. A sottrarre Madoff al Pantheon del big complotto, che gli spettava quasi di diritto in quanto banchiere e in quanto ebreo, non è stato però il suo modus operandi quanto il fatto che abbia avuto il cattivo gusto di truffare per primi proprio i correligionari, approfittando della rete di relazioni della comunità ebraica statunitense per divenire il fiduciario delle famiglie e delle organizzazioni più importanti.
Tutta gente rovinata e oggi il nome di Madoff è maledetto a Gerusalemme come a New York, decisamente inadatto come protagonista del tradizionale big complotto. La crisi economica è la crisi del capitalismo americano, che però è sopravvissuto all’orrendo schianto grazie a una poderosa iniezione di denaro pubblico e a un sostanziale e ulteriore rilassamento delle regole, che ha trasformato molte banche e finanziarie statunitensi in zombie che si spera tornino alla vita quando prima o poi tornerà la mitica ripresa economica. Ma che intanto conservano tra le pieghe dei bilanci i debiti spaventosi registrati all’indomani della crisi e mai più sanati, quando non insanabili.

Non che tutte le grandi banche europee e di altri paesi siano immuni dal fenomeno, ma lo spaventoso buco con la finanza intorno ha il suo centro a Wall Street. Gli Stati Uniti non sono riusciti a rimediare al disastro, il Congresso e i maggiori partiti sono regolati sulle esigenze della finanza statunitense e il sistema non è stato finora in grado di auto riformarsi, gli americani continuano a prestare soldi a costo zero alle loro banche che preferiscono prestarli a titolo oneroso al Tesoro chiudendo il cerchio senza rischi o giocarli in acquisizioni di concorrenti caduti a prezzo di fallimento, Acquisizioni che amplificano ancora di più la concentrazione e la dimensione degli operatori del settore e allontanano l’ipotesi di quelle riforme che comunque, a parole, tutti dicono necessari per evitare l’identico ripetersi del disastro o il suo peggioramento. Inutile dire che poi la mitica ripresa non arriva, perché la pioggia di denaro pubblico non giunge a finanziare le attività produttive o i consumi. Sembra proprio che solo una ripresa di carta possa riparare l’implosione dell’economia di carta e che chi l’ha fatta deflagrare sia stato incaricato di farla ripartire come prima e più di prima e non è l’unico paradosso di un sistema malatissimo.

Al recupero delle perdite grazie ad operazioni spericolate è sicuramente intitolata la speculazione ai danni dell’Europa e della sua moneta, di chiara matrice statunitense. Fin dalla nascita dell’euro è stata evidente una corrente di propaganda che ha dipinto la moneta unica come la fonte di tutti i mali, a tratti uno strumento di dominio, a tratti un’operazione presuntuosa destinata a uno schianto inevitabile. L’euro ha dieci anni e una veloce occhiata ai cambi con il dollaro e con la sterlina in questo lasso temporale, ci parla invece di un deciso deprezzamento delle due monete rispetto all’euro.

Il fatto che si parli abbastanza ossessivamente e a vanvera di una crisi dell’euro da sempre, fa sorgere il sospetto che oltre gli euroscettici ci siano parecchi che parlano d’euro per non parlare di dollaro, che dalla crisi americana non è ancora uscito e che già vede minacciato proprio dall’euro il suo primato come moneta internazionale di scambio. È anche bene osservare che l’economia europea appare nel complesso molto più vitale e solida se paragonata a quella degli Stati Uniti e che la stessa dimensione dell’economia europea supererà quella degli Stati Uniti al termine del processo d’integrazione.

Processo gli Stati Uniti hanno sempre cercato d’ostacolare senza sembrare troppo aggressivi, perfettamente coscienti del vantaggio rappresentato dall’essere in cima alla classifica delle potenze economiche e per nulla contenti di essere superati di slancioda Cina ed Europa. Dell’intrinseca debolezza americana sono perfettamente a conoscenza i leader e i banchieri europei, che dal crollo di Wall Street hanno rischiato di essere travolti e che non sono senza colpe, visto che hanno spianato anche loro la strada a diversi abusi, quando non sono stati protagonisti di primo piano della grande implosione. Il confronto ha luogo attraverso i terminali che producono transazioni finanziarie, nelle redazioni dei media incaricati di sostenere lo spin giusto e tra politici che oltre a mantenere un ambiente lgislativo favorevole alle grandi concentrazioni devono mostrarsi amici ed alleati e curare anche altre faccende, tra le quali le loro carriere e il consenso popolare. Il conflitto attraversa le frontiere nazionali ed ideologiche e persino i confini tra l’alto e il basso, tanto che le ricostruzioni e le ipotesi deliranti abbondano a livello accademico come nei discorsi da bar in maniera del tutto caotica e trasversale.

È in questo contesto storico ed economico che l’Italia si è trovata in balia del noto governo di cialtroni scelti fior da fiore da colui che fino a ieri controllava la maggioranza del parlamento, il sistema radiotelevisivo e molto altro. Poi è venuta la guerra con la Libia, è scoppiata la crisi della Grecia e ora che la speculazione si accanisce sull’Europa il nostro governo ha offerto mesi e mesi di spettacoli indecenti e incomprensibili, per i nostri partner europei come per il resto del mondo. Il presidente del consiglio italiano, che in teoria in situazioni del genere dovrebbe essere uno dei pilastri dell’Unione, pronto a gettare il prestigio e il peso dell’economia del suo paese sulla bilancia, era occupato in altro. Troppo occupato a proteggere la sua maggioranza parlamentare e il suo patrimonio per rendersi conto di non essere lo statista che si racconta e nemmeno la macchietta che ha fatto ridere i giornali di tutto il mondo per anni, ma di essere diventato -il- problema anche oltre i confini nazionali. Non ci è stato imposto dal governo dei perfidi banchieri di separare questo paese dall’immagine di Silvio Berlusconi, lo ha imposto il logorarsi del suo consenso e lo ha chiesto tutto il paese a cominciare dai suoi alleati più importanti e dalla sua base di consenso.

Poi ce lo hanno chiesto anche gli altri governi europei preoccupati della deriva del nostro paese più che della salute dei nostri conti. L’italia è solvibile, su questo nessuno ha dubbi e i numeri lo confermano. Gli stessi numeri dicono che la Grecia, per quanto possa al contrario rivelarsi insolvibile e fallire malamente, è comunque uno dei paesi più poveri dell’Unione ed è anche piccolo. Il suo fallimento può essere evitato facilmente dai partner europei che hanno già trovato molti più soldi per salvare le banche o può compiersi senza pregiudicare le economie degli altri paesi o la tenuta del sistema. Tuttavia queste considerazioni non frenano la speculazione, che si nutre di sentimenti alimentati dagli spropositi degli euroscettici come del sentiment e dalla disinformazione diffusa da certi media, molti dei quali sono incapaci o impoossibilitati a puntare il dito in direzione della finanza e quindi seguono il branco nell’esposizione del capro espiatorio di turno.

Le dimissioni di Berlusconi non serviranno quindi a quietare magicamente i mercati, Monti dovrà costituire un governo e farlo agire in maniera da farlo apparire abbastanza autorevole e in controllo della situazione.

Un’impresa non facile, per la quale Monti non ha esperienza diretta anche se può contare sull’appoggio di Napolitano che di esperienza ne ha parecchia, ma che si annuncia da brividi. Perché anche se Monti fosse una pedina di Goldman Sachs alla conquista dell’Europa, non ha conquistato il potere e nemmeno avuto licenza d’uccidere. Una consolazione per chi teme la svendita del paese (che c’è già stata), ma anche un freno alle speranze di chi ha riposto in Monti  fiducia e soprattutto aspettative forse irrealistiche al pari di certi allarmi. Dovrà anzi vivere appeso a maggioranze mutevoli come solo possono essere i politici in campagna elettorale, perché il suo governo per quanto durerà non sarà altro che una reggenza temporanea durante la quale i partiti cercheranno il miglior posizionamento per le prossime elezioni, che comunque al massimo giungeranno tra un anno e mezzo.

Con questi limiti sarebbe difficile per chiunque far bene e il compito non gli sarà facilitato nemmeno dal dover seguire i suggerimenti delle letterine di cortesia che in questi ultimi tempi sono giunte dalla BCE e da altri prestigiosi indirizzi. Che è bene ricordare di tratta di poco più che segnali senza alcun potere vincolante che incitano semplicemente e migliorare l’aspetto dei bilanci. La BCE o altri non hanno il potere o l’interesse di decidere come, se l’Italia sistemasse i suoi bilanci rinunciando agli F-35 o vendendo le sue vergini pari sarebbe, anche se contro la rinuncia agli F-35 probabilmente ci sarebbero più pressioni internazionali che per l’ipotesi delle vergini.

Il problema per la BCE e per i mercati è che non c’era nessuno in carica capace di mettere mano ai bilanci in un senso o nell’altro, dallo scoppio agostano del putiferio ad oggi la montagna della politica non ha partorito nemmeno un topolino. Il Fondo Monetario Internazionale è ormai da anni una voce nel nulla, era lo strumento con il quale gli Stati Uniti e l’Occidente diffondevano la loro dottrina economica ai paesi in via di sviluppo, ma si tratta di uno strumento che non ha alcun potere sul nostro paese e nemmeno la capacità di soccorrerlo, visto che vive alimentato principalmente dagli stessi governi europei e americani. Ovviamente c’è chi ha strumentalizzato queste manifestazioni d’allarme fino a farne il perno di conclusioni estremamente fantasiose, alcune delle quali, se non altro, hanno contribuito a indebolire la resistenza berlusconiana.

Probabilmente Monti riuscirà a recuperare un’immagine minima di decenza al paese, ma tutto dipenderà dal sostegno che riceverà in parlamento, difficile quindi che s’assista a macellerie sociali epocali, anche perché il grosso del macello c’è già stato. Difficile peraltro che Monti nel poco tempo a disposizione possa dar vita a un miracolo italiano o sanare qualche ingiustizia sociale, soldi ce ne sono pochi e Monti è espressione della classe dirigente di questo paese, il che rappresenta il vero problema, altro che Goldman Sachs, che (p.s.) forse non tutti lo sanno, ha avuto a libro paga anche Gianni Letta durante l’ultimo governo Prodi. Monti è un prodotto della Bocconi, l’incubatoio privato della classe dirigente italiana, università che spicca soprattutto per la sua caratteristica di bacino dal quale sono cooptati i futuri dirigenti.

Monti è anche un cattolico che ha un chiaro posizionamento nell’area “moderata” che si ritrova attorno al Corriere della Sera, di cui è stato editorialista e alla linea di Confindustria, che ogni italiano ha potuto apprezzare per essere fallimentare e complice del disastro berlusconiano. Vale anche qui la considerazione orecchiata in rete per la quale ha un senso relativo lamentarsi del governo della Bocconi, essendo appena caduto quello del CEPU. Ma se la Bocconi è il meglio che possiamo permetterci, questo non vuol dire che in Bocconi ci sia quello di cui avrebbe bisogno il paese. Dalla Bocconi ad esempio è uscita anche Sara Tommasi, che dopo aver tentato la scalata ostile alla dirigenza delle Olgettine oggi spiega in un video( a pagamento e non per passione) la minaccia del big complotto e del signoraggio bancario, completamente nuda.

Il problema di Monti non sono quindi i suoi trascorsi in Goldman Sachs, ma il suo set d’idee e relazioni che solo pochi mesi fa lo hanno portato a scrivere  sul Corriere  cose come: “… le due importanti riforme dovute a Mariastella Gelmini e a Sergio Marchionne. Grazie alla loro determinazione, verrà un po’ ridotto l’handicap dell’Italia nel formare studenti, nel fare ricerca, nel fabbricare automobili“.

Parole che rivelano a mio avviso una profonda ignoranza del tema o malafede, perché nessuno può pensare che i tagli draconiani di Tremonti all’istruzione pubblica formeranno migliori studenti e in maggior numero e ancora meno può sostenere che Marchionne abbia risollevato la produzione automobilistica italiana, visto che ha solo chiuso fabbriche qui ed è andato a produrre negli Stati Uniti a basso costo, approfittando del fallimento di Chrysler e della disponibilità dei suoi dipendenti a lavorare per un tozzo di pane pur di non perdere il lavoro. “L’handicap dell’Italia nel fabbricare automobili” (???) Marchionne lo avrebbe risolto con il restyling dei vecchi modelli Chrysler trasformati nel Fiat Freemont e nelle Lancia Thema e Voyager, dei grandi investimenti annunciati non c’è traccia. Marchionne per ora in Italia ha semplicemente venduto la divisione veicoli industriali, rinunciato a produrre autobus e chiuso stabilimenti, oltre a uscire da Confindustria e a forzare il governo per minare la contrattazione collettiva.

A fronte di opinioni del genere non risultano peraltro attacchi rivolti al governo o motti d’indignazione per i continui scandali e nemmeno tirate contro la corruzione che dilaga tra la classe dirigente, Monti è uno che sa stare al suo posto. Monti è quindi sicuramente un personaggio immacolato, stimato e presentabile, ma al Corriere non si distingueva da professionisti della propaganda filogovernativa e conservatrice come Pierluigi Battista (Il primo della mia lista), occupato a scandalizzarsi per chi festeggiava la caduta del governo, ed altri colleghi, arrivando persino a tessere le lodi di Mariastella Gelmini. Il ministro più deriso e probabilmente scadente del governo uscente, lodata da Monti per quelli che unanimemente sono giudicati come pesanti tagli a tuttie l’istruzione pubblica.
Un’azione ben distante da quelle intraprese dal governo tedesco, tanto da far pensare che i numerosi riferimenti di Monti al modello di governo dell’economia di Berlino siano solo parte di una strategia di rassicurazione dei mercati e di quella parte dell’opinione pubblica che non vuole più sentir parlare di liberismo in salsa berlusconiana o americana. E questo ovviamente non è di buon auspicio, se non per l’élite di questo paese. Ancora più preoccupante è che Monti arrivi al governo perché di fatto un’alternativa al governo Berlusconi pronta per essere presentata al voto non c’è.
L’opposizione ha poche idee, ma confuse e una delle rare certezze è che non vuole andare a votare ora e con questa legge elettorale. Il fatto che non possa approfittare della legge porcata per eleggere una maggioranza massiccia e spazzare via gli orrori del berlusconismo, legge porcata compresa, la dice lunga sullo stato dell’opposizione e sulle reali intenzioni di molti dei suoi attori, che è bene ricordare non risolsero la questione del monopolio mediatico e del conflitto d’interessi nemmeno quando poterono in passato. Problemi che non potrà certo risolvere Monti, anche se la sua esperienza da Commissario europeo alla Concorrenza lo mette in condizione di capire e apprezzare l’utilità di un’Antitrust funzionante e della lotta alle posizioni dominanti in un settore come quello dei media, in parlamento non troverà mai i voti per riforme del genere.
Andrà già bene se riuscirà a mettere insieme un compromesso sulla legge elettorale che ci liberi dalla “porcata” di Calderoli e a sostituire Minzolini con qualche grigio corrierista. Il che ci riporta da capo perché, appurato che la presunta tutela straniera non è comunque tale da impedirci di continuare a farci del male, a questo punto riemerge e s’impone all’attenzione il problema rappresentato da Berlusconi, che si è dimesso, ma che non si è per niente ritirato dalla politica e continua a incombere sul futuro del paese e a controllare la gran parte dei media e a influenzare la macchina dello stato attraverso il personale che ha piazzato nei ruoli dirigenziali.
Alle prossime elezioni Berlusconi resterà comunque il fulcro di qualsiasi alleanza di centrodestra, perché non è pensabile che gli ex alleati rinuncino alla protezione e la supporto del suo impero mediatico. Da oggi alle elezioni lavorerà per affermare il suo status di vittima, del traditore Fini, della finanza internazionale, se serve anche degli UFO. Ha già cominciato a riscrivere il suo personaggio e non è escluso che si ricandidi. Così come non è escluso che vinca di nuovo, perché da oggi in poi tutta la destra farà campagna dimenticando di essere la responsabile di questa crisi terrificante e proponendosi come salvatrice del popolo da quelle sanguisughe dei banchieri che avranno loro imposto i sacrifici e “le tasse”.
Ancora oggi un quarto degli elettori voterebbe per lui, così almeno assicurano i sondaggi. Allo stesso modo la Lega che ora di distanzia e radicalizza localmente, proverà con il folklore e la retorica degli albori a rianimare il campanilismo nel cuore dei leghisti delusi, che sono quelli dell’elettorato che più di tutti oggi pensano che il progetto nel quale si sono riconosciuti sia fallito. Le promesse nelle quali hanno creduto sono state sistematicamente tradite, tutto va a rotoli e sono pure aumentati gli immigrati, per molti tra i leghisti ciò  vuol dire che il gruppo dirigente non è capace o si è venduto agli agi del potere.
Scommettere sulla tenuta di questa delusione o sulla migrazione del voto leghista verso altri lidi pare ancora azzardato. Tutti convergeranno come già in passato in un’alleanza obbligata nella quale il peso del potere berlusconiano residuo sarà determinante e nella quale non si sa ancora se faranno parte le altre schegge di centrodestra impazzite che vanno da Scilipoti a Fini, passando per Lombardo e Casini, destinate comunque ad essere attratte dai vantaggi offerti dall’alleanza con il pianeta berlusconiano. Figuracce planetarie, come quella che han portato la BBC a riferire la sua considerazione sul fatto che “German Chancellor Angela Merkel’s behind is not worth penetrating”, saranno sicuramente dimenticate o avranno poco rilievo, come già la terrificante figuraccia all’esordio della presidenza italiana dell’Unione, l’ormai leggendario scontro terminato con gli insulti gridati al deputato tedesco Schultz, non ha impedito la sua rielezione.
Ancora di meno peseranno se Berlusconi non si candiderà a leader del governo, imponendo una sua creatura o addirittura un suo discendente. L’ipotesi di Marina o Piersilvio Berlusconi candidati premier è agghiacciante, ma ancora di più lo è pensare che sia plausibile e praticabile nei fatti e che almeno la figlia potrebbe addirittura risultare vincente.
Piersilvio e Marina Berlusconi

Che Monti sia un novello Nosferatu o un potenziale salvatore della patria è quindi relativamente rilevante, perché quando vorrà approvare una decisione dovrà passare comunque il vaglio di Berlusconi e tenere conto delle esigenze elettorali di parte del resto dell’arco parlamentare. La vera partita politica è un’altra ed è già cominciata e non appare possibile che la destra all’unanimità decida di affrancarsi da Berlusconi e privarsi del suo sostegno. Una partita lunghissima e stressante, al termine della quale qualcuno resterà con il cerino in mano e non è detto che questo qualcuno sia Berlusconi, lui sì già sul campo a preparare la partita che verrà.

Per lui è già cominciata la campagna elettorale, che sembra intenzionato ad affrontare con entusiasmo cominciando prima degli avversari. Finalmente libero dai tediosi impegni istituzionali potrà ricaricarsi tra le braccia delle sue favorite e dedicarsi a organizzare la riscossa, a escogitare furbate e show mentre la sua personale macchina del fango martella implacabile gli avversari e i concorrenti si consumano in esercizi di responsabilità e in infinite trattative per decidere chi starà con chi e per fare cosa una volta chiusa la parentesi del governo Monti.

Berlusconi non ne ha bisogno, se non sarà più il re del centrodestra resterà comunque l’unico vero kingmaker sul mercato politico e da lui dovrà passare chi vorrà partecipare a una coalizione alternativa a quelle del centro-sinistira. Il berlusconismo non è morto, è ancora vivo e vitale ed è ancora una minaccia per questo paese e chi è preoccupato della sua sorte farebbe bene a tenerlo a mente, prima di mobilitarsi contro minacce apparenti e molto meno attuali o incombenti del vecchio Silvio e della sua corte dei miracoli.

Aggiornamento: a inizio di febbraio 2013, a una ventina di giorni dalle elezioni, va così: