La strenna della BCE

Posted on 23 dicembre 2011

3


Anche in Giornalettismo.

Borse positive asta BceLa recente iniziativa della BCE, che ha aperto una imponente linea di credito a tassi di favore alle banche europee, segue le orme del salvataggio della finanza americana sull’orlo del collasso, ordito dalla FED.

L’attenzione dei media si è concentrata sulle condizioni vantaggiose alle quali è stata offerta questa montagna di denaro alla banche europee ufficialmente in difficoltà, ma un’osservazione più puntuale delle mosse della BCE non può mancare di soffermarsi sul fatto che la BCE ha introdotto anche un’importante innovazione che riguarda la valutazione e l’uso delle garanzie.

La BCE con lo stesso provvedimento ha infatti autorizzato le banche centrali nazionali (BCN) ad accettare come collaterali una serie di titoli dalle caratteristiche inferiori a quelli normalmente validati dalla stessa BCE. La loro identificazione e i criteri a sovrintenderla dovranno essere stabiliti dalle BCN, che si accolleranno il rischio d’insolvenza relativamente a quei titoli.

Una mossa ritenuta necessaria, perché la malattia che stava rodendo le banche europee è quella di un progressivo prosciugarsi della disponibilità di collaterali spendibili. Le banche europee per ottenere prestiti devono fornire garanzie e se in portafoglio hanno crediti o titoli dal rating caduto a picco a causa della crisi, come accade, si ritrovano con gran parte degli impieghi congelati, non spendibili sul mercato del credito. Non titoli inesigibili, ma titoli dalla pagella tanto bassa da risultare non spendibili sul mercato dei crediti, cifre che rientreranno in cassa solo mano a mano che i debitori rimborsano mutui e prestiti e che quindi non possono essere scontate e trasformate subito in altro denaro fresco.

Per questo sarebbe più corretto parlare di “collateral crunch” che di “credit crunch”, perché non sono tanto la disponibilità delle banche a far credito o il denaro in cassa a mancare, quanto la possibilità per le stesse di poter usare i propri crediti come garanzia per ottenere denaro fresco da reinvestire. Senza l’apertura della BCE ai “credit claims” dal rating non impeccabile, l’offerta di denaro alle banche non avrebbe potuto essere accolta per la mancanza di sufficienti garanzie, di collateral e per la ritrosia delle stesse banche a concedere prestiti che poi non possono essere spesi sul mercato.

In questo si nota una somiglianza con il piano della FED americana, che si erse a generosa prestatrice accettando in garanzia una montagna di carta straccia. Un’operazione che per ora ha ridato ossigeno alla moribonda finanza statunitense, senza tuttavia correggerne i difetti di fondo e senza sanare bilanci ancora oggi rigonfi di titoli tossici e crediti difficilmente esigibili. E che è costata parecchio ai contribuenti americani, nonostante i prestiti siano stati in buona parte rimborsati.

Sorvolando su questioni squisitamente etiche, come il notare che provvedimenti del genere premiano gli operatori meno virtuosi e i comportamenti meno prudenti, resta da capire quale sia l’ordine di grandezza in questione, a quanto possa ammontare il valore di questi titoli promossi a garanzie utili.

Secondo Goldman Sachs la stima oscillerebbe tra il 20 e il 50% dei settemila miliardi di euro  di crediti eleggibili nel portafoglio delle banche europee, il che mostra una discreta coincidenza con l’offerta di credito della BCE e rassicura sul fatto che le banche saranno in grado di presentare le carte in regola per ottenere i finanziamenti e, si spera, far ripartire la giostra al riparo degli avvoltoi della speculazione.

Resta da vedere all’atto pratico cosa succederà e come si comporteranno le singole BCN, se i sistemi bancari nazionali coglieranno occasione per fare profitti modesti con pochi rischi o se davvero la misura aumenterà la disponibilità di linee di credito per imprese e consumatori.

Molti operatori si limiteranno al carry trade, prenderanno cioè a prestito i fondi messi a disposizione della BCE al’1% e compreranno titoli di stato lucrando sulla differenza, utilizzando questi ultimi per per rafforzare il proprio stato patrimoniale e rientrare nei parametri di solidità richiesti dalla stessa BCE. Ma anche questa partita di giro in apparenza utile solo alle banche potrebbe portare effetti benefici complessivamente, abbassando la pressione sui titoli di stato più esposti a costi tutto sommato contenuti e allontanando gli allarmi sulla solidità delle stesse banche.

La speranza è che solo una parte del denaro messo in circolo dalla BCE finisca in questo loop e che la fetta più sostanziosa vada ad alimentare le economie più asfittiche e a rimpolpare le linee di credito, senza le quali la mitica crescita resterebbe un miraggio.

C’è di coltivare numerose e lecite perplessità e non solo perché la questione si risolve con i cittadini europei che tirano secchiate di soldi a quegli stessi banchieri che li bruciano e li hanno bruciati senza farsi troppi scrupoli e se andrà male o bene i debiti saranno comunque per i cittadini e i guadagni per i banchieri. E non solo perché le banche prenderanno i soldi all’1% e noi dovremo procurarceli emettendo titoli di stato a interessi nettamente più alti.

La perplessità maggiore è quella suscitata dal fatto che un intervento del genere si affianca a una politica di segno contrario, che dall’esplosione della crisi in poi ha visto la UE e la BCE puntare alla riduzione della leva finanziaria e delle esposizioni a rischio per ricondurre il sistema a principi di prudenza e pulizia dei bilanci.

Il programma accompagna l’offerta di prestiti a interessi vicini allo zero con un generale rilassamento dei criteri per la validazione dei crediti da parte delle BCN e di fatto permette loro di trasferire parte dei rischi del sistema bancario in capo ai bilanci pubblici, cosa che accadrebbe e accade comunque in caso di fallimento degli istituti.

      INFOPHOTO     A preoccupare non devono quindi essere il trasferimento del rischio e nemmeno le “scandalose” condizioni di favore offerte all’industria del credito, quanto piuttosto la brusca frenata nel processo di riduzione della leva finanziaria, ora riproposta e sottovoce invocata come volano della crescita. Una frenata che non promette nulla di buono per il futuro, anche se l’operazione promossa dalla BCE dovessea andare a buon fine sul breve e medio periodo.

Una frenata che dimostra ancora una volta l’irriformabilità di un sistema che può funzionare solo attraverso violente sequenze di boom e crolli, scaricando i propri fallimenti sulle collettività e retribuendo gli operatori per un rischio inesistente, visto che a fare da garanti e da prestatori di ultima istanza alla fine sono sempre i cittadini.

Cittadini per lo più ignari del fatto che a migliaia di chilometri di distanza qualcuno ha di nuovo deciso di prestare i loro soldi a quelle stesse banche che hanno portato l’economia globale al più grande fallimento della storia, accettando in cambio garanzie che le stesse banche rifiuterebbero.