I pubblicisti devono morire

Posted on 29 dicembre 2011

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Ci sono parecchi motivi per i quali, pur scrivendo da anni e ricavandone spesso una retribuzione, non mi sono mai iscritto all’elenco dei pubblicisti. E molti di questi hanno a che fare con l’esistenza stessa dell’elenco e dell’Ordine dei Giornalisti, un ente pubblico costituito per sovraintendere l’esercizio di questa professione. Per chi mi legge sono un giornalista, appena varco la frontiera sono un giornalista, ma per la legge italiana in quanto tale non esisto senza che l’Ordine lo certifichi.

Si tratta di un’istituzione che non esiste in nessun paese europeo, creata come gli altri ordini durante il fascismo per controllarne i membri, non certo per proteggerli. Con la caduta del fascismo, come tutti gli ordini, anche quello dei giornalisti ha dovuto reinventarsi e questo processo è terminato nella costituzione di un carrozzone assistenziale che premia i vicini e ignora i lontani, unico nel suo genere.

L’esistenza di un Ordine pare in teoria affermare che per fare il giornalista con coscienza e onestà serva la patente, ma la storia e la cronaca ci raccontano invece di giornalismi criminali che l’Ordine non persegue o non è in grado di perseguire, nonostante i suoi protagonisti abbiano la patente richiesta e nonostante facciano strage di codici etici e persino della decenza. Per non parlare dello stato pietoso dell’informazione in generale o di discutibili pratiche quali i corsi a pagamento per diventare giornalisti, che si sono presto ridotti a fonte di reddito per alcuni, anche qui tra i più amici degli amici e con la benedizione dell’Ordine.

Non stupisce quindi che la lobby dei giornalisti con la patente abbia ignorato il passaggio in Parlamento che ha determinato l’abolizione dell’elenco dei pubblicisti, trattandosi d’innovazioni che non danneggiano, ma semmai coprono le spalle ai giornalisti patentati, anche se non fanno i giornalisti. Un’ottima maniera di coprire le spalle agli editori, che ora non avranno più a che fare con pubblicisti titolari di ben pochi diritti, ma con gente che per l’Ordine non esiste e quindi non è meritevole di alcuna tutela.

Lo hanno fatto in silenzio, perché questa piccola novità che riguarda decine di migliaia di lavoratori del settore non è stata per niente dibattuta dai media, ma infilata in un decreto “anticrisi” insieme a un’insalata di altre norme, che più che a tamponare la crisi sembrano intese ad approfittarne, è stata bellamente ignorata. Tanto che in queste ore si moltiplicano gli allarmi e le richieste di chiarimenti.

E lo hanno fatto ovviamente senza introdurre alcuna previsione a tutela di quanti riempiono le redazioni lavorando in condizioni sempre più degradanti e con retribuzioni che spesso rappresentano un insulto, che s’aggiunge a una situazione già disastrosa e molto diversa da quella che, per gli altri ordini professionali, identifica un praticantato propedeutico alla professione, che nel giornalismo è appunto incarnato dalla figura del praticante. 

Libero.png (400×297)Chi ha cercato di capirci qualcosa ha ricevuto risposte francamente imbarazzanti, soprattutto perché da tempo la definizione dei giornalisti  professionisti secondo la legge ( “coloro che esercitano in modo esclusivo e continuativo la professione di giornalista”) veste più fedelmente buona parte dei pubblicisti che dei professionisti, che in grandi numeri si dedicano anche e soprattutto ad altro (politica, spettacolo, uffici stampa) senza tuttavia uscire o essere cacciati da un ordine nella media abbastanza generoso con i suoi iscritti.

Gente che non scrive “in modo esclusivo e continuativo” da anni e anni ed è ancora iscritta all’Ordine, ne gode i benefici e nessuno ci trova da ridire. Che poi molti di questi giornalisti per finta campino anche di politica, spiega bene per quali nobili motivi governo e parlamento siano giunti a una determinazione del genere.

L’accoglimento nel seno dell’Ordine degli addetti-stampa, deciso qualche anno addietro per rimpolpare le casse della relativa previdenza, determina poi la curiosa situazione per la quale l’Ordine ha riconosciuto la qualifica di giornalista a persone che non praticano il giornalismo, ma un’altra attività, del tutto diversa. Con il paradossale risultato che vede la gran parte dei giornalisti riconosciuti come tali che non praticano il giornalismo, mentre la gran parte dei giornalisti professionisti viene classificata come pubblicista, classificazione ora per di più destinata a svanire nel nulla.

Le migliaia di precari che lavorano da anni per una redazione in maniera esclusiva, retribuiti con una miseria e in condizione di semi-clandestinità, perché da qualche anno la legge vieta loro persino di mettere piede in redazione, non godono di alcuna tutela e ancora meno considerazione se è vero, com’è vero, che la disgrazia che si sta per abbattere sui pubblicisti giunge quasi inaspettata.

Che i pubblicisti siano giornalisti e anche professionisti lo ammette  lo stesso Consiglio nazionale, che in ottobre scriveva al Ministero della Giustizia: “Il riferimento all’art. 33 della Costituzione, qualora dovesse restare esclusivo per quanto concerne l’accesso, priverebbe l’Albo dei Giornalisti dalla presenza della componente professionale  dei pubblicisti, il cui elenco, unitamente a quello dei professionisti che hanno superato l’esame di Stato, ne costituisce l’ossatura.” Si scrive al Ministro di Giustizia perché l’ordine fu sottoposto alle sue amorevoli cure da Mussolini e da allora nessuno ha dato peso a questa anomalia, che in altri paesi sarebbe inconcepibile.

A questi professionisti, che spesso lavorano da anni, la legge prescrive ora  “percorsi formativi professionalizzanti” da dettagliare poi, ma non è difficile immaginare che i grandi editori avranno difficoltà ad organizzarne persino per i praticanti e che per i piccoli editori la novità si tradurrà nell’ennesima penalizzazione a favore dei grandi del settore.

Il tutto per conservare l’anacronismo burocratico dell’ordine professionale, ingrassato dai nuovi “consigli di disciplina” di fresca costituzione, scavando un baratro tra i già tutelati dall’Ordine e tra quanti vedranno il proprio lavoro e la propria professionalità cancellati per legge e ora dovranno affrontare nuove prove, frapposte fra la loro realtà e l’ambita qualifica, senza la quale non sarà loro possibile lavorare. 

La tipica finta riforma berlusconiana, che ora il governo Monti dovrebbe correggere in qualche maniera, se solo qualcuno gli facesse notare questo problemino che riguarda decine di migliaia di lavoratori e le loro famiglie. Ma i giornalisti con la patente non hanno sposato la causa dei colleghi meno fortunati e ancora meno lo hanno fatto gli editori, che dal loro plateale sfruttamento traggono guadagno. Così regna un silenzio rotto solo dalle preoccupazioni di qualche pubblicista inquieto. E nessuno ha visto mobilitazioni o clamorose iniziative del sindacato dei giornalisti, storicamente poco sensibile alle disgrazie dei pubbllicisti.

Allo stesso modo giornalisti ed editori non coinvolti, pur ricevendo a loro volta sostanziosi contributi pubblici, non si sono certo preoccupati di correre in soccorso di testate storiche alle quali simili contributi sono stati tolti perché considerate “di partito”. Come se nel nostro paese non esistessero tanti giornali “di partito” travestiti da altro e come se il provvedimento non si risolvesse in un rafforzamento delle grandi concentrazioni editoriali e della loro capacità omologante. E nello spegnimento di voci che hanno contribuito e contribuiscono a fare la storia di questo paese.

La sintonia tra governo Berlusconi, gli editori e la grande maggioranza dei giornalisti su questi provvedimenti è stata evidente, così com’è evidente che non si tratti di provvedimenti “contro la crisi”, ma contro i poveri cristi, come già il macello sulle pensioni o il tentativo di sabotare quel che rimane dello Statuto dei Lavoratori e dei relativi diritti riconosciuti a suo tempo ai prestatori d’opera.

Quale che sia la soluzione che spunterà dal cilindro del governo Monti, difficilmente impedirà agli editori di continuare ad attingere selvaggiamente al precariato, sfruttando magari schiere di novelli “praticanti”, e sicuramente non porterà all’unica soluzione accettabile: la dissoluzione dell’Ordine e dell’Albo dei giornalisti. Un provvedimento che spazzerebbe via un baraccone del quale fanno tranquillamente a meno tutti i paesi europei, nei quali giornalista è chi fa il giornalista.

Senza alcun bisogno di esami, senza ordini parassiti, sei giornalista se lavori come giornalista, se ti pagano per fare il giornalista non hai bisogno di altro per essere riconosciuto come tale. Funziona così in tutte le democrazie avanzate, solo in Italia una classe di giornalisti vecchi e attaccati ai propri privilegi continua a riproporre nel 2000 una assetto del giornalismo concepito negli anni ’20 della dittatura mussoliniana, con bollini, esami, patenti e percorsi formativi obbligatori ridicoli prima ancora che inutili, visto che nessun giornalista opera in solitudine e tutti pubblicano sotto la supervisione di un direttore e di una testata, assicurando che non manchi la “responsabilità” anche in assenza di patenti.

Valter Lavitola, ex direttore de ''l'Avanti!''.Una realtà di fronte alla quale anche le recenti riflessioni di Del Boca si dimostrano per quello che sono: balle a difesa della categoria. Nessuno può credere davvero che: “Un medico o un avvocato non possono esercitare le loro professioni senza fornire garanzie ai propri clienti. Allo stesso modo un giornalista deve poter dare alla persona alla quale si rivolge – sia esso un lettore, un radioascoltatore, un telespettatore – la garanzia che quello che gli comunica è la verità al massimo delle sue possibilità”.  

E ancora meno che l’Ordine sia in grado di fornire una garanzia del genere, che è ridicolo, ancora di più alla luce dell’esperienza italiana, che semmai dovrebbe consigliare un prudente e dignitoso silenzio agli esponenti dell’Ordine, in mancanza di capacità o volontà di una seppur minima autocritica. 

Davvero difficile accogliere positivamente questa novità, che assomiglia più a un favore ad una delle lobby (o caste) più influenti del paese, che ad un passo avanti verso un giornalismo migliore e un paese più moderno. Probabilmente nei prossimi mesi qualcuno ci metterà una pezza, almeno per limitare i danni per i già iscritti all’elenco dei pubblicisti, ma non è un bel vedere e nessuno degli attori coinvolti ci fa una bella figura.

L’informazione in Italia continuerà a lungo ad essere ostaggio di corporazioni, poteri e personaggi che tutto hanno in mente tranne l’interesse collettivo e il bene pubblico. L’importante è saperlo e tenerlo in mente quando si consumano i prodotti “garantiti” dall’Ordine.

Posted in: Italia, Media, Truffe