La principessa Karimova e il vile umanitario

Pubblicato il 30 giugno 2013

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Karimova

Lo scambio tra la figlia del dittatore Karimov e un rappresentante di Human Rights Watch mostra l’utilità del porre domande scomode.

UNA DITTATURA SPIETATA - L’Uzbekistan è il feudo personale di Islam (o Islom) sin dal suo distacco dalla comunità delle repubbliche ex sovietiche, decenni nei quali nel paese non ci sono mai state elezioni, ma solo plebisciti con lui come unico candidato, non esistono partiti d’opposizione e nemmeno oppositori a piede libero. A dispetto del nome l’uomo non è per nulla religioso e il suo regime perseguita equamente chiunque professi qualsiasi fede religiosa, dagli evangelici agli ebrei, fino ai musulmani e ai cristiani. Chi professa una fede si vede di norma negato il permesso di viaggiare all’estero e subisce altre angherie, più meno varibili come tutto nel paese dall’umore del regime. Gli uzbeki di origine russa e gli ebrei in particolare hanno da tempo lasciato il paese in massa, colpiti prima dalle necessità economiche che dai morsi dell’ex apparato comunista che si è trasformato in oligarchia all’ombra del dittatore, proprio com’è accaduto nelle repubbliche degli “Stan” vicini.

LAVORI FORZATI PER TUTTI - Karimov inoltre ha la bella abitudine di mandare tutti a a raccogliere il cotone per un paio di mesi all’anno, compresi  i due milioni di uzbeki tra i 6 e i 15 anni che invece dovrebbero essere a scuola. Visto che rimarrebbero a presidiare aule vuote, Karimov manda a raccogliere il cotone anche i docenti, i bidelli e quanti più impiegati pubblici gli è possibile. Il cotone è una delle produzioni più importanti dell’Uzbekistan, realizzata grazie a colture intensive sviluppate ai tempi dell’Unione Sovietica. Da allora ogni anno il paese si ritrova in fondo a tutte le classifiche del mondo in tema di diritti umani e civili e si susseguono i rapporti sull’impiego esteso delle torture e di quando in quando di timide manifestazioni represse brutalmente nel sangue. Da tempo gira voce persino di una passione di Karimov nel far bollire vivi avversari e nemici, anche se si tratta di un dettaglio di colore che nulla aggiunge una realtà che attira sul regime l’attenzione di quasi tutte le associazioni per la difesa dei diritti umani, che ce l’hanno in particolare con la pessima abitudine del regime di chiudere ogni anno le scuole per due mesi e mandare i bambini dai 6 ai 15 anni a raccogliere cotone insieme ai loro insegnanti e al personale scolastico. Lavoro minorile forzato, un vero orrore che ha scatenato anche le anime più pie.

COMBATTE IL TERRORISMO - Al dittatore e alla sua famiglia, che detiene il monopolio del cotone,  sembra importare poco, tanto più che ora ai proventi del cotone si sono aggiunti quelli del gas. Il ricorso alla manodopera forzata e gratuita garantisce comunque margini interessanti e il regime non ha esitato a prosciugare il lago D’Aral pur di estendere per quanto possibile le coltivazioni di cotone . Da parecchi anni l’ONU e alcune associazioni anglosassoni protestano per il lavoro minorile, che è poi schiavitù non essendo retribuito; la diplomazia uzbeka risponde che farà e provvederà, ma poi non succede niente. Gran parte della sua propaganda si è fondata nell’ultimo decennio sulla lotta all’islamismo terrorista, ciò  gli ha permesso di avere un certo successo sia nei rapporti con la Russia, sia in quelli con gli Stati Uniti, cui ha concesso  basi militari nel suo territorio, ai cinesi e indiani invece vorrebbe vendere il gas, ma il recente crollo dei prezzi rischia di deprimere l’entusiasmo per i progressi in quelle direzioni.

WASHINGTON ALL’AZIONE - Ultimamente però gli Stati Uniti hanno cominciato a pensarsi esportatori di gas e forse hanno anche considerato che Karimov gli estremisti islamici li ammazza anche senza bisogno d’incentivi, finendo per concludere che il Dipartimento di Stato poteva prestare orecchio alle ONG e magari fare anche qualcosa. Così si è arrivati a oggi, con gli Stati Uniti che per la questione del “forced labor”  hanno annunciato un pacchetto di sanzioni d’assaggio, anche mirate personalmente a esponenti del regime.

Protesters Outside The Guli Spring 2012 Fashion Show

IL PUNTO DEBOLE - Karimov ha una sola debolezza nota, l’adorata figlia Gulnara Karimova, soprannominata la principessa dell’Uzbekistan nome d’arte Googoosha. Una quarantenne che nella vita fa l’imprenditrice e stilista di moda e di recente anche la cantante, che per il suo secondo singolo deciso ha deciso di stupire la folla con un duetto con Gérard Depardieu, che con gli autocrati dello spazio ex sovietico si trova benissimo, da Putin ai ceceni ha beccato ovunque. La giovane nel suo ambiente ha a lungo goduto di una certa franchigia, anche in Italia, dove presentava impunemente le sue collezioni a Milano in collaborazione con la Camera della Moda, a New York invece la sua partecipazione fece scandalo e fu annullata. Non le bastava apparire ovunque nel mondo nel patinato mondo del jet set internazionale, voleva farlo da protagonista, possibilmente senza essere disturbata da domande fastidiose sulla situazione politica del paese e sulla dittatura del padre. Con la moda ha trovato fastidiosi paletti, perché gli attivisti non uzbeki che fanno campagna da anni hanno preso in mezzo malamente le aziende della moda, accusate di fare profitti sui bambini uzbeki e di spassarsela con la ricchissima figlia del dittatore.

UNA GIOVANE D’OGGI - È evidente che a Gulnara l’Uzbekistan stia stretto e così il premuroso papà l’ha provveduta del titolo d’ambasciatrice presso l’ONU in Svizzera per il suo paese. L’idea piace a Karimova, che ha abitudini e vezzi molto occidentali e tende all’imitazione delle socialité più glamour in ogni sua manifestazione, anche nello stile con il quale utilizza Twitter personalmente, disinvolto e giovanile nonostante il passaggio della quarantina. Alla notizia della decisione statunitense sulle sanzioni invece, quel cattivone di  Andrew Stroehlein di Human Rights Watch le ha teso un vile agguato, chiedendole che ne pensasse delle minacce americane. Un vero importuno e Karimova non ha mancato di farglielo notare con una raffica di messaggi che cerco di tradurre al meglio:

@astroehlein hello,my dear friend! Grazie per considerarmi così intelligente e dotata della grande abilità di seguire tutto, dalle questioni più minute al tema del riscaldamento globale. È molto motivante, ma ancora non abbastanza per diventare una  #superwoman… Dovrebbe immaginare che ho la mia vita privata e, come le ho spiegato in precedenza, molti progetti creativi eccitanti. Ma, in ogni nodo, ho una domanda per lei in quanto persona politicamente informata e con vaste relazioni: Perché sono così importante da interferire e spingere a darmi la caccia in ogni maniera possibile, al solo fine di coinvolgermi, senza neppure un cenno alle mie aspirazioni per il futuro… avendo in mente anche la mia multiforme attività e il mio lavoro creativo? Spero lei ci rifletta e torni con una risposta trasparente e ragionevole… Se vuole conversare con me, perché non può essere in maniera normale e civile? Allora sarò ben disposta e onesta anch’io. P.s. Gentilmente, niente stronzate sulle responsabilità dell’ambasciatore e questioni relative al mio status… Grazie in anticipo.

Il povero Stroehlein c’è rimasto così colpito che s’è dimenticato di ricordarle di papà e del suo originale sistema di potere, ma non ha mancato di chiederle perché definisca stronzate le questioni relative al suo essere ambasciatrice all’ONU a Ginevra, dove ha sede l’UNHRC, proprio l’Agenzia Onu che da anni ha l’Uzbekistan nell’elenco dei cattivi. E non ha mancato nemmeno di chiederle se nel suo concetto di “maniera normale e civile” è compreso l’invio dei bambini ai lavori forzati a raccoglier cotone. Poi ha ricordato la minaccia americana su chi approfitta di quel lavoro forzato e le ha chiesto se magari volesse annunciare qualche provvedimento per rimediare.

LA STAR SE NE VA OFFESA - Quel che troppo è troppo, a quel punto la principessa ha perso la pazienza e ha chiuso con un messaggio perentorio: “Quando sarà pronto e cresciuto dallo stadio di uomo blah blah e vorrà rispondere alla mia domanda, mi contatti… non prima“. Uno stile twittante già diffuso globalmente, che però non mette affatto al riparo dalle domande imbarazzanti, alle quali comunque  proprio i comportamenti del genere finiscono per dare le risposte più attendibili, evidenti e comprensibili a tutti.

Pubblicato in Giornalettismo

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