Chi ha rapito Alessandro Spadotto

Pubblicato il 1 agosto 2012

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A dismissed army soldier holds up a post

L’anno scorso lo Yemen si è classificato secondo nella speciale classifica dei governi che ricevono aiuti militari dagli Stati Uniti e anche i sauditi hanno finanziato generosamente il regime di Saleh, quest’anno il regime è caduto e il paese è sprofondato ancora di più nel caos. Gli americani ufficialmente sono lì per combattere al Qaeda, che però  ha sempre volato basso e fatto pochi proseliti, usando lo Yemen più come base logistica, che tentare di far proseliti in un paese molto distratto da logiche locali.

L’anno scorso lo Yemen si è classificato secondo nella speciale classifica dei paesi che ricevono aiuti militari dagli Stati Uniti e anche i sauditi hanno finanziato generosamente il regime di Saleh, quest’anno il regime è caduto e il paese è sprofondato ancora di più nel caos. Gli americani ufficialmente sono nel paese per combattere al Qaeda, che però nel paese ha sempre volato basso e fatto pochi proseliti, usando il paese più come base logistica che tentare di far proseliti in un paese molto distratto da logiche locali.

Logiche locali che sono rappresentati dall’essere uno dei paesi più poveri del mondo, governato da un regime che è stato al potere dal crollo del muro di Berlino fino a poche settimane fa e che ha sempre governato con la forza un paese riunito dopo che per decenni la guerra fredda aveva diviso tra Nord e Sud. Il fallimento del regime è stato tale che hanno ritrovato importanza le logiche tribali, che si sono aggiunte al revanscismo sudista che è tornato ad accarezzare sogni separatisti e per questo è stato duramente represso. Ma non bastava, perché il vento delle primavere arabe è arrivato anche in Yemen e alla fine il regime ha dovuto capitolare a metà, accettando un accordo di power sharing che ha vita dura.

Una caratteristica del paese è quella di essere la nazione con più armi al mondo pro-capite dopo gli Stati Uniti, che unita a una cultura che prevede che gli uomini al posto della cravatta portino la Jambiya, una  corta daga ornamentale che portata bene in vista sul ventre ha la funzione di chiarire lo status e la ricchezza di chi l’indossa. Logico quindi da un lato che le discussioni finiscano spesso a fucilate e altrettanto logico che gli scontri a fuoco tra armati siano frequenti quanto per lo più limitati ai combattenti, anche se non sono mancati sanguinosi attentati in stile iracheno, che non sono però riferibili alle tradizioni locali. Non aiuta inoltre una cultura  nella quale i morti si vendicano con i morti per punto d’onore, particolarmente diffusa nei governatorati che meno hanno avuto accesso alla modernità, come appunto quello di Marib, dove pare sia trattenuto Spadotto.

Per la sua sorte, la buona notizia è che i locali hanno una lunga tradizione di rapimenti finiti bene. Quando lo Yemen era più pacifico di adesso ci furono anni nei quali i turisti occidentali venivano rapiti con costanza e con altrettanta costanza continuavano ad affluire nel paese, tanto che a molti sembrò che alcune comitive cercassero proprio il brivido del rapimento. Rapimenti che servivano ai locali come moneta di scambio per ottenere attenzione e aiuti da un regime indifferente alle loro sorti. Alcune tribù della regione di Marib, che sono parecchie, in mancanza di meglio ultimamente si erano accanite contro gli elettrodotti, che portano l’elettricità alla capitale, lasciandola al buio.

Quali che siano le loro rivendicazioni ha un’importanza relativa, perché l’usanza è tanto diffusa da essere praticata anche a livello individuale, proprio nel Marib può succedere che uno decida di far saltare il tubo di un oleodotto e poi di sparare a chiunque si avvicini se il governo non pagherà le cure mediche promesse. Un sequestro è un’azione più complessa, che richiede l’impegno di più persone, tanto che di solito a ricorrervi sono proprio le tribù, che controllando il territorio possono garantire una gestione sostenibile e relativamente agevole degli ostaggi.

Per avere un’idea della conoscenza del governatorato dal punto di vista degli specialisti occidentali si può far riferimento ai risultati di un’indagine sul campo del Combating Terrorism Centre di West Point, che prende in esame anche il Marib. Già un’occhiata alle mappe e alla divisione tra cinque tribù e innumerevoli sotto-tribù rende l’idea della complessità delle relazioni in loco. Il rapporto incidentalmente conclude asserendo che l’istabilità locale rende impossibile agli Stati Uniti di sperare di poter sradicare i qaedisti. Che comunque con il caso non c’entrano.

Le pretese dei sequestratori non sembrano comunque insuperabili, secondo Yemenfox.net (di bello nello Yemen sono rimasti diversi giornalisti coraggiosissimi e una stampa senza troppi peli sulla lingua), Joridan ha preso male un arresto e soprattutto ha preso male che la corrottissima polizia yemenita abbia rubato le sue cose, già che c’è ne approfitta anche per provare a risolvere la questione del divieto d’espatrio. Anche il ministero del’interno ne ha confermato l’identità e ha detto che appartiene alla tribù degli Al Jalal di Abida. Joridan sarebbe ricercato dalle autorità per le accuse di omicidio e rapina in autostrada e ha assicurato che il governo cercherà di salvaguardare la sicurezza di Spadotto.

Joridan, che principalmente è accusato di aver ucciso quattro agenti di polizia, era stato rilasciato il 27 gennaio scorso in cambio della liberazione di un norvegese preso in ostaggio dalla sua tribù. La presenza di accuse penali non significa una particolare attitudine criminale del gruppo, semmai segnala che i rapitori di Spadotto stanno giocando a un gioco che conoscono bene e che conducono senza indulgere in inutili crudeltà. Joridan inoltre ha escluso esplicitamente qualsiasi rapporto con i qaedisti, affermazione che non è stata contestata dal governo, che pure ne ha voluto ricordare i precedenti criminali.


Resta il problema di concludere l’accordo e i necessari negoziati, che prevedono l’intervento di mediatori e di discussioni che spesso si dilungano nel tempo ad accompagnare le trattative. Ma soprattutto resta un ostacolo la situazione generale del paese, che ha buona parte della popolazione a rischio di morire di fame e un governo di unità nazionale che fatica a controllare l’attività degli ex del regime, che non si risparmiano sanguinose provocazioni, che si traducono in minacce reali alla sopravvivenza dell’esecutivo e alle future elezioni democratiche.


L’ultima proprio ieri e proprio nella capitale, dove ex appartenenti alla Prima Divisione Corazzata, vicina a Saleh, hanno attaccato il ministero dell’interno e dato battaglia, ufficialmente perché vogliono essere assunti in polizia come gli avevano promesso. Spalleggiati dal leader tribale Sadiq al-Ahmar, hanno dato battaglia nella capitale per oltre dieci ore, con rinforzi che continuavano ad affluire sui due fronti, tanto che il bilancio finale di una ventina di morti è apparso modesto a più di un osservatore. I soldati, che per il governo disertori, hanno detto di aver ricavuto ordine dal generale Ali Mohsen al-Ahmar, omonimo e parente dello sceicco, di proteggere il ministero dell’Interno. Non mancano governatorati che sono riserva del potere assoluto dei governatori e zone di territorio davvero frequentate dai qaedisti, che però sono cacciati senza tregua dagli americani, che hanno anche “consiglieri militari” nel paese, e dal governo, che con i droni hanno già condotto decine di bombardamenti e anche qualche strage di civili innocenti, “scoperta” solo grazie ai reporter locali dopo che era stata ufficialmente attribuita a sconosciuti.


Forse in giorni come questo Spadotto è più al sicuro dove sta che nel centro di Sana’a, dove in effetti è stato rapito per strada. C’è solo da sperare che a nessuno venga in mente un blitz armato per tentare di liberarlo o liberarsi del fastidioso gruppo che l’ha rapito, ipotesi che comunque allo stato dei fatti e dei precedenti appare del tutto improbabile.


Il Marib è forse la regione più povera dello Yemen, ma è in una posizione strategica e inizia ad appena 70 miglia dalla capitale, ha un sottosuolo nel quale sono stati scoperti giacimenti di petrolio e una storia millenaria che l’ha visto esibire l’omonima diga di Marib,  completata 600 anni prima di Cristo, durata per 1300 anni e considerata una delle meraviglie dell’antichità, insieme a un sistema di canali permetteva la raccolta delle piogge monsoniche e l’irrigazione di una vasta area intorno a Marib, allora capitale del regno di Saba’a, quello della mitica regina. Lo Yemen nei tempi antichi è sempre stato accompagnato dalla fama di paese ricco di commerci grazie alla sua posizione tra Africa e Penisola Arabica e ai suoi porti protesi verso l’Oriente, una dimensione che oggi è del tutto svanita per lasciare il posto all’ennesimo stato fallito, travolto prima dal colonialismo classico e poi da costanti ingerenze straniere impossibili da respingere da parte di una popolazione ancora oggi frammentata da differenze culturali e odi   che rappresentano leve perfette per chiunque abbia qualche  interesse a destabilizzare o stabilizzare a modo suo il paese.

Pubblicao in Giornalettismo

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