José Eduardo dos Santos non è al potere da trentatrè anni per niente. Emerso da una lunga guerra civile seguita a una tardiva indipendenza, andò al potere succedendo al presidente Agostinho Neto e da allora ha governato “provvisoriamente” fino alle legislative del 2008 e alle presidenziali del 2009 dove lui e il suo MPLA hanno fatto il pieno. Nel mezzo c’è stata la guerra civile contro l’Unita, in origine filoamericana mentre lo MPLA era filosovietico e socialista, tanto da meritarsi l’aiuto di Cuba.
Come molti partiti di sinistra nel mondo e molti degli autocrati che li hanno guidati attraverso la caduta del muro di Berlino, anche quelli dello MPLA durante gli anni ’90 evaporarono ogni pretesa socialista e abbracciarono un sano (per loro) pragmatismo mercatista. A farne le spese fu l’Unita, militarmente sconfitta proprio arruolando i mercenari sudafricani che un tempo facevano parte di un temibile battaglione di forze speciali schierato dal regime dell’apartheid. Alla lunga però Dos Santos, che dopo Teodoro Obiang è l’autocrate più a lungo al potere nel continente africano,ha dovuto cercare di darsi un tono, soprattutto dopo che il paese ha cominciato un decollo economico tale da essere oggi l’economia più dinamica d’Africa, destinato secondo le previsioni a superare persino il Sudafrica e a diventare la prima economia sub-sahariana.
La stabilizzazione del paese ha permesso di aprire le porte allo sfruttamento delle sue immense risorse naturali, non per niente l’Angola non è altro che la porzione di Congo occupata e poi colonizzata dal Portogallo. Ricco di petrolio, diamanti e minerali di ogni genere, l’Angola ha cominciato a vendere e a incassare e i socialisti delle MPLA si sono trasformati in uomini di successo.

Tanto che il presidente è rimasto a lungo anche a capo della Sonangol, la potente azienda petrolifera angolana e tanto che sua figlia è nota per aver fatto shopping nel Portogallo in crisi portandosi a casa banche e aziende. Niente che sia giustificabile con gli stipendi del padre, così come sono poco giustificabili i paralleli arricchimenti dei boiardi di stato. Tuttavia la ricchezza è tanta che, come mostra il caso della figlia del presidente, la classe dirigente non riesce ad investirla in loco e preferisce portarla all’estero, non solo per proteggersi da improvvisi e pur sempre possibili rovesci politici.
Con appena 18 milioni di abitanti su una superficie che è quattro volte quella dell’Italia, il paese ha ampi margini di sviluppo in tutti i sensi, tanto che più che metà della popolazione si concentra nell’area metropolitana di Luanda, che l’anno scorso è stata giudicata la capitale più costosa al mondo per gli stranieri e che funziona da magnete per gli investimenti immobiliari spinti dalla rendita petrolifera e dagli altri incassi. Tanto che fanno notizia realizzazioni come Cidade do Kilamba, un’urbanizzazione che comprende 750 palazzi di otto piani e altre amenità costruita chiavi-in-mano da un’azienda cinese, ma proposti a una clientela che ancora non si può permettere certe cifre e che per di più non ha accesso al credito, perché le banche degli amici degli amici sono poco attratte dal mercato del credito alle famiglie, di fatto inesistente. Una città fantasma come altre altrove, anche se questa ha tutte le probabilità di di essere occupata, essendo ad appena 20km dal centro della capitale, collegato con una comoda autostrada e Luanda è nel pieno di un boom destinato a durare qualche decennio.
Ne resta comunque abbastanza da far registrare un sensibile miglioramento dell’economia e uno meno sensibile delle condizioni di vita degli angolani, che nell’ultimo decennio hanno goduto della pace e della possibilità di poter tornare a fare progetti a lungo periodo che da secoli era negata loro, prima dal colonialismo e poi dalla guerra civile. Un miglioramento che sembra destinato a pagare elettoralmente anche perché l’opposizione è ben lontana dal coalizzarsi o da rappresentare una sfida abbastanza robusta.
Dos Santos non è persona che attenda gli eventi e infatti le prossime elezioni parlamentari del 31 agosto avranno anche l’effetto di confermarlo alla presidenza, perché una modifica costituzionale (votata dai suoi) stabilisce che il presidente sia il leader del partito di maggioranza e, guarda caso, lui è tornato ad essere anche il capo dello MPLA. A turbare la sua tranquillità ci sono solo alcuni giovinastri ispirati alle primavere arabe, che dall’anno scorso scendono in piazza ogni volta un po’ più numerosi. La prima volta Dos Santos li sopravvalutò, convocando due giorni prima della loro prima manifestazione una contro-manifestazione costata milioni di dollari, convocata in uno stadio nel quale si teneva, prima e dopo di un paio di brevissimi discorsi, un concerto animato da artisti di chiara fama e carissimo cachet. Poi quelli della primavera angolana manifestarono e in piazza si presentarono in dodici.
Nonostante l’esordio poco incoraggiante, Dos Santos ha dovuto però assistere alla loro crescita. Colta l’impossibilità di organizzare il concertone tutte le volte, ha pensato bene di ricorrere alla repressione più bruta, tanto i giudici sono uomini suoi e i media di stato sono talmente sotto controllo che fanno campagna elettorale per lui. Altro calcolo sbagliato, perché la repressione ha aumentato la simpatia per i repressi e ne ha alimentato il numero, complicando molto le questioni e spazzando via quell’aria di finta democrazia che circonda le prossime elezioni, che molti si augurano almeno che non si traducano in una frode, ben sapendo che comunque non saranno mai elezioni “giuste”, visto che il principale candidato gioca con tutti gli assi in mano.
Pubblicato in Giornalettismo


luglio 5th, 2012 → 03:31
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