Le grandi banche internazionali sono del tutto permeabili a chi voglia riciclare capitali sporchi, lo scandalo che ha travolto HSBC è solo uno dei molti.
Si dice che la multa delle autorità statunitensi ad HSBC potrebbe arrivare a un miliardo di dollari, ma in fondo già quest’anno ING è stata multata per 619 milioni di dollari per aver violato il regime delle sanzioni americane, muovendo milioni di dollari da e verso l’Iran e Cuba, contro la quale persiste uno dei blocchi più assurdi e anacronistici tra tutti quelli mesi in piedi dagli americani. Dal 2009 si tratta del quinto caso simile, prima era toccato al Credit Suisse, poi nel 2010 a Wachovia, che ha “riconosciuto e accettato le sue responsabilità” per aver “lavato” enormi quantità di capitali appartenenti ai cartelli sudamericani della cocaina.
Il problema grosso per HSBC è che non solo le sue attività sembrano emergere come più estese di quelle della concorrenza, ma anche che la banca era stata già presa con le mani nel sacco almeno un altro paio di volte e l’aveva sempre scampata promettendo che non sarebbe successo più e che avrebbe fatto tutto quello che bisognava fare perché non si ripetesse. Purtropo per HSBC gli investigatori americani hanno messo le mani su comunicazioni scritte tra i vertici della banca che datano indietro negli anni e che mostrano come la catena di comando di quello che è uno dei maggiori gruppi bancari del mondo, fosse perfettamente al corrente della mancanza e scarsa qualità dei controlli e come non abbia preso alcuna iniziativa sensata per evitare il fenomeno.
Che ci fosse la consapevolezza della commissione di un crimine è altrettanto fuor di dubbio, tanto più che sono finite agli atti anche esplicite denunce dei dipendenti per via gerarchica, denunce che poi sono finite nel nulla, senza che HSBC agisse in qualche modo o riportasse il problema all’attenzione delle autorità preposte.
In particolare, dopo aver incorporato un gruppo bancario messicano nel 2002, HSBC si trovò presto alle prese con molte operazioni sospette che non venivano riportate all’autorità. Gli organi di controllo ne erano consapevoli e in numerose comunicazioni invitavano i referenti locali a prestare attenzione, facendo presenti i rischi esatti che correva la banca in tema di sanzioni pecuniarie e penali, salvo poi non prendere alcun provvedimento e non apportare alcuna modifica a pratiche platealmente irrispettose delle normative antiriciclaggio.
Oltre ai traffici con Cuba e Corea del Nord, una buona fetta dell’attività illegale finita sotto la lente delle autorità americane, che è bene ricordare perseguono la banca per l’attività della sua branca statunitense da e per gli Stati Uniti, riguarda conti iraniani. Un audit indipendente, pagato dalla banca e poi dimenticato in un cassetto, ha individuato ben 25.000 transazioni contestabili che tra il 2001 e il 2007 hanno riguardato l’Iran. In alcuni casi i dirigenti di HSBC hanno funto anche da consiglieri su come aggirare le normative americane, una consulenza offerta a tutti i clienti con problemi simili, da quel che pare di capire.

Un’indagine del Senato invece ha scoperto che HSBC ha fornito oltre un miliardo di dollari in contanti a una banca saudita, l’al Rajhi Bank, sospettata di avere legami con gruppi terroristici, al Qaeda compresa, in quanto lo stesso fondatore Rajhi era noto per essere uno dei più antichi sostenitori di Osama e del suo gruppo. Nonostante le preoccupazioni e un blocco dei rapporti con l’istituto, la misura è stata poi revocata e tutto è continuato come prima.
Un altro capitolo ricco è quello degli affari con Myanmar, che pare viaggiasse tranquillo evadendo i filtri posti centralmente per segnalare le transazioni sospette con piccoli espedienti, che consistevano per lo più nell’utilizzare vecchi e nuovi nomi della capitale (Rangoon – Yangon) e del paese (Birmania – Myanmar) a seconda dell’impostazioni dei filtri o di schivare la loro attenzione con piccoli errori (Mynmar) o espedienti (Burmese) nella compilazione degli ordini di pagamento. Anche in questo caso nonostante il buco nei controlli sia stato scoperto e denunciato internamente abbastanza presto, nessuno ha poi provveduto a colmarlo e si è anfati avanti come d’abitudine.
Come scriveva John Root, capo della HSBC per i controlli sull’America Latina ai colleghi messicani: ”Abbiamo già visto questo film, e finisce male“. Già ora, che il film non è ancora finito, si può ben dire che avesse ragione. Martedì, nel corso di un’audizione davanti al Senato americano, si è dimesso David Bagley, a capo dei controlli di HSBC, subito dopo aver ammesso di non aver mai gestito i diversi dipartimenti locali che dovevano controllare quel che succedeva e il rispetto delle normativa, quanto di aver stabilito-linee guida e di essersi occupato dei problemi che gli erano riferiti di volta in volta. Carl Levin, a capo del sub-comitato che ha scritto il rapporto su HSBC ha risposto alle sue dimissioni durante un’audizione abbastanza drammatica dicendo: “Questa è una buona notizia“.
Anche se la banca non è stata ancora formalmente sottoposta a indagine penale, gli esperti americani danno quasi per scontato l’inizio di un’inchiesta criminale alla ricerca di funzionari particolarmente compromessi, in particolare con il crimine organizzato. Nel frattempo al di qua dell’Atlantico la notizia si è abbattuta su parlamento e governo inglese già in piena discussione per lo scandalo LIBOR, che negli Stati Uniti dov’è stato scoperto invece non ha ancora attirato l’attenzione della politica.
Seppur non paragonabile per magnitudo e significato con o scandalo della manipolazione del LIBOR, lo scandalo HSBC ha colpito direttamente il governo Cameron e in particolare il suo ministro del Commercio, Lord Green, che per ora si è eclissato evitando di presentarsi in parlamento. Green è stato per anni e fino al 2010, quando è entrato nell’esecutivo, uno dei massimi dirigenti di HSBC ed è risultato perfettamente a conoscenza dei reati che vi si consumavano. Una posizione imbarazzante che ha già suscitato vibrate richieste di dimissioni da parte dell’opposizione. Dimissioni che per ora Cameron respinge idealmente, ma che potrebbe essere costretto a pretendere a breve, tanto più che il suo governo è già stato lambito dallo scandalo LIBOR, ha promesso una riforma moralizzante delle banche, misure efficaci per evitare il ripetersi degli scandali e delle truffe, ma soffre molto sul versante della credibilità essendo evidentemente vicino agli uomini e agli interessi che, solo ora, dice di voler ricondurre a ragione e legalità. Intanto il Daily Mail lancia il dibattitoe chiede: “Gli americani stanno cercando di abbattere le banche britanniche?”
Pubblicato in Giornalettismo

Pubblicato il 19 luglio 2012
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