Angola, la colonia che si compra il Portogallo

Posted on 29 febbraio 2012

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L’Angola è una delle realtà economicamente più dinamiche dell’Africa, ma Luanda è ancora lontana dal poter cantare vittoria. La traiettoria politica dell’Angola dalla decolonizzazione ad oggi è stata tormentata e sanguinosa e la democrazia non è dietro l’angolo.

Il paese è quattro volte più esteso dell’Italia e ospita una popolazione che non arriva ai venti milioni, che cresce anche grazie all’immigrazione attirata dallo sviluppo economico. L’Angola è un’antica colonia portoghese, tra gli ultimi paesi africani a vedere la fine del dominio coloniale diretto  e solo dopo che ne 1974 con la morte di Salazar è finita anche la sua dittatura fascista sul Portogallo. Il paese ha poi vissuto un periodo di guerra civile in piena guerra fredda, quando il paese fu invaso dalle truppe sudafricane a supporto dell’UNITA di Johnatan Sawimbi sostenuta dall’occidente, che vennero poi sconfitte dai soldati dello MPLA e soprattutto dalle truppe cubane che le appoggiavano in un impeto di solidarietà internazionalista, che s’iscriveva nel nel tentativo cubano d’esportare la rivoluzione in Africa.

Lo MPLA rappresentava all’epoca il più o meno legittimo governo angolano, essendo stato lo MPLA a dichiarare  l’indipendenza nel 1975, subito riconosciuta dal nuovo Portogallo democratico ed essendo il presidente eletto Agostinho Nieto anche il leader dello MPLA. A lui succederà il presidente Dos Santos, che com’è accaduto altrove da allora è rimasto sempre in carica. L’invasione sudafricana cominciò subito dopo la dichiarazione d’indipendenza nel 1975 e la pace definitiva tra i due paesi sarà siglata solo nel 1988, dopo tredici anni di conflitto sanguinoso. Il presidente Dos Santos, a quel punto è pronto per la conversione sulla via di Damasco e lo MPLA si trasforma in un partito favorevole al libero mercato, mentre il presidente strinse forti e cordiali rapporti con gli Stati Uniti, L’UE e il Portogallo, così buoni che una delle sue figlie sposerà un magnate portoghese.

La cosa non scoraggiò Sawimbi e l’UNITA, che rimasero sul piede di guerra ormai isolati e spiazzati, tanto che l’UNITA finirà all’indice all’ONU tra le organizzazioni terroristiche, ma capaci di resistere e di tenere il controllo del paese fino ai definitivi accordi di pace del 2002, anno dal quale parte di slancio il recente miracolo economico angolano. Per ironia della storia l’UNITA sarà sconfitta grazie ai mercenari arruolati proprio tra le forze speciali sudafricane che negli anni dell’apartheid avevano combattuto accanto all’UNITA. Mercenari sudafricani, armi procurate grazie alla Francia, come si scoprirà con lo scoppio dell’Angolagate, nonostante l’embargo ONU.

Oggi  non si può dire che ci sia la democrazia in Angola, ma si fa finta di sì e dopo i cinesi che hanno costruito le infrastrutture ora accorrono imprese e investitori, soprattutto da Portogallo e Brasile, realtà diverse, ma ugualmente legate dal sangue e dalla lingua. Dall’Angola i portoghesi esportarono milioni di schiavi verso il Brasile e in Angola si mescolarono alla popolazione locale, legittimando il meticciamento dei portoghesi con i coloniali come nessun’altra potenza coloniale. Basta pensare alle politiche segregazioniste nel vicino sudafricano o all’assoluta impermeabilità dei britannici alle culture e alle carni degli inferiori o ancora alla rigida separazione tra tutte le altre popolazioni coloniali europee dai nativi, per rendersi conto della peculiarità della colonizzazione portoghese in Africa, che al tramonto dello schiavismo reagì sposando il meticciato.

Oggi il Portogallo è in crisi, mentre Brasile ed Angola sono in pieno boom economico, per questo tra i tre paesi sono mutati i flussi dell’economia e i rapporti di forza. L’élite angolana investe volentieri in Portogallo e a Lisbona nessuno si straccia le vesti se nel 2001 Dos Santos ha detto che non si sarebbe presentato alle successive presidenziali e gli angolani le stanno ancora aspettando, mentre lui è presidente della repubblica, capo dell’esercito e dello MPLA. Essendo venuto a noia a molti angolani, è almeno dal 2010 che è bersaglio di manifestazioni di protesta e, proprio in quell’anno ha subito anche di un tentativo di assassinio, ma le proteste non sembrano intaccare il suo potere.

Tra gli angolani più attivi e in vista c’è una donna, Isabel Dos Santos, che casualmente è figlia del presidente e possiede interessi nelle comunicazioni e in diverse altre attività. In affari fin da giovane, dopo aver completato gli studi all’estero ha saputo far fruttare la sua posizione di privilegio e associarsi a personaggi come Americo Amorin (portoghese, il maggior produttore di sughero al mondo) e dotarsi in seconde nozze  di un marito perfetto per il ruolo, Sindika Dokolo, un congolese degno erede di una famiglia che ha fatto della promozione dell’arte africana il suo destino. Nozze milionarie le loro, come non se n’erano mai viste, con gli ospiti che sbarcavano a Luanda senza neppure il visto, bastava l’invito per passare la dogana.

Secondo Wikipedia ha interessi rilevanti nelle telecomunicazioni, media, vendita al dettaglio, finanza ed energia, sia in Angola che in Portogallo. In patria nell’olio e nei diamanti, nella società del cemento angolana Nova Cimangola. Attraverso una società di Malta è azionista di ZON Multimédia e Portugal Telecom. Poi è membro del consiglio di Banco BIC Português e azionista del Banco Português de Investimento, del Banco Espirito Santo e di Energias de Portugal, Caixa General de Depósitos, Banco Santander Totta, Banco Português de Negócios, Mota-Engil oltre alla compagnia Sonae e Unitel  in Angola. Non per niente la figlia di Dos Santos a soli 38 anni è considerata la donna più potente d’Africa, età che può sembrare alta se confrontata all’aspettativa di vita nel suo paese, che non arriva a 50 anni, ma che la mostra giovanissima nel panorama dei leader e dei tycoon africani.

Come accade in altri paesi africani limitrofi, la permanenza pluridecennale al potere dell’autocrate si è trasformata in una parodia di dinastia, per la quale la sua discendenza si ritrova intestataria delle ricchezze del paese. E il caso dei Santos non è nemmeno dei più clamorosi, non hanno nemmeno saccheggiato oltremisura la Sonangol, l’ormai potentissima società petrolifera statale, che appare eccezionalmente in salute e alimentata da un flusso imponente d’esportazioni e conseguenti incassi; per quanto non sia impermeabile alla distrazione dei fondi e alla corruzione; che a sua volta investe pesantemente in Portogallo e conta di conseguenza. Attraverso l’influenza di Sonangol e l’appetibilità dei suoi capitali il regime angolano riesce così ad esercitare in Portogallo una vera e propria censura alle critiche all’ex-colonia, una censura che fonda il suo potere sulla rilevanza economica del regime, simile a quelle che coprono altri regimi coinvolti in affari che fanno la felicità di molti.
Non è il momento per le critiche, il Portogallo ha bisogno di soldi e di esportare, l’Angola ha un surplus commerciale netto e ha bisogno di tutto e Lisbona non può assolutamente permettersi di perdere investimenti ed esportazioni da e per le le ex colonie. Così la situazione politica in Angola diventa un tabù in Portogallo e finisce nel deposito degli argomenti tabù anche in altri paesi, in un gioco di tabù incrociati in Occidente al quale s’accoda volentieri l’Oriente, che nel paese ha trovato un’eccezionale fonte di materie prime e non vuole sapere altro. Gli angolani non nascondono le loro perplessità e la loro contrarietà alla dittatura, in particolare i giovani sono attivi nel manifestare il loro dissenso, ma il buon numero di quelli esclusi dalla festa e di quelli che non sopportano questo stato di cose è per lo più ignorato da quanti stanno guadagnando dalla situazione e per i Dos Santos appare più roseo che mai.
Pubblicato in Giornalettismo
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