Boston & media, non tutti gli attentati sono uguali

Pubblicato il 18 aprile 2013

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ERIK RUSH

Una delle culle della cultura progressista americana è colpita da un attentato e la fabbrica delle notizie va in imbarazzo.

L’attentato, per quanto atroce e potenzialmente in grado di produrre anche un numero maggiore di vittime, è apparso fin da subito ricalcare le tragiche caratteristiche di altri simili, di matrice locale, un’impressione che il trascorrere delle ore senza una rivendicazione ha rinforzato. La reazione degli americani nel complesso è stata moderata, calma e contenuta. Boston ha reagito con efficienza e senza isteria, che si è manifestata per certi versi versi più dalle parti di New York che nella città colpita.

La cronaca americana, nonostante il timore per gli attacchi degli islamisti, è punteggiata di attacchi spesso incomprensibili quanto molto più frequenti ad opera di cittadini americani. A dispetto di una narrazione abbastanza omogenea che induce i media e il pubblico a omologarli come iniziative individuali usualmente accostata alla follia, gli esiti investigativi e giudiziari non arrivano mai però alla conclusione che siano opera di pazzi. D’incapaci d’intendere e di volere non ce n’è traccia, anche se in certi casi l’apparenza spingerebbe a ritenere che l’elisione implicita di questa possibilità discenda molto dalla pressione politica sui procuratori, che nel ruolo sono eletti dai cittadini, che da un’assoluta corrispondenza tra la verità giudiziaria e le effettive capacità dei condannati.

Nonostante l’esistenza di ponderosi studi sul fenomeno e una letteratura robusta su gruppi ed associazioni che sembrano costituire l’humus ideale di chi si lancia in attacchi indiscriminati contro altri americani, spesso suoi concittadini o vicini di casa, raramente agli autori di stragi del genere viene accostato un movente politico. Nemmeno quando il profilo ricorrente è quello del maschio, bianco, che in qualche modo decide di colpire nel mucchio per esprimere un disagio frutto del cozzare di ideologie paranoidi e complottarde con la realtà di un paese multietnico nel quale essere maschio e bianco non è più garanzia sufficiente di privilegio. È il terrorismo dei perdenti, di quelli che hanno poco ascolto anche se non sono pochi, perché sono impresentabili, di quelli che si credono superiori alle masse plagiate dal governo, dalle corporation, ma anche dal complotto degli omosessuali o dal “negro” alla Casa Bianca, l’amico dei musulmani, ma all’occasione anche degli ebrei, che vorrebbe separare i patrioti americani dalle loro armi. Impossibili da intercettare e da distinguere tra i milioni di americani che si dilettano con le armi e gli esplosivi, fino a che non decidono di usarli contro gli altri.

L’attentato ha colpito Boston, città idealmente progressista, ha colpito una manifestazione sportiva, obiettivo diverso da quello di tutti i precedenti attentati di matrice islamica in Occidente e lo ha fatto impiegando ordigni esplosivi elementari, per di più in un periodo, la settimana del Patriot Day, cara agli autori di altri attacchi. Non quindi un Unabomber, ma nemmeno uno che si è fatto una cultura su Inspire, la “rivista di al Qaeda” che in passato aveva pubblicato le istruzioni per costruire la pentola a pressione esplosiva. Circostanza subito afferrata da qualche “esperto” poco credibile per evocare legami con il terrorismo islamico, ma contrariamente al passato si è trattato di casi estremamente rarefatti e quasi tutti prudenti nell’insinuare, forse di conseguenza anche i commenti platealmente razzisti e anti-islamici sono stati di qualche ordine di grandezza in meno.

Le istruzioni per la pentola a pressione esplosiva si trovano fin dal 1971 in un libro abbastanza noto, The Anarchist Cookbook, che si apre con una premessa dell’autore che rende bene l’idea di come già all’epoca ci fosse un gran numero di americani che non aveva bisogno d’imparare niente da maestri stranieri:

“Questo libro… non è scritto per i membri di gruppi politici marginali, come i Weatherman o i Minutemen. Quei gruppi radicali non hanno bisogno di questo libro, conoscono già tutto quello che contiene”

Agli americani piacciono le armi e piacciono le esplosioni, ci sono numerosi americani che s’intrattengono sparando a ogni genere di oggetto imbottito d’esplosivo, dalle pentole a pressione fino ai veicoli, così per diletto, molti poi pubblicano i video su YouTube, e lo stesso fanno gli appassionati di esplosivi che nei forum discutono con variabili livelli di competenza di quel che serve per fare dei botti grossi.

Il “terrorismo interno” è affrontato dai media americani in maniera sensibilmente diversa di quanto non facciano con il “terrorismo islamico” anche per questo motivo. La differenza fondamentale la fa il differente agire del blocco di media e commentatori che nella storia recente hanno alimentato la “fear factory” che ha permesso al governo di prendersi licenze incredibili e anche illegali. Veloci e aggressivi nello sviluppare e amplificare l’immagine odiosa della minaccia islamica o comunque straniera quando occorra, si ritrovano invece vittima di un particolare conflitto d’interessi quando s’arriva al terrorismo interno.

La destra americana infatti, pur non frequentando ufficialmente i gruppi estremisti, fin dal 9/11 ha attinto a piene mani alla loro stessa retorica e ha nel diritto a possedere quante armi si vogliano uno dei suoi capisaldi ideologici, tanto elementare e ingiustificabile, quanto marmoreo feticcio WASP. Proprio oggi ad esempio il Senato ha bocciato una norma che imponeva maggiori controlli alla vendita delle armi. In occasioni nelle quali sia in ballo la pista interna, come nel caso di stragi come quella di Newtown buona parte dei media e dei commentatori americani si ritrova a giocare in difesa, fosse pure inconsapevolmente per alcuni. Non si vedono infatti quelli che incitano a colpire o a prendere misure di “sicurezza” contro altri che non siano esattamente gli autori dell’attentato e non è solo perché in casi del genere è quasi pleonastico e banale chiedere il massimo della pena e anche il dibattito su come migliorare la “sicurezza” si arena presto di fronte alla resistenza a ridurre l’accesso alle armi alla constatazione per la quale se già ha poco senso mobilitare il paese contro i sospetti “islamici”, è del tutto privo di senso e di fattibilità pensare di proteggere gli americani da attacchi di questo tipo, spesso maturati nella solitudine di vite anonime e incapaci di attirare sospetti. Il tratto maccartista visto all’opera contro comunisti e musulmani non si è mai manifestato a reprimere la destra americana iper-ideologizzata e indottrinata che lo ha tenuto a battesimo.

 

senso

Una prudenza che in teoria dovrebbe migliorare la qualità dell’informazione, ma poi la fretta e la gara a pubblicare per primi un dettaglio più degli altri, producono comunque un flusso fruibile con difficoltà da chi cerchi informazioni. In casi del genere sembra decisamente più sano aggiornarsi una volta al giorno, che subire l’effetto straniante dell’accavallarsi delle cronache, anche incoerenti, minuto per minuto, ha poco senso rincorrere ogni genere di voce dal sen fuggita e subito ripresa anche dai nostri media, che a questo genere d’esplosione di violenza sembrano credere tantissimo. Forse perché gratificati da quanti un po’ ovunque si lanciano a pregare per gli americani o a dirsi commossi e addolorati per quelle morti inutili e atroci, che è triste ricordare sono pur sempre una minuscola frazione delle morti inutili e atroci che si consumano quotidianamente senza essere oggetto di tale spasmodica attenzione da parte dei media e dei solidali. L’0cchio della madre, le foto del sangue il pianto dei parenti, tutto diventa merce e tramuta l’evento in un mercato sempre uguale, per quanto finora di sicuro successo. Successo e visibilità che fanno gola a molti, ma in casi del genere la categoria si restringe a quanti hanno uno stimolo professionale legittimo a inseguire la notizia. La quantità di rumore e d’informazione incerta che frastorna, è il prodotto naturale e conosciuto del sistema dei media, così come si è evoluto. Una conclusione per nulla incoraggiante, per il cliente-consumatore come per il cittadino.

Pubblicato in Giornalettismo

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