Figli di un Congo minore

Pubblicato il 18 luglio 2012

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Denis Sassou Nguesso è al potere dagli anni ’70, ma non sembra stanco.

La storia del piccolo Congo o Repubblica del Congo scorre sempre all’ombra del più ingombrante fratello che s’estende dalla riva sinistra del fiume Congo fino alla regione dei grandi laghi e allo Zambia. Separati da quello che accade oltre il fiume dalla spartizione coloniale che vide l’italiano Pierre Savorgnan de Brazzà acquisire alla Francia i territori a Est del fiume Congo, dopo che Stanley aveva procurato il controllo dell’omonimo gigante a re Leopoldo del Belgio, gli abitanti del Congo francese hanno tuttavia condiviso buona parte della storia dell’ex Congo Belga, risentendone ogni volta che il turbolento e ambito vicino è stato coinvolto in crisi o sanguinosi conflitti. 

Non potrebbe essere diversamente, perché la popolazione del Congo è fortemente inurbata (70%) e abita tra Pointe Noir, la seconda città del paese e porto petrolifero, e Brazzaville, lungo la linea ferroviaria che collega la capitale al mare. Il vasto Nord del paese è praticamente disabitato e Brazzaville giace con poco più di un milione di abitanti sulle rive del Congo di fronte a una delle più grandi e caotiche megalopoli africane, Kinshasa. La capitale del Congo DRC (Repubblica Democratica del Congo o Zaire durante la dittatura di Mobutu)  che i suoi oltre dieci milioni di abitanti è la seconda città francofona al mondo dopo Parigi, che nel giro di qualche anno supererà. Aggiungendo i dintorni delle due capitali al totale, già oggi l’area metropolitana delle due cittadine supera quella parigina. Brazzaville è curiosamente l’unica capitale africana ad aver mantenuto il suo nome coloniale (Kinshasa era Leopoldville alla fondazione) ed è successo grazie al buon ricordo lasciato da Brazzà, che si è battuto in difesa dei locali dalle tragiche condizioni di sfruttamento da parte delle compagnie coloniali francesi, pur nel quadro di una colonizzazione già intimamente razzista e particolarmente disumana anche nelle sue manifestazioni meno violente.

La Repubblica del Congo è uno stato nominalmente socialista dove il potere è detenuto da un partito nominalmente marxista, una costruzione dietro la quale si ritrova uno dei più tipici e resistenti autocrati del paese, l’attuale presidente. Sassou Nguesso è diventato per la prima volta capo dello stato nel 1979, dopo essere stato ai vertici di esercito e servizi di sicurezza fin dal 1970. Prudente e pragmatico appena salito al potere firmò un trattato ventennale di amicizia con l’URSS e aprì il paese allo sfruttamento delle compagnie occidentali, su tutte Total, inaugurando una relazione amichevole con l’Eliseo che dura ancora oggi.


Da allora Sassou Nguesso è stato ininterrottamente al potere, quando dopo aver introdotto il regime multipartitico senza adottare le necessarie precauzioni finì terzo alle prime (e uniche) elezioni apparentemente democratiche che si tennero nel paese. rimasto potente e persino dotato di una famigerata milizia privata (i “cobra”) è stato svelto a cogliere l’opportunità  offerta dalla Prima Guerra Mondiale Africana che ha devastato i vicini di Kinshasa, muovendo la guerra ai suoi avversari e sconfiggendoli con l’aiuto delle truppe dell’Angola. Ritornato al potere e al regime del partito unico, concederà il multipartitismo e le elezioni solo dopo una decina d’anni, presentandosi però più preparato alle elezioni del 2007, con i due più quotati concorrenti non ammessi dalla commissione elettorale e con il terzo che ha boicottato per protesta. Non che le elezioni parlamentari siano state giudicate più corrette, Sassou Nguesso e il suo Partito Congolese del Lavoro (Parti Congolais du Travail) hanno portato a casa 48 seggi su 60, non esattamente una cifra che rifletta il consenso reale nel paese.

Anche questa volta, si vota per le politiche, c’è da scommettere che andrà più o meno nello stesso modo, l’unico brivido è nel vedere se il suo partito manterrà una maggioranza tale da permettergli di cambiare la costituzione, che concede al massimo due mandati , perché Sassou Nguesso non è stanco di stare al potere, nemmeno ora che che è alla vigilia dei 70 anni. Non estranea al suo successo è la decisione di aprire le porte ai cinesi, che stanno modernizzando il paese in maniera che impressiona e colpisce favorevolmente gli abitanti e che sfuma la sua fama di corrotto.

Marxista e capo della massoneria nazionale, socialista e liberista, democratico e dittatoriale, in ottimi rapporti con gli autocrati di lungo corso della regione al punto da offrire in sposa la figlia Edith al vecchio Omar Bongo, oggi l’autocrate congolese è conosciuto come uno dei capi più corrotti di uno dei regimi più corrotti d’Africa. Non a caso con Alì Bongo coltiva similitudini e vicinanze impressionanti a cominciare dalla storia della figlia che, morendo nel 2009 pare abbia dato il colpo di grazia all’anziano dittatore che l’ha seguita a distanza di tre mesi. Anche le spese e i patrimoni di Sassou Nguesso sono leggendari e danno scandalo, tanto più che una discreta parte dei cittadini congolesi soffrono di denutrizione e il paese riceve aiuti umanitari da diversi altri, anche se per lo più simbolici.

A Sassou Nguesso i giudici francesi oggi contestano il possesso di oltre 110 conti e una serie lunghissima di proprietà immobiliari da sogno, anche se lui respinge le accuse come “razziste” e “colonialiste”. Maestro nel coltivare ottimi rapporti con i politici francesi, per non dire dei dirigenti di aziende come ELF che hanno confermato di averlo coperto di tangenti per miliardi, il presidente non si trova ugualmente a suo agio con i giudici, che hanno nel mirino anche il figlio Denis Christel, che governa la commercializzazione del petrolio congolese, che secondo i dati del 2009 contava per il 65% del Pil, l’85% delle entrata pubbliche e il 92% dell’export. Cifre destinate a crescere, vista l’apertura del governo allo sfruttamento delle sabbie bituminose che si è aggiudicato la nostra ENI, da decenni di base a Pointe Noire per le estrazioni convenzionali e quindi presumibilmente sponsor del dittatore e delle sue spese pazze, tra le quali figura persino una vistosa Maybach da mezzo milione di euro a disposizione degli spostamenti parigini della moglie Edith.

Il problema di Sassou Nguesso, come quello di altri autocrati, è che alcuni paesi hanno varato leggi antiriciclaggio e propriamente intese a colpire quanti si diano al saccheggio illecito di risorse pubbliche e tra questi c’è la Francia, che forse quando ha varato la legge non pensava che i fedeli autocrati dell’Africa francese sarebbero sopravvissuti tanto a lungo da finire nel mirino dei giudici mentre ancora sono ben saldi al potere. Niente d’irrisolvibile, perché per una rara coincidenza queste inchieste si sono per ora risolte con il sequestro dei beni di una sola dinastia africana, quella degli  degli Obiang, che casualmente governano la Guinea Equatoriale che non rientra nella sfera d’influenza coloniale e post-coloniale francese. Le indagini e le pubbliche denunce non hanno fatto piacere, ma per ora il patrimonio è salvo e i Sassou Nguesso hanno il tempo di decidere se fidarsi ancora dell’ospitalità francese o se invece sia il caso di trasferire gli investimenti in paesi meno impiccioni.

Pubblicato in Giornalettismo

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