Barrett Brown, il giornalista in galera che rischia una condanna a un secolo

Posted on 14 luglio 2013

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Barrett Brown è in prigione dal settembre del 2012 rischia di rimanerci tutta la vita per aver fatto il giornalista.

31 anni, ha lavorato per The Guardian e Vanity Fair e prima di dedicarsi al giornalismo a tempo pieno è stato anche portavoce informale di Anonymous, ora è in prigione in attesa di essere processato il prossimo settembre per numerosi capi d’accusa, tutti o quasi relativi ad un’unica azione, ossia l’aver scambiato con altri in chat un link alle mail sottratte a Stratfor, la compagnia d’intelligence privata che ha visto la sua corrispondenza interna e il suo discutibilissimo modus operandi, esposti da Wikileaks e numerose testate.
Dice il segretario generale di Reporter Senza Frontiere, Christophe Deloire:

“Barret Brown non è un hacker, non è un criminale. Non si è infiltrato in alcun sistame informatico, né sembra avere le capacità tecniche per farlo. Prima di tutto Barret Brown è un giornalista investigativo che stava semplicemente facendo il suo dovere professionale studiando le mail di Stratfo, una questione di pubblico interesse. La condanna a 105 anni di prigione che rischia è assurda e pericolosa, dato che Jeremy Ammond, che si è in effetti dichiarato colpevole della vera intrusione nei sistemi di Stratfor ne rischia solo (?) 10. Minacciare un giornalista con un’ipotetica condanna secolare è una prospettiva spaventosa per i giornalisti che investigano l’industria dell’intelligenze che elavora per il governo”

Si può anche aggiungere che i 10 anni che rischia Ammond sono uno sproposito e che anche minacciare di un solo anno di galera i giornalisti che investigano su possibili scandali nelle istituzioni, fosse pure nel delicato ramo dell’intelligence, è la stessa barbarie, tanto più che Brown si è già quasi fatto un anno in attesa di giudizio, semplicemente per aver discusso materiale d’interesse giornalistico. Che il contenuto di quelle mail abbia un altissimo valore storico e giornalistico, lo testimoniano le migliaia di pezzi scritti ovunque sulle curiose attività di questa pretenziosa e opacissima compagnia di spie che si sono messe in proprio, colte a prendersi gioco dei clienti stranieri, e sarebbe il minimo, ma anche esposti nella propria attività di fabbrica e spaccio di fumo, assemblato con poca fatica e una buona dose di approssimazione.

Posso fin da ora dichiararmi colpevole dello stesso crimine di Barret Brown, se non anche di uno maggiore. Brown è infatti accusato, udite, udite, di aver pensato che il suo ProjectPM, un gruppo e un wiki dedicati per le indagini collaborative, sarebbe stato un ottimo posto dove discuterne ed esaminare i 5 milioni di mail messe online da Wikileaks e così ha pubblicato nella relativa chat il link che puntava alla sezione dell’archivio di Wikileaks che contiene la mail di Stratfor, sulla chat di ProjectPm. Sembra incredibile, ma non ha dovuto fare altro per essere arrestato, se non prendere parte come giornalista e da giornalista in un’attività che in quei giorni condivideva con migliaia di giornalisti e curiosi in tutto il mondo. Del tutto diverso ad esempio dallo stesso lavoro in ProjectPM, che così ha descritto a Wired:

Cosa sono le investigazioni crowd-sourcing?

“Durante l’ attacco ad HBGary (la società di sicurezza informatica che avrebbe scoperto le identità del gruppo Anonymous, ndr) alcuni hanno rubato le email, altri le hanno lette e messo insieme le informazioni, altri ancora le hanno diffuse. Alcuni hanno semplicemente cercato collegamenti su Google. Io ho chiamato i dirigenti dell’azienda, ho registrato quello che dicevano e l’ho messo su YouTube. Non devi essere per forza un hacker provetto per partecipare”.

Il 12 settembre dell’anno scorso gli agenti del FBI lo hanno arrestato, gli è stata negata la cauzione ed è stato detenuto oltre due settimane senza accuse e senza assistenza medica. A ottobre un grand juri federale lo ha accusato di minacce, cospirazione e rappresaglia contro un agente del FBI, questo:

Dopo di che gli sono state aggiunte altre 12 accuse federali il 14 dicembre 2012, relative all’intrusione nei sistemi di Stratfor e a Gennaio 2013 altre accuse ancora, quelle di aver nascosto delle prove quando nel marzo del 2012 gli agenti avevano perquisito la casa di sua madre non trovando nulla e concludendo che quindi se non c’era nulla d’interessante era perché lui l’aveva nascosta. Brown in passato ha lavorato con discreto successo come giornalista investigativo, nel 2011 ad esempio ha rivelato l’esistenza di “Team Themis”, un oscuro progetto concepito da una strana associazione tra contractor dell’intelligence, Bank of America e la US Chamber of Commerce, uno scoop che ha agitato le acque di Washington, spingendo diversi rappresentanti democratici a presentare interpellanze e richieste di chiarimenti sulla questione, l’ultimo dei problemi che pensava di poter avere, come si evince anche dal video, non è affatto l’analisi delle mail di Stratfor. Era molto più preoccupato delle conseguenze di quell’inchiesta, che stava già pagando da tempo e che probabilmente è il motivo dell’evidente persecuzione che sta subendo.

Dentro le mail di Stratfor però c’era anche un documento pieno di numeri  e password di carte di credito e, anche se Brown aveva solo inviato in chat un link relativo a una pagina -pubblica – che stava sui server di Wikileaks, ed è proprio la presenza di un documento del genere, a prescindere dal senso dell’accusa, che ha moltiplicato le accuse e la potenziale punizione a livelli grotteschi. Se non bastassero le perquisizioni con decine di agenti alla volta ad invadere i suoi domicili e la sua detenzione preventiva per un anno, ora Brown affronta il rischio di una condanna comunque pesantissima, anche una volta che l’accusa si sfrondata dalle imputazioni più inverosimili e indimostrabili.

La pressione platealmente illecita e abusiva esercitata negli Stati Uniti sugli attivisti, giornalisti e whistleblower che non rispettano il desiderio di riservatezza di aziende e istituzioni non ha paragoni nella storia recente degli Stati Uniti, bisogna risalire forse al maccartismo per trovare tanti giornalisti perseguitati all’apparenza solo per aver fatto il loro dovere, ma almeno all’epoca si poteva dare la colpa al fanatismo e all’ideologia, oggi il re è nudo e tutti vedono benissimo che manda in galera i giornalisti che disturbano o illuminano le trame tessute in segreto dalla classe politica e dalle corporation, per sfuggire ai limiti delle stesse leggi americane.

Pubblicato in Giornalettismo

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