Dell’incapacità di correggere gli errori

Posted on 30 gennaio 2012

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Non esiste attività umana immune dall’errore e il giornalismo è una delle attività a più alto rischio d’errori che si conoscano. Le informazioni che il giornalista deve elaborare sono spesso parziali, viziate da errori materiali o da manine interessate e spesso è davvero difficile ricostruire persino i fatti che stanno all’origine di tanti dibattiti e discussioni.

Negli ultimi due giorni ho incrociato due casi abbastanza clamorosi di errori che hanno avuto una grande diffusione. Il primo, un errore in una traduzione di un articolo di Der Spiegel, ha scatenato fior di patrioti e di furboni in un volgare e scomposto attacco collettivo alla Germania. Il secondo invece, un errore nell’interpretazione di una foto, ha scatenato l’indignazione contro il movimento NoTav.

Come spesso accade, una volta scoperti e denunciati gli errori, si è assistito al sostanziale dileguarsi dei responsabili. Nel nostro paese non usa chiedere scusa pubblicamente e ancora meno lo fanno i media. L’irresponsabilità è la cifra di un potere che molti traducono in “casta” e l’irresponsabilità sembra anche la sostanza di cui si vestono molti giornalisti e direttori di giornali, che evitano di chiedere scusa persino nei casi più clamorosi, preferendo fare orecchie da mercante a qualsiasi contestazione.

Lasciamo stare le scuse, che sembra che a chiederle si pretenda chissà quale pretesco pentimento e non un semplice atto d’onestà intellettuale. Resta l’ovvio, il rimediare all’errore, il correggere l’informazione sbagliata veicolata ai propri lettori o spettatori. Ma nemmeno questo accade, probabilmente perché si considera sia meglio non farlo, non far notare l’errore al proprio pubblico di riferimento.

Così però restano archivi pieni di nefandezze e passano alla storia versioni grossolanamente falsate della realtà. Per certi manipolatori in servizio permanente effettivo si tratta sicuramente di un effetto voluto, ma così non può essere per chi, in buona fede, interpreta il ruolo del giornalista come quello di fornitore di notizie genuine e quanto meno possibile adulterate.

Considerazione che dovrebbe valere ancora di più per chi usa la rete per far circolare informazioni tra gruppi di amici e conoscenti e non solo perché sia moralmente discutibile tacere dopo aver scoperto di aver propinato involontariamente una balla. Procedere in questo modo serve solo a cumulare inesorabilmente un errore non emendato sull’altro, fino a che la loro somma non convincerà qualcuno di avere a che fare con una fonte inaffidabile, se non con un incapace, da sottoporre a verifica o da ignorare.

Anche per questo sarebbe bene che giornalisti, attivisti e comunicatori di ogni ordine e grado abbracciassero l’idea che gli errori bisogna correggerli appena si scoprono e dando visibilità alla correzione.

E che, tanto più sono gravi, tanto più dovrà essere evidente il rimedio. La mancata correzione degli errori determina l’erosione della stima nelle fonti e la devastazione del dibattito pubblico, nel quale si confronteranno spesso persone che hanno formato la loro opinione su fatti del tutto travisati, se non su plateali menzogne. Il dilagare di menzogne manifeste rende plausibile la produzione di “altre” menzogne, diventa il brodo di cultura per le teorie del complotto e per molti la dimostrazione dell’impossibilità di agire un sistema reso impraticabile dal dilagare di sciatteria e propaganda da due soldi. Difficile immaginare qualcosa di più dannoso, eppure succede proprio che gli errori non li corregge nessuno.

Ma non siamo un paese d’infallibili, semmai siamo un paese di pirla che si fanno del male credendosi più furbi degli altri.

Per questo, al netto della schiera dei professionisti della propaganda, dovrebbe esistere la coscienza di un interesse collettivo nella correzione degli errori che ammorbano il discorso pubblico o, in mancanza di meglio, una sana tensione ad emendarli da parte di chi è interessato all’ecologia della comunicazione.

Invece non c’è nulla del genere, non ci sono “garanti dei lettori” nei giornali e non ci sono premi per la migliore rettifica, che per i media è anzi una parola quasi tabù, spesso associata a sgradite attività da espletare quando costretti dalle leggi o dalle sentenze. Il cattivo esempio cala dall’alto e si diffonde in basso, dove non ci sono convinzioni e massa critica sufficienti imporre modelli e valori diversi dal parteggiare pro o contro chi cavalca questo o quell’errore.


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