L’invisibile tragedia dell’Ogaden

Posted on 25 febbraio 2012

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Mercoledì scorso a Londra il mondo si è riunito attorno alla Somalia e a parte dei somali per dare al paese “un seconda chance”, come ha detto il premier britannico Cameron, che ha sorvolato sulle innumerevoli opportunità che la generosa comunità internazionale ha offerto ai somali, sin dalla disgraziata operazione Restore Hope.

In Somalia aumenteranno le truppe dell’Unione Africana, da 5000 a 17.000, fornite per lo più dall’ambizioso ugandese Museveni, molto legato agli Stati Uniti. L’Etiopia di è limitata per ora ad appoggiare le truppe dell’attuale (ed ennesimo) governo di transizione somalo nella presa delle città di Baidoa, mentre il Kenya preme dal Sud gli al Shabaab, che hanno appena celebrato pubblicamente il loro matrimonio con al Qaeda. Eche ovviamente non partecipano alla conferenza, della quale hanno annunciato che non riconosceranno i risultati.

Lo stesso giorno, sulle colonne del New York Times, Nicholas Khristof pubblicava un suo servizio dal Sudan, dove ha raggiunto le popolazioni dei monti Nuba e del Sud Kordofan, in guerra con il governo di Khartum, che risponde alla sollevazione locale esattamente come ha fatto nel caso del Darfur. Le emergenze umanitarie nell’ex-Sudan non finiscono qui, perché in Darfur buona parte dei due milioni di abitanti sono profughi, non sono ancora tornati a casa e le armi ancora non tacciono. Nonostante gli accordi con il dittatore del vicino Ciad e la dipartita di Gheddafi, che quel conflitto hanno alimentato per anni. Le vie delle armi sono infinite.

In mezzo a queste due immense tragedie c’è l’Etiopia, dominata da una sanguinaria e spesso ottusa dittatura e dentro l’Etiopia c’è l’Ogaden, dove una popolazione di sette milioni di abitanti vive ormai da vent’anni peggio del resto del paese il regime di Meles Zenawi. L’Ogaden è una regione abitata da somali, che nel lontano 1837 venne conquistata dall’imperatore etiope Menelik. Qualche decina d’anni dopo arrivarono gli italiani che, sconfitti dall’imperatore, si dovettero accontentare dell’Eritra fino al 1935, anno nel quale conquistarono l’Etiopia e ricongiunsero l’Ogaden alla Somalia mettendo fine a un impero che aveva visto le sue origini nel milleduecento.

L’Ogaden tornerà all’Etiopia dopo la seconda guerra mondiale e tornerà di nuovo disputato nel 1977, quando il regime somalo supportato dall’Occidente scatenò a sostegno dell’irredentismo locale ancora vivo, quella che fu chiamata la “guerra dell’Ogaden” contro l’Etiopia; sostenuta dall’URSS; e la perse malamente. Da allora molta acqua è passata sotto i ponti, la Somalia è implosa agli inizi degli anni ’90 e negli stessi anni l’Etiopia ha trovato nel regime di Zenawi il suo gramo destino.

Se Zenawi è spietato con gli abissini, con i somali dell’Ogaden ha ancora meno riguardi. Il paese è la potenza militare regionale e dopo la guerra con la Somalia ha combattuto una sanguinosa guerra anche contro l’Eritrea, a sua volta sotto il tallone di un dittatore folle, che però piace tanto in Italia, tanto che con il regime ci ha fatto affari persino Pier Gianni Prosperini .

Poi Zenawi, che con il Dipartimento di Stato e le aziende americane va molto d’accordo e ha fatto del suo governo uno dei più grandi fan degli USA e dell’economia liberista, ha invaso la Somalia quando le Corti Islamiche riuscirono a dare il paese un governo che durò pochi mesi prima di essere spazzato via dall’invasione etiope.

Tanta forza militare, che di solito serve soprattutto a mantenere il paese in un regno del terrore e l’Ogaden anche peggio. Così, mentre nel mondo si discuteva di Somalia e Sudan; e parliamo sempre d’interesse relativo perché alle opinioni pubbliche degli altri paesi quello che vi accade importa davvero pochissimo; alcuni guerriglieri dell’ONLA (Ogaden National Liberation Army) attaccavano un gruppo di operai cinesi e la scorta militare che li accompagnava al lavoro a un pozzo petrolifero, uccidendo quindici soldati etiopi e costringendo gli operai a tornare da dov’erano venuti. In Ogaden c’è il petrolio e ci sono compagnie che lo ricercano e hanno cominciato a pomparlo e lo spaventoso record di abusi dei diritti umani e civili da parte del governo non è un problema, visto che alle denunce sulle plateali violenze del regime non fa premio su una realtà che vede il Dipartimento di Stato tessere le lodi della collaborazione militare con l’Etiopia e anche la Gran Bretagna impegnata a vendergli armi. Il fatto che quando c’è da trivellare un pozzo o costruire una diga il governo sgombri il campo sparando, sembra anzi un plus di rapidità ed efficienza agli occhi di certi investitori.

In Ogaden Zenawi fa quello che ha fatto Bashir in Darfurfa pulizia etnica, arma alcune tribù locali contro altre, saccheggia e distrugge le scorte alimentari , si serve persino di una milizia “come i janjaweed”. Ai resoconti che parlano di stragi di civili, di un uso esteso dello stupro e della tortura da parte delle truppe etiopi, si aggiungono le foto dall’alto di numerosi villaggi bruciati e rapporti impietosi da parte delle organizzazioni umanitarie, che dalla zona sono state espulse insieme a qualsiasi testimone. La popolazione in fuga fatica a fuggire, anche se molti hanno raggiunto in Kenya il più grande campo per rifugiati al mondo, che in teoria dovrebbe ospitare i somali, ma che in pratica raccoglie storie terribili da un numero ben più alto di paesi africani. Oltre centomila invece hanno raggiunto lo Yemen,  dopo una pericolosa traversata del Mar Rosso.

Ma l’Ogaden è vastissimo e tra i suoi abitanti ce ne sono parecchi che non si arrendono, tutta gente preparata da una vita di sofferenze e di violenze, forse anche più dura di quella dei loro fratelli somali al di là del confine. Una vita da nemici in casa propria, prigionieri di una delle peggiori dittature della terra, che non ha esitato a sparare sulla gente che protestava per strada e che ha costruito campi nel deserto nei quali ha mandato prigionieri migliaia di studenti troppo vispi. In Ogaden, lo scorso 12 febbraio, ad esempio, le truppe di Zenawi hanno aperto il fuoco su un’assemblea di anziani  che si stava tenendo nel villaggio di Gunadago, nella regione di Degahbur, uccidendo trentacinque civili. Notizie che viaggiano su Facebook o sui canali della diaspora somala, alimentata anche dall’Ogaden. Una resistenza che si nutre del denaro delle rimesse come degli aiuti più o meno interessati dei nemici esterni di Zenawi, in Somalia come in Eritrea .

Però dell’Ogaden non si parla e se qualche giornalista sfrontato avesse l’idea di provare ad andare di persona a vedere che succede, tenga bene a mente la lezione del caso di Martin Schibbye e Johan Persson , un giornalista e un fotografo svedesi catturati in Ogaden dalle truppe etiopi e condannati a undici anni con l’accusa di collusione con il terrorismo, nonostante le ovvie pressioni in senso contrario dei paesi occidentali e nonostante l’ovvia inconsistenza delle accuse, basate sul fatto che i due, 32 e 30 anni, reporter di buona fama ed esperienza, siano entrati illegalmente in Ogaden al seguito di armati non autorizzati dal governo etiope e quindi terroristi. Non deve stupire, Zenawi, che usa volentieri la retorica nazionalista, è andato allo scontro persino con la Norvegia, accusando la sua ambasciata ad Addis Abeba di essere associati ai “terroristi”.

Il regime etiope è davvero impresentabile e il suo impatto devastante sulla vita di milioni di persone nell’area meriterebbe ben altre attenzioni e rimproveri di quelli che occasionalmente da Washington lo invitano alla moderazione, anche perché la sua personalissima interpretazione del liberismo ha dato vita a una cleptocrazia che sta velocemente vendendo ogni risorsa del paese all’estero, dove per di più va a finire anche il ricavato delle vendite, con nessun beneficio per gli etiopi. Che in massima parte restano poverissimi in uno dei paesi più poveri del mondo, mentre gli investimenti fruttano altrove e persino gli aiuti umanitari per le ricorrenti carestie sono usati come arma per domare i ribelli. Ma nonostante tutto quanto i possa dire e dimostrare di crimini del regime, gli aiuti militari, economici e umanitari al regime da parte dell’Occidente sono aumentati negli anni.

Nemmeno la robusta diaspora etiope, alimentata da una quella buona parte della classe intellettuale e politica che non sta in galera o con Zenawi e che ha dovuto scegliere tra l’esilio e la rinuncia all’incolumità propria e dei suoi familiari, riesce ad attirare l’attenzione di un Occidente distratto. Con l’Italia poi non ci provano nemmeno, forse perché capiscono che non è un paese con la voglia di aiutarne altri o forse perché dopo il nostro dominio coloniale e la non meno tragica influenza post-coloniale nell’area, preferiscono farsi male da soli. Nel nostro paese quello che accade nelle ex-colonie è materia riservata a qualche funzionario della Farnesina e a una nutrita pattuglia di affaristi nostalgici del passato coloniale, per il resto interessa davvero a pochi, non si è sentito nemmeno uno sparuto appello per la liberazione dei giornalisti svedesi.

Pubblicato in Giornalettismo.