Obama peggio di Bush

Pubblicato il 5 giugno 2012

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Mentre un interesse quasi spasmodico ha avvolto ogni sospiro dell’amministrazione di G.W. Bush, nel nostro paese come nel mondo, con quella di Barack Obama sta accadendo esattamente il contrario. Sarà che la sua qualifica di progressista lo mette al riparo dalle critiche delle sinistre sempre più annacquate in giro per il mondo, sarà che la destra non ha campioni alternativi in nessuna parte dell’Occidente, resta il fatto che Obama sta andando molto oltre la sovversione del sistema americano di quanto non abbia fatto Bush, che ad ogni passetto in avanti in questa opera di vandalismo raccoglieva ondate di sdegno, mentre Obama ha fatto largamente di peggio nella generale indifferenza.

Non bisogna pensare che la squadra e gli interessi di cui Obama è espressione rappresentino un’America tanto diversa da quella di Bush. Si tratta sempre di un’élite, un’oligarchia che occupa le due camere e che seleziona i presidenti in base a requisiti precisi. E infatti Obama non è stato meno generoso di Bush con i percettori dei redditi più alti, nonostante in campagna elettorale avesse annunciato politiche di senso contrario e lo stesso si può dire della sua politica nei confronti della grandi corporation, in particolare di quelle più inquinanti. Non bisogna neppure pensare che si tratti d’improvvisati, perché attorno alla presidenza americana s’addensano fior di professionisti e gli interessi più corposi del pianeta. Si tratta invece di professionisti della politica e della comunicazione che riescono a vendere agli americani più o meno qualsiasi cosa, così come hanno venduto loro il legame tra Saddam e il 9/11, le armi di distruzione di massa e molto altro ancora.

Obama ha deciso di vendere l’immagine di comandante in capo tosto e presente. Se Bush ha il record d’assenteismo nella storia dei presidenti americani, fonti vicine ad Obama hanno fatto di tutto per raccontare di come Obama segua personalmente le tante guerre americane e come sia lui a prendere decisioni operative di grande aggressività e dalla scarsa legittimità. Se sul versante dell’economia Obama ha ribadito le politiche di Bush con appena qualche ridicola concessione alla demagogia, come nel caso della “riforma” sanitaria odel suo sudato “parere” sulle unioni omosessuali, è su quello dell’uso dello strumento militare che Obama ha surclassato Bush. Da quello che la stessa amministrazione americana ha tenuto a farci sapere, Obama decide ogni settimana chi deve essere ucciso dai droni americani in Pakistan, Yemen o ovunque gli USA siano impegnati. E con Obama il numero dei paesi nei quali sono impegnate le truppe americane è aumentato. Non per niente la prima e immagine ufficiale del blitz che ha ucciso Bin Laden è quella della situation room nella quale Obama seguiva l’operazione.Un’altra fonte ha poi di recente rivelato che dietro agli attacchi informatici all’Iran c’è una decisione del presidente.

Non è solo che la squadra di Obama stia percorrendo una strada nota negli Stati Uniti, una strada in discesa perché è quasi matematico che se un presidente democratico solleva critiche da sinistra, incassa da destra più voti di quanti non ne metta a rischio. Non si capisce comunque quale americano di destra potrebbe discutibile il curriculum si Obama come commander in chief, decisamente più brillante e ancora più duro di Bush. Ma una tattica del genere esige costi abbastanza pesanti a carico della democrazia americana, ormai sempre più abusata da una concezione della presidenza che in certe sue manifestazioni appare quasi-imperiale , anche se in effetti è paralizzata sul fronte della politica interna e libera di sfogarsi solo all’estero.

Quello della squadra di Obama  è un gioco rischioso sotto diversi punti di vista, perché rafforza l’immagine, conquistata con Bush, di paese che non esita a fare stracci delle leggi delle quali pretende il rispetto da altri, esponendo nuda l’ipocrisia della retorica fondata sull’esportazione della democrazia e sulla difesa dei diritti umani, calpestati per primi proprio dall’amministrazione.

Non solo Guantanamo è ancora dov’era e il Patriot Act è stato affiancato da provvedimenti ancora più lesivi delle libertà degli americani, ma l’amministrazione Obama si è di fatto arrogata il diritto di farsi giudice e boia dei “terroristi” ovunque si trovino, anche se sono cittadini americani. Un’evidente macello del diritto penale statunitense e delle garanzie che la costituzione americana garantisce in teoria a tutti i cittadini. Ma anche un rischio per lo stesso presidente, perché la pratica delle esecuzioni mirate con i bombardamenti dei droni non ha nulla di legale e di civile. Negli Stati Uniti pochi parlano della pratica come di un omicidio, ma in nessun paese civile è contemplato che per uccidere un criminale sia legale usare un aereo da guerra bombardando la casa in cui vive o la strada che sta percorrendo con la sua macchina. In nessun paese al mondo che si voglia dire civile è lecito e normale abbattere innocenti, parenti o passanti, nemmeno per fermare il peggior criminale. Organizzare operazioni come quella che ha portato all’uccisione di Bin Laden è più costoso e rischioso, la scelta di altre modalità è quindi esclusivamente  politica e i motivi evidenti: si preferisce la strage a correre il rischio di un fallimento di una missione di commando o alla perdita di vite americane. Considerando che non si tratta di azioni che coinvolgono paesi in guerra con gli Stati Uniti e spesso da questi non sono neppure autorizzate, al reato s’aggiungono ulteriori profili d’illegalità internazionale, dei quali in verità non si lamenta quasi nessuno.

Poi c’è la questione emersa di recente della guerra informatica all’Iran. Anche in questo caso, se possibile più grave, è stata una fonte interna all’amministrazione a rivelare l’input di Obama alla cyber-guerra contro l’Iran. La notizia in teoria avrebbe dovuto far scalpore, ma è passata abbastanza sotto tono. Obama ha autorizzato atti di guerra informatica contro l’Iran, atti relativamente efficaci e suscettibili di rivelarsi terribili boomerang, lo ha fatto in segreto e poi, dopo che tali attacchi erano stati attribuiti ad Israele, ha mandato qualcuno a rivendicare anche la partecipazione americana su suo impulso diretto.

È appena il caso di far notare che da anni gli Stati Uniti proclamano che reagirebbero ad attacchi informatici da parte di entità statali, considerandoli atti di guerra e ritenendosi legittimati a reagire anche con armi convenzionali. Se agli iraniani venisse in mente di fare lo stesso si griderebbe all’aggressione e ovviamente le proteste degli iraniani non hanno nemmeno raggiunto il mainstream occidentale. C’è poi il dettaglio per il quale la presidenza non è stata autorizzata dal Congresso a intraprendere una guerra contro l’Iran e che per la legalità internazionale si tratta di un’evidente quanto illegale aggressione,. E non basta, si tratta anche di un’assoluta novità , che introduce una nuova classe di warfare e che incentiverà altri paesi a compiere azioni simili. Senza poi considerare che qualcosa è andato storto e i virus che dovevano danneggiare gli impianti iraniani, ora potrebbero danneggiarne migliaia altri ovunque nel mondo, a cominciare dalle centrali nucleari.

Guardando la faccenda con gli occhi di un americano salta poi all’occhio qualcosa di probabilmente peggiore. L’amministrazione Obama diffonde informazioni coperte dal segreto militare, non si limita a collaborare con Hollywood per la riuscita del film sull’uccisione di Osama, ma stimola ufficiali dell’amministrazione civile e militare a infrangere le leggi che li obbligano alla riservatezza. Leggi alle quali non è sottoposto il presidente, che però non parla e si limita a godere dell’effetto delle “rivelazioni” sulla sua popolarità.

Il che è particolarmente sgradevole se si osserva che l’amministrazione Obama ha il record d’incriminazioni contro ufficiali che hanno diffuso informazioni riservate, ben al di là del clamoroso caso di Bradley Manning. È il caso ad esempio di Thomas Drake, accusato di “spionaggio” dall’amministrazione perché diffuse alla stampa le prove di enormi sprechi, corruzioni e illegalità nei programmi di sorveglianza della NSA. Poi c’è anche il caso dell’ex agente della CIA  Jeffrey Sterlin, anche lui accusato di spionaggio per aver rivelato al New York Times, ormai dieci anni fa, che la CIA commise pericolosi errori nel tentativo d’infiltrare il programma nucleare iraniano, di fatto aiutandolo. Il messaggio dell’amministrazione sembra quindi essere subdolo e pericoloso, per quanto piega interessi e presidi della sicurezza nazionale alle contingenze elettorali del presidente. Chi rivela magagne del governo o dell’amministrazione viene perseguito come spia e minaccia alla sicurezza nazionale, rischia l’ergastolo. Chi invece espone gli Stati Uniti a biasimo e pericolo rivelando informazioni che  portano prestigio al presidente, non subisce alcun procedimento e probabilmente in qualche modo è anche premiato.

Pubblicato in Giornalettismo
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