Domare la Somalia, missione impossibile

Posted on 3 luglio 2013

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Non tutto è perduto, ma il presidente Hassan Sheikh Mahmoud ha perso indubbiamente quello slancio che aveva finora caratterizzato la sua opera.

Dare un governo alla Somalia è una sfida che ha impegnato inutilmente fin dal 1991 i somali, l’ONU, i paesi confinanti, gli Stati Uniti prima con la la coalizione dei volenterosi di Restore Hope, poi con l’invasione etiope e infine con lo sforzo arcobaleno che portato alla cacciata degli Shabaab e all’esistenza da qualche mese del primo governo somalo apparentemente simile a un governo.

Esaurita più o meno l’ultima fase militare con la presa di Kisimayo, porto e capitale del Sud e ultimo bastione dei talebani locali, si è è passati all’attuazione del modello costituzionale previsto dagli accordi, mentre Hassan Sheikh Mahmoud era confermato a capo del governo dal consenso di una robusta maggioranza di delegati, non eletti, a partecipare alla formazione del primo governo non-provvisorio e titolare della sovranità riconosciuta su tutto il paese dai tempi della dittatura di Siad Barre. Il problema è che la “democrazia consociativa” scelta, ma sarebbe più giusto dire tagliata su misura, per accomodare le pretese di tutti e su tutti dei due stati semi-autonomi del Somaliland e del Puntland. Il nuovo modello di stato federale prevede l’esistenza di 6 stati e di due territori federali, Mogadiscio e le isole Bajuni nell’estremo Sud del paese, sede di una minoranza di origine araba, rimasta divisa come l’arcipelago tra Kenya e Somalia dai colonizzatori e malamente repressa ai tempi del regime di Siad Barre, che li sgomberò dalle isole con l’aiuto della marina sovietica per tarparne le attività, primariamente la pesca e il commercio tra le sponde nell’ Oceano Indiano.

Se la questione dei Bajuni può apparire marginale, bisogna però considerare che è stata un discreto problema, non ancora del tutto risolto, sulla strada dell’immaginarsi la Somalia federale, anche perché a parte i dintorni della capitale e i due stati già semi-autonomi, gli altri li han dovuti immaginare quasi dal nulla, ritagliandoli lungo le divisioni dei clan e le rivendicazioni di questo o quel potere o gruppo locale. C’è di buono che i negoziati sono rimasti sul piano dialettico, ma c’è di malvagio che il confronto dialettico somalo è estenuante e spesso si risolve in discussioni inutilmente imposte dall’alto per ricomporre fratture inguaribili o mediare interessi che non possono essere mediati. Il fulcro dei problemi sembra risiedere ora proprio a Kisimayo, dove i colloqui per la costituzione dello Jubbaland, lo stato più meridionale, vanno male da mesi senza che il presidente prenda l’iniziativa, subendo anzi la situazione.

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Diversamente da tutti i suoi predecessori Mahmoud è riuscito a galvanizzare un buon numero di somali, atteggiandosi in maniera convincente a statista, patriota capace di tenere testa alle pretese delle cancellerie straniere e persino di condannare la corruzione e proporre innovazioni rivolte a contrastarla. La mancata soluzione del problema ha diverse conseguenze, tra le quali la permanenza delle truppe del Kenya che risalendo da Sud hanno cacciato gli Shabaab e che ora vorrebbero rientrare lasciando una situazione stabile, ma che invece rischiano seriamente di rimanervi impantanati a tempo indeterminato o di ritornare a casa e ritrovarsi da capo nel giro di pochi mesi.

Il paradosso è che lo stesso successo del presidente e la stessa devoluzione federale dei poteri, hanno finito per creare scontento in diversi circoli di potere. L’idea che agli stati federati spetti un’autonomia tale da permettere forme di governo e legislazioni molto diverse tra gli stati, ha fatto in modo che a livello federale non si trovasse alcun contrappeso al potere del presidente, che un po’ perché i problemi sono enormi e un po’ per far prima ha assunto un piglio decisionista che è piaciuto a molti dopo anni di assenza di qualsiasi autorità nazionale, ma che per altri ha assunto il sapore dell’autoritarismo. Non sono mancati quelli che nell’estensione del potere della presidenza hanno visto una compressione del proprio e hanno naturalmente reagito.

Un accumularsi di tensioni che da qualche settimana sembra aver rallentato lo slancio della grande speranza somala, uno che si è rivelato una sorpresa inattesa al punto che anche per la comunità internazionale ha assunto l’aspetto di una benedizione dal cielo. Una novità assoluta dopo più di vent’anni di disgrazie puntuali e inesorabili, culminate con l’ultima grande carestia che si è portata via in pochi mesi più bambini di quante persone non abbia ucciso la guerra in Siria, ma c’erano da cacciare gli Shabaab e da tempo si è persa la tensione dei donatori così come l’attenzione per le ricorrenti crisi umanitarie. La vera dimensione della crisi non ha raggiunto le opinioni pubbliche e non c’è stata alcuna reazione delle cancellerie che ormai da anni tengono monitorato il paese e anche le ONG hanno potuto far poco, i corridoi umanitari non li ha aperti nessuno e alle richieste di fondi non hanno risposto nemmeno le solite promesse da marinai.

Nonostante il presidente si sia rivelato iperattivo e capace d’intervenire su una grande varietà di questioni e anche di risolverle con discreto successo, di fronte alla questione dello  Jubbaland si è incartato al punto che buona parte dei locali è convinta che il governo stia ostacolando gli accordi e il governo che accusa i locali di non metterci buona volontà ed essere schiavi d’interessi egoistici. Quale che sia il problema resta il fatto che la prima battuta d’arresto del presidente si è consumata all’incontro con le tensioni claniche che da sempre caratterizzano la Somalia. Mahmoud non ha molte alternative al riuscire nell’impresa, che è sembrato sottovalutare e che ora lo vede costretto a una difficile rimonta.

Mahmoud non ha molte altre opzioni, perché il capitale di consenso che si è finora conquistato potrebbe evaporare in fretta e già molti hanno approfittato per prendersi le prime rivincite retoriche sull’uomo che nell’ultimo anno era passato da un successo all’altro. Il presidente infatti non può contare sull’hard power necessario a imporre le sue condizioni con la forza perché l’esercito somalo è ancora un’opinione, ma anche perché al di fuori della sua corte di collaboratori non può contare ancora su uno stato funzionante e nemmeno su un sostegno sicuro, visto che la sicurezza del paese dipende da un paio di eserciti federali, dei corpi di spedizione o di peacekeeping di alcuni paesi africani, dai droni americani e dalle marine della coalizione antipirateria, di un discreto numero di agenti dei servizi occidentali e persino di un gran andirivieni di contractor, che per rifornire la giostra erano arrivate ad attrezzare vecchie piattaforme petrolifere abbandonate in supermarket delle armi provvidenzialmente sistemati in acque internazionali. E che in teoria ci sono ancora, a meno che la marina di qualche paese non si sia incaricata di sloggiarli con discrezione.

Sembra quindi che, per ora, chi aveva sperato nell’inviato dagli dei o dal fato benevolo, sia costretto a trattenere il fiato, ma in fondo non è nulla di diverso da quello che è toccato fare nell’ultimo ventennio quando si è trattato di osservare le evoluzioni somale. Mahmoud resta indubbiamente una risorsa per il paese nel momento attuale, ma è chiaro che né il paese né la comunità internazionale possono affidare a un sol uomo la sintesi di problemi complessi come quelli somali, così come non è augurabile che in nome della stabilità la figura di Mahmoud si trasformi in quella dell’ennesimo autocrate africano, cammino che comunque trattandosi della Somalia sarebbe ancora lungo e sicuramente irto d’ostacoli., oltre ad essere difficilmente compatibile con il previsto assetto federale e con la formula della democrazia consociativa.

Pubblicato in Giornalettismo

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