Le prigioni di Obama come quelle di Stalin

Posted on 29 maggio 2012

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CIM-Chino

Da quando Ronald Reagan assunse la presidenza degli Stati Uniti, l’applicazione di una repressione draconiana del crimine, combinata alla privatizzazione del sistema detentivo, ha dato vita a un sistema penale senza paragoni al mondo per tasso e numero degli incarcerati, tanto che gli Stati Uniti sono primi al mondo e sfiorano il primato nella storia, secondo Wikipedia:

“Storicamente l’attuale tasso di carcerazione americano è leggermente più basso del livello record registrato in Unione Sovietica prima della Seconda Guerra Mondiale, quando la popolazione dell’URSS raggiunse i 168 milioni e tra 1.2 e 1.5 milioni di russi erano nel sistema di campi e colonie dei Gulag (circa 800 persone ogni 100.000 residenti). Un primato storico certificato dai dati mai contestati di Arcipelago Gulag del dissidente e premio Nobel russo Aleksandr Solženicyn. Un dato confermato anche dall’autorevole The  New Yorker e mai smentito da nessuno dei paladini a stelle e strisce in servizio permanente effettivo.

Oggi gli Stati Uniti sono a cavallo di quel record secondo le stesse statistiche americane e in alcuni stati americani il record sovietico è stato addirittura polverizzato. Merito di leggi più severe, ma merito anche di un meccanismo che si autoalimenta e divora le vite degli americani in nome di pregiudizi ideologici e false credenze. Al naturale aumento della domanda conseguente all’aumento delle pene e allo scatenarsi di politiche come la War on Drugs o la Zero Tolerance, gli Stati Uniti reagirono privatizzando la gestione delle prigioni, fidando nella velocità dei privati di rispondere alla domanda. Domanda pubblica di un servizio pubblico, perché la reclusione dei detenuti è sempre a carico dello stato ed sempre il sistema giudiziario a determinare le pene, ma alla quale presto si è aggiunta una domanda d’origine privata, con effetti catastrofici su tutto il sistema, che continua ad ospitare i detenuti in condizioni di sovraffollamento, ma in numero molto superiore.

La retorica contro la burocrazia e gli sprechi di denaro è stato l’usuale cavallo di Troia per introdurre il nuovo regime, ma oggi si può ben dire che il danno provocato dalla degenerazione del sistema agli Stati Uniti ha superato qualsiasi potenziale spreco e lasciato le vite di milioni di carcerati in balia dell’esigenza primaria delle imprese impegnate nel business della carcerazione: il profitto.

Il sistema così com’è non offre alcun incentivo ai gestori delle prigioni per farsi attori positivi del sistema penale, semmai li spinge a cercare di riempire al massimo le strutture e di trattenervi quanto più a lungo possibile i clienti. Il che, in un sistema che in caso d’infrazione dei severissimi regolamenti carcerari permette di allungare la pena del detenuto quasi a discrezione dei carcerieri, costituisce un enorme incentivo agli abusi di questo tipo, come per la possibilità di punire senza alcuna supervisione giudiziaria i detenuti, sia con misure come l’isolamento che con l’eliminazione di benefici dovuti come l’ora d’aria o l’accesso alle attività ricreative. Lo stesso tipo di pressioni possono poi essere usate per spingere i detenuti ad impiegarsi presso attività produttive gestite dalle stesse aziende, così si sono visti i carcerati che per 23 centesimi all’ora costruiscono componenti elettronici per i missili Patriot. Ma anche call center, centri per il riciclaggio dei rifiuti e ogni genere dattività a discreta intensità di manodopera è stata delocalizzata nell’universo carcerario privatizzato.

Così convenienti e così legali che i gestori non esitano a pubblicizzare questa incredibile occasione, così convenienti che alcuni stabilimenti produttivi e le produzioni sono state spostate all’interno di stabilimenti dove lavorano i carcerati. Un sistema che produce sfruttamento del lavoro forzato e disoccupazione ha sicuramente dei costi occulti che eccedono il costo nominale riconosciuto per la diaria dei prigionieri.

Un sistema che si rivela estremamente classista e razzista, perché ad incorrere nei rigori della legge sono prima di tutto i neri, seguiti a ruota dai meno abbienti in generale, per lo più vittime di un Arcipelago Gulag a stelle e strisce che si estende per tutto il paese, ma in particolare negli stati del Sud, culla del liberismo neoconservatore e della destra razzista, padri e madri del sistema.

Un’inchiesta in otto parti del The Times-Picayune di New Orleans ha rivelato la profondità del vero e proprio buco nero del sistema, rappresentato dalla Louisiana, lo stato del Sud che già da qualche anno umilia il record dell’URSS e si propone come il campione del mondo di reclusione dei propri cittadini in tutte le epoche, stracciando qualsiasi dittatura e gli stessi record statunitensi. Un record figlio della stessa decisione dello stato d’incentivare la costruzione di prigioni private invece di alleggerire le sentenze o rilasciare parte dei prigionieri per fronteggiare la crisi degli anni ’90, che però nel caso della Louisiana ha visto la maggioranza degli imprenditori che hanno raccolto l’appello concentrarsi tra gli sceriffi delle zone rurali, senza che nessuno ci trovasse niente di strano. Si è replicato così un meccanismo perverso, fatto di una retorica politica vincente che predica la severità verso i condannati e il taglio delle spese per il loro mantenimento, alimentato da conflitto d’interessi che vede i tutori dell’ordine incentivati a riempire le carceri dalle quali traggono la gran parte del loro reddito. Reddito fatto di contributi pubblici e d’affitto di manodopera a buon mercato, per lo più in agricoltura. Un’opportunità benvenuta dagli agricoltori locali colpiti dal calo del prezzo del grano, ma che presto ha coagulato una serie d’interessi convergenti a favorire l’aumento della popolazione carceraria. Niente di strano o di esclusivo per la Louisiana, già in altri stati sono stati rivelati vere e proprie redi e organizzazioni di cointeressati dedite ad aumentare il numero d’imprigionati. Un fenomeno che non ha risparmiato neppure i giovani, con gli scandali che hanno visto giudici pagati dalle aziende che gestiscono le strutture per minori, al fine di procurare il maggior numero di prigionieri, di fatto condannando centinaia di minori innocenti abusando di pretesti. Incidentalmente gli Stati Uniti detengono saldamente anche il primato dei minori imprigionati.

In Louisiana un adulto su 86 è in carcere, il doppio della media nazionale, più del 50% dei detenuti dello stato sono in prigioni locali, il doppio della media nazionale, che è del 5%. Segue la Louisiana il Kentucky, distante con il 33%. Lo stato ha il maggior numero di condannati all’ergastolo senza possibilità di uscire un giorno sulla parola. L’attuale governatore ha rallentato al massimo la concessione di grazie e perdoni. Circa i due terzi dei detenuti sono stati incriminati per crimini senza violenza, la percentuale nazionale è di meno della metà. La Louisiana spende meno di tutti gli altri stati per ogni detenuto.

Una serie di risultati eccezionali che segnala una peculiarità non statisticamente rappresentativa degli Stati Uniti, ma per niente aliena all’ideologica di un sistema che, anche depurato del peso dello stato dei pessimi record, rimane sovrapponibile a quello sovietico per durezza e riduzione della libertà di un numero enorme di cittadini. La Land of Free, la terra dei liberi sembra oggi la terra dei galeotti, un paese nel quale puoi essere arrestato per aver messo un piede giù dal marciapiede durante una manifestazione o addirittura “preventivamente”. Un paese nel quale nonostante i tassi di criminalità siano regrediti ai livelli degli anni ’60, dai picchi della fine degli anni ’80, il numero di persone in carcere è esploso insieme agli utili di pochi e selezionati soggetti, senza alcun benficio per la società.

Al risparmio nominale e spesso neppure palpabile sul costo pro-capite, gli stati devono contrapporre tassi di recidiva nettamente più alti che in altri paesi, una maggiore incidenza delle malattie sulla popolazione carceraria e il costo sociale di privare un numero enorme di famiglie dei maschi (oltre il 90% dei detenuti americani) mediamente giovani e abili al lavoro. Per dirla con le parole della testata di New Orleans: ” Un sistema carcerario che affitta i suoi condannati come lavoratori nelle piantagioni del 1800 ha chiuso il cerchio ed è tornato ad essere una rete di convenienze”. Un sistema che guadagna dall’aumento delle persone in carcere e che finanzia politici che fanno leggi per mandare più gente in prigione, cavalcando e promuovendo gli istinti peggiori e le culture più retrive tra l’elettorato.

Se il tasso di carcerazione della Louisiana è più del doppio di quello americano, quasi tre volte quello russo, cinque volte quello iraniano, e dodici volte quello cinese, quello statunitense è comunque il più alto al mondo, e le differenze con gli altri paesi si dimezzano appena, ma restano in tutta la loro evidenza. Solo la Georgia l’El Salvador e la Russia di Putin superano, tra tutti i paesi del mondo, la metà della percentuale dei carcerati americani, non male per la “terra dei liberi”. Non potrebbe essere diversamente ad osservare l’intreccio d’interessi tra politica e business e la copertura ideologica offerta dallo zoccolo duro dell’America profonda, quella convinta che i rei siano da punire e non da accompagnare al reinserimento in società, quella che ai detenuti rilasciati consegna 10 dollari, un biglietto dell’autobus e la certezza per la metà di loro di un rientro in carcere entro tre anni, senza trovarci niente di strano. Come non trova niente di strano che giudici, sceriffi e aziende che investono nelle prigioni, lavorino per incarcerare innocenti, sulla pelle dei quali fanno legittimi e rispettabili profitti.

Pubblicato in Giornalettismo

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