Non è successo niente in Eritrea

Pubblicato il 26 gennaio 2013

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In settimana l’annuncio di un golpe, poi più nulla o quasi Hanno preso il ministero dell’informazione, all’interno ci sono gli studi della televisione di stato, l’unica. Hanno costretto il direttore a leggere una dichiarazione nella quale chiedevano il rispetto della costituzione, il rilascio dei prigionieri politici e… Poi gli hanno staccato il segnale e la televisione è rimasta muta fino a sera, mentre il resto del mondo s’interrogava su cosa stesse succedendo. Alla ripresa dei programmi il notiziario parlava dei problemi provocati dalla neve a Parigi.

A sera, i circa duecento militari che avevano occupato l’edificio nella zona di Fordo, alla periferia della capitale Asmara, hanno lasciato la posizione dopo una giornata presumibilmente spesa in trattative, perché non è stato sparato un colpo. Il giorno dopo tutte le fonti ufficiali eritree erano concordi nel dire che non era successo niente.

La sequenza dei fatti sopra narrati però non è contestata nemmeno dai più sfegatati fan del regime ed è accettata implicitamente anche in alcuni comunicati da fonti del regime. Non è facile avere conferme indipendenti, perché la libertà d stampa è stata sospesa “temporaneamente” nel 2001 e da allora c’è stata una moria di giornalisti, risultati incapaci di sopravvivere nelle carceri della dittatura. Non che fuori vada molto meglio, caratteristiche del regime di Afewerki sono quelle di far spare ai cittadini sorpresi a voler lasciare il paese, di praticare l’omicidio politico e di aver sigillato il paese rispetto all’esterno, da dove è vietato l’ingresso soprattutto ai giornalisti di altri paesi. Inutile dire che Internet nel paese è uno strumento affidato solo a mani responsabili e che se qualcuno pensasse di far lo spiritoso farebbe davvero poca strada. Un regime spietato, nel quale Afewerki è presidente, capo del partito unico e altro ancora, perché da quando ha assunto il potere negli anni ’90 si è lentamente sbarazzato dei suoi compagni “eroi” della guerra d’indipendenza dall’Etiopia. Una repressione scientifica del dissenso che arriva a marcare persino i numerosi eritrei della diaspora, fuggiti chi alla guerra, chi alla repressione, chi semplicemente a un regime che impone ai propri cittadini i lavori forzati per arricchirsi.

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Repressione e corruzione del regime sono fuori discussione e sono tra le peggiori al mondo, tanto che il paese è sotto embargo ONU ormai da anni. Sanzioni che sicuramente hanno contribuito ad impoverire ulteriormente anche i cittadini di uno dei paesi più poveri al mondo, ma che segnalano che il problema è riconosciuto, anche se nel nostro paese, ex referente coloniale, non si scandalizza nessuno e qualcuno ne approfitta per fare affari con il regime. Per rendersi conto, è utile ascoltare l’apologia del dittatore da parte di Piergianni Prosperini, poi arrestato proprio per una storia di tangenti dall’Eritrea, che con la regione Lombardia ha e aveva ottimi rapporti.

Con il passare delle ore i golpisti sono stati comunque identificati, i comandanti erano quattro: il colonnello Saleh Osman (eroe di guerra) due maggiori e un capitano. Si è trattato di un’azione poco pianificata e meditata. Dopo che i ribelli si sono ritirati si sa però di numerosi arresti e di decine di persone detenute fra cui Abdella Jaber, numero tre del partito unico (Fronte popolare per la democrazia e la giustizia), Mustafa Nurhussein, governatore di una delle sei province eritree, e un vecchio commissario politico, Amanuel Haile, detto “Hanjema”.

I golpisti invece si sono ritirati in buon ordine e pare ora Osman sia abbia trovato riparo tra le braccia della sua brigata meccanizzata nel Sud del paese e consenta solo alla polizia militare d’avvicinarsi per condurre trattative con il regime, che evidentemente sono ancora in corso. Resta da capire come Osman possa essere rassicurato da impegni assunti da uno come Afewerki, che più di una volta poi ha mandato a morte qualcuno tra quelli ai quali aveva promesso l’immunità o la clemenza.

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Ci sono sempre buoni motivi per arrestare qualcuno ad Asmara, anche se non ha legami con Osman o con i progetti di golpe, tanto che gli ultimi arresti si sono confusi con quelli in corso per altre iniziative del regime, come quella che poco prima del tentato golpe ha visto l’arresto di 10 capi di chiese cristiane indipendenti, vale a dire evangelici e pentecostali. Secondo Jerry Dykstra diretttore di Open Doors, un’organizzazione cristiana statunitense: “la popolazione è divisa quasi al 50% tra musulmani e cristiani, ma il presidente ha preso di mira i cristiani indipendenti nell’ultimo decennio. Un ufficiale governativo una volta ha dichiarato che: “… ci sono tre nemici da sradicare: l’Aids, il regime etiope e i cristiani indipendenti”.

In realtà il governo etiope, come ogni regime paranoico che lo ha preceduto, teme qualsiasi aggregazione che non si manifesti nelle forme previste e codificate dal partito unico e di conseguenza controlla ossessivamente sia il discorso pubblico, in patria impenetrabile al dissenso, che i comportamenti privati, non esitando a ricorrere alla tortura o alla violenza del ricatto trasversale per stimolare l’obbedienza dei più refrattari.

Non stupisce dunque che fin dalle prime ore successive al mancato golpe fossero attivi in rete numerosi sostenitori del regime, smaccati nel loro pretendere che non stesse succedendo niente o almeno che non si trattasse di un golpe. E non stupiscono nemmeno i curiosi tentativi prodotti ex-post per dimostrare la malafede di quanti hanno dato notizia di quello che è successo davvero, nei quali anche Wikileaks diventa strumento della diffamazione dolosa del glorioso regime di Asmara e del suo duce.

Più vistosa e preoccupante è invece la disattenzione della comunità internazionale verso questa piccola Corea del Nord africana e la sorte dei suoi abitanti, trascinati dal dittatore e dai suoi sgherri in un vortice d’orrori con pochi uguali al mondo nella contemporaneità, c’è da scommetterci che se prima o poi qualche volenteroso dovrà intervenire nel paese o se il delirio provocherà un’altra ondata di profughi, saranno in molti a stupirsi e a chiedersi come si sia potuti arrivare al punto da legittimare questo insipido clone del defunto Gheddafi.

Pubblicato in Giornalettismo

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