La storia delle cavie nucleari non si può raccontare

Posted on 10 gennaio 2014

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Castle Bravo 9

Francesi e americani hanno compiuto per anni test atomici in atmosfera nelle isole del Pacifico, usando di fatto il loro ambiente e i loro abitanti come materiale da laboratorio e cavie. Ancora oggi le due potenze preferiscono che non se ne parli, così negli Stati Uniti non si riesce a mandare in onda un documentario sugli esperimenti nelle Isole Marshall.

Gli abitanti delle isole del Pacifico non hanno tratto grandi vantaggi dall’arrivo dei navigatori bianchi che hanno navigato l’oceano e «scoperto» i luoghi dove abitavano da sempre. Dopo le malattie arrivò l’invadenza, con la seconda guerra mondiale arrivarono battaglie come non si erano mai viste e dopo, quando nel resto del mondo s’imponeva un mondo nuovo e si parlava di decolonizzazioni, le navi dei bianchi portarono ordigni atomici che fecero esplodere in grande numero fino a che non si decise che dovevano smettere prima d’inquinare l’intero pianeta.

numeri di questi test parlano da soli, gli Stati Uniti e i francesi produssero diverse decine di test, tutti con ordigni con potenze molto superiori a quelle sganciate su Hirosima e Nagasaki e mentre gli statunitensi ne fecero un buon numero anche in casa, nel deserto del Nevada, i francesi come i britannici fecero esplodere i loro ordigni solo all’estero, privilegiando l’Area del pacifico. Le bombe di Sua Maestà detonarano in Australia (21 tra Emu, Maralinga e isola di Montebello), quelle francesi sugli atolli di Mururoa e Fangataufa (45 in atmosfera e 146 sotterranei) e quelle americane sulle Isole Marshall, sull’isola Johnston e su Christmas Island, Isola di Natale (circa la metà dei 216 test in atmosfera) , da non confondere con l’anonima isola australiana sede di un famigerato centro per l’accoglienza dei migranti sgraditi.

Il documentario Nuclear Savage (Selvaggio nucleare), realizzato in collaborazione con gli abitanti e le autorità delle isole e già plurupremiato, fatica da due anni per essere mandato in onda negli Stati Uniti, dove la rete pubblica PBS lo avrebbe già pagato, tagliato e annunciato più volte. Finanziato e prodotto dalla Pacific Islanders in Communications (PIC), che è un’emanazione di PBS, il documentario è andato incontro a una serie di opposizioni e resistenze davvero singolare. Il problema del documentario sembra essere nel fatto che anche dopo i tagli reca comunque la denuncia degli abitanti che sostengono, non senza una certa evidenza, che gli americani sapevano benissimo i rischi ai quali esponevano la popolazione civile, alla quale hanno raccontato storie per decenni allungando loro ogni tanto un’elemosina, ma senza mai smettere di monitorare le loro condizioni di salute e raccogliere dati sulle conseguenze delle radiazioni sull’uomo. La conclusione può quindi essere solo quella per la quale al tempo dei test gli americani, ma anche britannici e francesi, avevano perfettamente coscienza delle conseguenze dei test per la salute e l’ambiente e che quindi decidendo di fare i test su quelle isole hanno anche implicitamente pianificato di esporre i loro abitanti ai fallout radioattivi.

E a supportare questa conclusione ci sono anche documenti ufficiali dell’epoca nei quali si predispone il monitoraggio degli abitanti dando per scontato che subiranno delle conseguenze e quindi considerandoli come cavie offerte a quegli esperimenti esattamente come si sottoponevano alle esplosioni edifici, imbarcazioni e altri materiali per misurare su di loro le conseguenze delle esplosioni.

Sulle isole Marsahll gli americani ci andarono con la mano pesante, il primo marzo del 1954 ad esempio fecero esplodere la bomba più potente mai testata in atmosfera. Appoggiata su una piattaforma al limitare di un atollo, la potentissima bomba di tipo tipo Teller-Ulam denominata Castle Bravo sprigionò una potenza valutata intorno ai 15 megatoni, circa 1000 volte quella della bomba di Hiroshima o 10 volte la potenza di tutti gli esplosivi usati nella Seconda Guerra Mondiale. La bomba lasciò un cratere largo due chilometri e profondo 76 metri, ma la sua potenza fu molto più elevata di quanto previsto dagli scienziati, tale da rivelare al mondo quello che in teoria avrebbe dovuto essere un test segreto.

Il fallout di conseguenza fu molto maggiore, i venti non girarono come s’era sperato e un peschereccio giapponese, il Daigo Fukuryū Maru, fu investito in pieno dalla nube radioattiva. Tutto l’equipaggio risultò pesantemente intossicato dalle radiazioni e uno dei marinai morì. Le radiazioni colpirono anche gli abitanti degli atolli di Rongelap e Utirik, ma fu il caso dei giapponesi che fece rumore e scatenò la preoccupazione per questo tipo di test, ancora una volta dei giapponesi erano colpiti da una bomba atomica americana, il fatto colpì la fantasia di molti, anche se questo non impedì agli americani di far detonare pochi giorni dopo Castle Yankee, che come la sorella sprigionò più energia dell’attesa, confermando l’esistenza di un errore di valutazione che comunque aveva portato al risultato di assemblare ordigni più potenti del previsto.

Gli abitanti di Rongelap e Utirik furono evacuati due giorni dopo l’esplosione, poi furono riportati e infine ri-evacuati a lungo perché si concluse che l’ambiente non era ancora abitabile, il profilo demografico di Rongelap si può apprezzare nella cronologia offerta da Wikipedia.

rongelap

Negli anni loro e quelli che abitano gli atolli più prossimi ai siti dei test si sono ammalati in gran numero ed elevatissimo è stato il numero delle gravidanze abortite o terminate con la nascita di bambini con gravi deformità. Oltre agli ordigni già ricordati gli Stati Uniti conclusero l’Operazione Castle portò alla detonazione di 7 ordigni di grande potenza e fu seguita dall’Operazione Redwing (17 esplosioni a potenza «limitata»nel ’56) e dall’Operazione Dominic (36 nel 1962). In totale le Isole Marshall videro quasi 70 esplosioni.

Gli ultimi test nelle isole del Pacifico li faranno i francesi nel 1996, che negli anni ’70 sono passati ai test sotterranei, con il bel risultato di riuscire a spaccare gli atolli e disperdere comunque nell’ambiente quantità significative di radiazioni. Nonostante i test siano stati sospesi perché hanno provocato danni evidenti, le due potenze non hanno fatto molto per rimediare ai danni provocati e nemmeno hanno mai voluto approfondire un comportamento che appare a prima vista e anche ad un’analisi più profonda un crimine contro l’umanità consumato ai danni di quelle popolazioni, peraltro inermi di fronte alla potenza dei colonizzatori e del tutto privi di voce in capitolo. Le autorità locali delle Isole Marshall si erano opposte nettamente ai test, ma gli americani li han fatti lo stesso e ancora oggi il governo ha una buona ragione per evitare che la storia riemerga alla memoria: i crimini contro l’umanità sono imprescrittibili.

Pubblicato in Giornalettismo

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