Anche l’Austria ci ruba i cervelli

Posted on 29 dicembre 2011

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Anche in Giornalettismo.

“Siete i benvenuti in Austria”. Questo è il messaggio che persino il governo dei nostri vicini austriaci ha lanciato ai lavoratori qualificati stranieri provenienti da paesi al di fuori dell’Unione Europea con la recente riforma delle regole che sovraintendono al loro ingresso in Austria.

Abbandonato il sistema delle quote, l’Austria ha scelto anche di abbandonare una postura difensiva tendente a limitare l’immigrazione per abbracciare un approccio più efficiente e moderno, condiviso da molti paesi avanzati, volto a favorire l’afflusso di lavoratori qualificati.

Una riforma accolta con favore un po’ da tutti, primi tra tutti i rappresentanti delle categorie produttive che da tempo avevano lanciato l’allarme per la mancanza di alcune figure professionali qualificate. L’Austria introduce così un sistema a punti che promette e permette agli immigrati qualificati un accesso più rapido e semplice al mercato del lavoro austriaco, offrendo loro anche la possibilità di ottenere il ricongiungimento parentale a condizioni molto più favorevoli di un tempo.

A far premio saranno le qualifiche dei lavoratori e la loro spendibilità sul mercato austriaco, e non requisiti come la buona conoscenza del tedesco o il superamento di test introdotti al preciso scopo di limitare l’immigrazione. Introdotta da un paio di mesi, la novità è sembrata piacere soprattutto agli atleti, che all’esordio hanno rappresentato una parte significativa dei primi richiedenti, anche perché per alcune figure come atleti, musicisti e scienziati il percorso è ancora più facilitato. Così i prima ad approfittarne in massa (relativamente) sono stati i giocatori di Hockey russi e canadesi.

Un provvedimento intelligente, perché accogliendo un lavoratore immigrato qualificato, il paese ospite capitalizza immediatamente il suo percorso formativo, concluso a spese di altri, siano stati o gli stessi lavoratori. E basta un’occhiata ai costi della formazione in Europa per rendersi conto di quanto sia il vantaggio economico importare lavoratori già formati, senza considerare che a dispetto dei costi spesso si apre un baratro tra la domanda e l’offerta di alcune prestazioni professionali.

Un provvedimento che non cambia però la situazione per gli immigrati extra-UE meno qualificati, che continuano ad avere grosse difficoltà per entrare in Austria, che ospita ormai un 15% di “stranieri”, ma in massima parte provenienti da altri paesi UE, segnatamente dalla Germania.

Altra musica nel nostro paese, nel quale la maggioranza di governo ha preferito blandire leghisti e razzisti preoccupati di una “invasione” straniera che non si è verificata in nessun paese al mondo. Anche in questi giorni uno studio dell’Istat ha dato la stura a commenti assurdi, sulla base dell’affermazione secondo la quale: “Gli italiani faranno sempre meno figli, mentre aumenteranno gli stranieri. Dai 4,6 milioni presenti nel 2011 si passerà agli oltre 14 milioni nel 2065“.

Affermazione peraltro discutibile, perché presume che nei prossimi cinquantaquattro anni nessuno tra questi milioni di stranieri diventi italiano o che comunque sia considerato “straniero” anche se ha conquistato la cittadinanza italiana o se è nato in Italia e vi ha vissuto e lavorato per decenni.

Difficilmente il cambio il governo porterà innovazioni del genere nel nostro paese. Esperienze come la green card statunitense o la nuova carta rosso-bianco-rossa rilasciata dagli austriaci non sono certo una novità e se il nostro parlamento ha deciso d’ignorarle significa che non che consenso politico per provvedimenti simili.

In mancanza di tale consenso nemmeno il governo Monti, che pure appare molto più sensibile alle esigenze delle forze produttive di quanto non lo sia ai rantoli razzisti, potrà fare molto. L’immigrazione nel nostro paese rimane un problema discusso su basi irrazionali ed emotive, con buona parte dei media e della politica che ancora oggi campano agitando lo spauracchio dell’invasione straniera, degli stranieri che “ci rubano il lavoro” e della minaccia aliena a una cultura che, se si fonda su questi presupposti, farebbe invece bene ad evolvere e a trasformarsi radicalmente, almeno nel suo atteggiamento provinciale ed ignorante verso lo straniero.

Ormai è chiaro che in tutto il mondo le economie avanzate e in concorrenza tra loro cercano d’attirare e formare disperatamente cervelli e specialisti, mentre solo nel nostro paese si procede in direzione ostinata e contraria, tagliando gli investimenti per l’istruzione e modulando il sistema delle quote sulla domanda per i raccoglitori stagionali di mele o dei pomodori.

Rot weiß rot-KarteLa famosa “fuga dei cervelli” altro non è che la conseguenza scontata e inevitabile di un atteggiamento del genere, nel mondo ci sono ormai molti paesi che fanno ponti d’oro ai lavoratori qualificati, mentre nel nostro paese le condizioni offerte loro sono sempre meno allettanti e a volte giungono ad essere addirittura umilianti, non offrendo alcuna alternativa tra l’essere sfruttato in patria o accolto a braccia aperte all’estero.

Logico quindi che il nostro paese perda competenze e professionalità a vantaggio dei più diretti concorrenti e lo faccia a velocità doppia rispetto a quei paesi che invece hanno scelto politiche diverse, perché non solo l’Italia è incapace e non vuole attirare talenti, ma fa di tutto perché i già scarsi investimenti nella formazione vadano a beneficio di quei paesi che accoglieranno calorosamente i nostri giovani, che dopo una vita spesa sui libri non hanno proprio voglia di andare a raccogliere pomodori o di svernare in un call center per un’elemosina.