Apple e Foxconn alla riduzione del danno

Posted on 21 febbraio 2012

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Anche in Giornalettismo.

Le telecamere del network statunitense ABC sono state le prime ad essere ammesse e a poter girare liberamente all’interno degli stabilementi Foxconn. Lo racconta Bill Weir (nella foto) in un’anteprima della trasmissione che andrà in onda negli Stati Uniti nelle prossime ore.

Weir non nasconde che la grande libertà concessa alla troupe non è garanzia di genuinità, il gruppo composto dalla squadra dell’ABC, almeno sei dirigenti di Foxconn, e altri rappresentanti di Apple e della Fair Labor Association, non ha visto che una parte modestissima dei dipendenti Foxconn al lavoro nell’insediamento produttivo visitato (che impiega 235.000 persone) e lo stesso rappresentante della FLA conferma che visite del genere mostrano sempre una realtà più rosea di quella che invece è la quotidianità degli stabilimenti. Weir per il momento ha confermato che tutti gli ambienti sono stati messi “in sicurezza” contro i suicidi e che le famigerate reti sono ormai ovunque.

Dall’anteprima emerge come la principale causa di frustrazione degli operai risieda nella quantità di lavoro e nelle mansioni loro richieste. La quantità di ore lavorate è strettamente collegata ai salari, davvero miseri, che dicono di una retribuzione oraria di un dollaro e settantotto centesimi, 285 dollari al mese. Troppo poco anche per la Cina e troppo poco anche se lavori 13-15 ore al giorno sforando il tetto del  massimo consentito delle ore di straordinario.

Nell’orario di lavoro senza straordinario l’operaio Foxconn può arrivare a ripetere lo stesso movimento per seimila volte e ogni volta una voce femmiile registrata gli confermerà che ha fatto bene dicendo OKAY e lo stesso faranno altrettante vocine provenienti dalle macchine che controllano chi lavora con lui spalla a spalla, è comprensibile che qualcuno non regga. Se poi le seimila volte diventano diecimila e i giorni diventano anni, sotto i camici, gli occhiali i guanti e i cappelli con i quali sono impacchettati i lavoratori (per non contaminare il prodotto) può succedere di tutto.

Ancora di più se durante il lavoro non puoi pronunciare mezza parola e alle tue spalle sta in piedi un supervisore pronto a riprenderti non appena la tua umanità d fa deviare dal compito robotizzato. Se poi si pensa che la forza lavoro è composta da giovanissimi che provengono per lo più dalle campagne e che routine del genere non permettono di fare amicizie o conoscenze, è facile comprendere che il rischio di pesanti alienazioni e patologie sia dietro l’angolo. Al lavoro non si parla, dietro agli operai seduti stanno in piedi i sorveglianti pronti a far riprendere il ritmo o a sostituire l’inadatto.

Con Weir sono sembrati tutti molto aperti, dal portavoce di Foxconn che ha ammesso candidamente che senza l’epidemia di suicidi l’azienda e la reazione internazionale non avrebbe mai ritenuto opportuno di mostrare gli stabilimenti alle telecamene, al presidente della Fair Labor Association, un’associazione privata che si è affermata grazie a contribui i corporation come Nike e Adidas, che in passato hanno avuto gli stessi problemi di Apple, poi risolti grazie al bollino FLA, pagato a caro prezzo in contributi e donazioni.

Un bollino che  associazioni come la Students and Scholars Against Corporate Misbehavior (SACOM) giudicano poco più di una patacca, l’ennesima operazione di whitewashing, supportando questa affermazione con l’evidenza per la quale le condizioni di lavoro in Foxconn sono note da anni e Apple, se avesse davvero voluto fare qualcosa per quei lavoratori, avrebbe dovuto muoversi da tempo. Fra poche ore sarà possibile vedere se c’è altro e di più, per ora l’operazione-immagine non sembra dissipare i dubbi e le critiche che ritengono qel sistema di lavoro insopportabile e insostenibile.