In Siria parlano solo le armi

Posted on 24 dicembre 2011

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Anche in Giornalettismo.

La rivolta in Siria divampa ormai da mesi senza che per ora s’intravveda una soluzione all’orizzonte. Il regime resiste, forte di un relativo consenso nella società e del supporto dell’esercito, che però sono in costante calo.

La repressione non ha portato vantaggi significativi al regime di Assad, che ad ogni morto si è inimicato mortalmente una famiglia e che ora invece di affrontare manifestazioni pacifihe per strada si trova con il paese sull’orlo di una guerra civile. L’opposizione non brilla per unità d’intenti e coordinazione, conflitti tra centro e periferia s’intrecciano con l’agenda degli espatriati in esilio e con le numerose ingerenze di altri paesi, ciascuno impegnato a stringere accordi con questo o con quel gruppo siriano senza troppe idee sul futuro al quale si va incontro.

Il bilancio degli ultimi mesi è tragico e si riassume in migliaia di morti e in un numero ancora più alto di feriti e di oppositori arrestati dalla dittatura. Contro Assad opera ora anche un movimento di resistenza armato che sembra avere pochi contatti con con l’opposizione “civile”, la mancanza d’interlocutori rappresentativi peggiora le cose e la stessa opposizione appare come una compagine in cerca di un regista e di un copione.

Il regime si difende millantando il complotto dall’estero, mentre mima ormai da mesi aperture verso la protesta e annuncia riforme che poi giacciono subito dimenticate. Nel caos c’è spazio per tutti ed è di oggi la notizia dell’esplosione di due auto-bomba di fronte ad edifici governativi nella capitale Damasco, un attacco subito attribuito ad al Qaeda dal governo, con un tempismo quantomeno azzardato.

Non che l’islamismo sunnita radicale sia nuovo alla battaglia contro il regime siriano, ma la frettolosa conclusione andrebbe pesata con più calma perché in questo momento suona particolarmente utile al governo, che subito ha registrato e capitalizzato alcune manifestazioni a favore dell’unità nazionale e contro i terroristi stranieri.

Sul fronte diplomatico non si muove nulla, i paesi occidentali hanno elevato sanzioni ad alcuni esponenti del regime, mentre Russia e Cina garantiscono con il veto in Consiglio di Sicurezza che si replichi per ora il copione visto all’opera in Libia. Diplomatici europei ed americani invocano l’unità delle opposizioni per avere un interlocutore interno credibile che invochi, accetti e legittimi aiuti e ingerenze che ovviamente il governo siriano non può gradire, ma come dimostra anche la recente storia delle altre primavere arabe, non è possibile contare in breve tempo sulla costituzione di schieramenti compatti e pratiche politiche alternative dopo decenni di feroci dittature.

Così accade che la rivolta proceda a macchia di leopardo, con una particolare virulenza nelle zone del Nord del paese, dove le rappresaglie delle truppe dell’esercito siriano hanno spinto alla fuga nella vicina Turchia migliaia di persone e famiglie. Dall’altra parte del confine i turchi accolgono i profughi e ammassano truppe e non è solo per questo che le strade del futuro siriano sembrano passare anche da Istambul.

Il governo Erdogan non ha fatto mistero di non aver gradito la gestione sanguinosa della crisi da parte di Assad e la Turchia è in prima fila sul fronte delle sanzioni al regime, ribadendo così il suo ruolo di aspirante levatrice e modello per le democrazie emergenti nei paesi arabi e musulmani più in generale, a prescindere dalla storica vicinanza e tradizionale amicizia con il governo di Damasco. Su una posizione simile si trova la Lega Araba, che pur non potendo contare sulle stesse credenziali democratiche di Erdogan, si è esibita nel ruolo di honest broker della crisi, con risultati a dire il vero pessimi.

Mesi di trattative hanno portato il regime siriano ad accettare l’invio di osservatori della Lega Araba, inviati a monitorare il rispetto degli impegni per i quali Damasco ha promesso di mettere fine alla violenta repressione e di aprire un dialogo nazionale con le diverse anime della rivolta siriana. Invio accolto alla sua vigilia da un’impennata della repressione governativa e salutato oggi dagli “attentati di al Qaeda”, viatici che rendono molto probabile il veloce ritiro degli osservatori qualora diventassero bersaglio di aggressioni o attentati.

Al netto dell’ipocrisia della Lega Araba e di alcuni suoi esponenti, come i reali del Golfo impegnati in repressioni non meno crudeli e sanguinarie di quella siriana che hanno avuto la sfrontatezza di ritirare gli ambasciatori per protesta contro i metodi del regime, è chiaro che si tratta di un piano senza pretese, utile a mimare l’esistenza di un dialogo che non c’è e a nutrire speranze infondate.

https://i0.wp.com/pix.toile-libre.org/upload/original/1315575720.jpgRestano a certificare il disastro le testimonianze di migliaia di siriani, che filtrano nonostante la pesante censura governativa sulle comunicazioni. Decine, centinaia di video girati con i telefonini e caricati in rete documentano la tragica contabilità di morte della repressione, mentre s’allunga il numero delle città e dei paesi resi martiri dalla repressione, perché il regime non si fa scrupolo di attaccare militarmente intere città qualora provino a sottrarsi al controllo governativo o siano identificate come sorgenti della ribellione.

Ultima della lunga lista Kafri Oweid, dove le truppe governative hanno lasciato sul terreno centinaia di cadaveri (mostrati nel video qui sotto) replicando un modus operandi già applicato nel resto del paese. L’impressione è che il conflitto stia sempre più espandendosi e che presto arriverà a lambire anche le maggiori città, come peraltro dimostrato dagli attentati a Damasco, potendo contare sul fatto che sia il governo che parti della rivolta sono inclini a farsi pochissimi scrupoli e disposti a combattere una battaglia senza regole all’ultimo sangue.

Un atteggiamento tristemente impermeabile ai saggi consigli e agli inviti al dialogo che non promette nulla di buono, se non che nei prossimi mesi in Siria la parola resterà alle armi.