La romanzesca vita del sovrano si è snodata attraverso la tormentata storia della Cambogia, dalla seconda guerra mondiale a oggi.
Norodom Sihanouk ascende al trono alla morte del nonno materno Sisowath Monivong nel 1941, prima di compiere i vent’anni dalla nascita il 31 ottobre del 1922, scelto dall’occupante francese che lo riteneva meno incontrollabile di altri della famiglia, una valutazione che si rivelerà errata. Sihanouk è stato per due volte proclamato re, due volte principe sovrano, ha servito due mandati come primo ministro, presidente sotto i khmer rossi e capo di diversi governi in esilio riconosciuti dalla comunità internazionale, una varietà d’incarichi che gli è valsa la nomina nel Guinnes dei Primati come politico che ha ricoperto la più grande varietà di cariche.
Da poco asceso al trono Sihanouk si trovò con il paese invaso dai giapponesi nel 1945, con i quali collaborò tenendo le distanze, a differenza del vicino imperatore del Vietnam che con il suo entusiastico collaborazionismo si giocò il destino dell’impero e della dinastia. Durante l’occupazione giapponese e con la pressione di Tokyo, Sihanouk dichiarò l’indipendenza dalla Francia e si mantenne indipendentista anche quando la Parigi al termine della Seconda Guerra Mondiale tornò a comandare sull’Indocina.
L’indipendenza arriva nel 1953, dopo quella che fu chiamata “la crociata reale”, un tour mondiale nel corso del quale il re perorò in molti paesi la causa dell’indipendenza, che alla fine piegò Parigi. Sihanouk mantiene comunque buoni rapporti con la Francia e due anni dopo, nel 1955, abdica a favore di suo padre per impegnarsi in prima persona in politica e creando un proprio partito che nel settembre dello stesso anno riporterà una robusta affermazione elettorale. Alla morte del padre nel 1960 Sihanouk vince le elezioni e diventa premier, ma assume il titolo di principe in luogo di quello di re. Nel 1963 cambia la costituzione e si nomina capo dello stato a vita. Pur rifiutando di diventare re, si premura comunque di creare una carica costituzionale per se stesso, esattamente corrispondente al potere conferito al monarca in precedenza.
Nel 1970 Sihanouk regna sulla Cambogia incontrastato, capo del partito unico d’ispirazione socialista, e cerca di barcamenarsi in quella che all’epoca è una delle aree più calde del mondo, perché nella penisola indocinese si confrontano americani e francesi da una parte e cinesi e sovietici dall’altra, anche se ciascuno con agende proprie. Nel mezzo ci sono i paesi dell’Indocina ed è proprio la tolleranza di Sihanouk, che permette ai Vietcong di usare il paese come retrovia nella guerra agli americani ad attirargli disgrazie, che arrivano sotto forma di un golpe portato a termine dal generale Lon Nol nel marzo del 1970. Agli americani non era evidentemente bastato il permesso di Sihanouk per bombardare i vietcong anche in territorio cambogiano, di lui non si fidavano e poi lo facevano lo stesso già da tempo.
Sihanouk prende allora per la prima volta la via dell’esilio e si rifugia a Pechino, dove trova appoggio alle sue intenzioni di combattere la giunta militare sostenuta dagli americani. Nelle more della resistenza, i fedeli del re però sono superati e infine dominati dal movimento dei khmer rossi, che partecipavano al governo in esilio presieduto da Sihanouk, ma che sul terreno si rivelano l’unica forza capace di approfittare del sostegno vietnamita e cinese per abbattere il governo di Lon Nol.
Nel 1975 i khmer rossi prendono il potere e Sihanouk diventa un presidente-fantoccio, la regina madre e il principe Sihamoni rimangono a lungo agli arresti all’interno del palazzo reale, mentre molti membri della famiglia trovano la morte tra le stragi ordinate da Pol Pot. Dopo l’intervento vietnamita a mettere fine alla follia dei khmer rossi nel 1979 instaurando un governo di comunisti “moderati” filo-vietnamiti, Sihanouk è di nuovo capo del governo di unità nazionale in esilio del quale fanno parte anche i khmer superstiti, e guida per oltre un decennio le trattative che porteranno al ritiro dei vietnamiti e, dopo gli accordi di Parigi del 1991 seguenti alla fine della Guerra Fredda, all’istituzione e restaurazione del Regno di Cambogia nel 1993.
Da allora, pur con Sihanouk sovrano, il potere in Cambogia è stato nelle mani di Hun Sen, leader del Partito Popolare Cambogiano e autore di un golpe nel 1997 che ha costretto il principe Norodom Ranariddh, co-primo ministro, all’esilio a Parigi e fatto strage dei suoi sostenitori. Hun Sen è un ex comandante dei khmer rossi messo al potere dai vietnamiti e sopravvissuto anche alla loro ritirata, che da decenni si esibisce nel ruolo dell’uomo forte.
Sihanouk non ha mai fatto mancare le sue critiche a questa dittatura, tuttavia la situazione è sembrata placare il suo desiderio per una Cambogia libera da ingerenze esterne, tanto che si è dato alle arti diventando compositore, un apprezzato regista e ha persino aperto un sito web, tra i primi capi di stato a farlo, che ha avuto un grande successo e nel quale a lungo ha pubblicato i suoi pensieri quotidiani rivolti ai cambogiani. Nel 2004 ha abdicato a favore del figlio Norodom Sihamoni e da allora per i cambogiani è diventato il re papà, appellattivo che ricambiava rivolgendosi ai cambogiani chiamandoli “i miei nipoti” in khmer e “figli miei” in francese.
Il genuino affetto del popolo cambogiano si è potuto apprezzare visivamente in occasione della sua morte, a Pechino dove da tempo risiedeva auto-esiliato, ma già in precedenza si poteva notare come ben pochi avessero accolto la sua preghiera di togliere dai luoghi pubblici le sue immagini più o meno ufficiali e di adottare quella del nuovo re. Con lui, oltre a una buona parte della recente storia cambogiana, se ne va anche l’unico contrappeso al potere di Hun Sen, che guida un regime usurato e corretto dalla lunga permanenza al potere e che ora potrebbe essere tentato di affondare l’acceleratore sullo sviluppo delle risorse naturali del paese. Il rischio è quello di alimentare una tensione sociale latente già da diversi anni e favorire l’emersione di una vera opposizione ad occupare lo spazio lasciato libero da Sihanouk, con il rischio di riaccendere i fuochi di una violenza che, tra le guerre e il regime dei khmer rossi, ha costretto il paese a pagare un prezzo di sangue con pochi paragoni in epoca moderna.
Pubblicato in Giornalettismo


icittadiniprimaditutto
19 ottobre 2012
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