L’internette dei giornalisti, l’oscuro Deep Web

Pubblicato il 7 maggio 2012

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Il mese scorso un terrificante articolo di Riccardo Luna per La Repubblica, su internet e i suoi meandri misteriosi, subito seguito preceduto di poco da uno simile firmato Federico Varese* e diffuso in rete da Anna Masera per La Stampa, aveva scatenato grandi risate e critiche feroci quanto meritate. Incurante di tutto il bailamme, il Corriere della Sera ha poi pubblicato il 20 di Aprile ” Droga, armi, minori e killer: viaggio nel deep web. Dove tutto è possibile” di Amalia de Simone, sovrapponibile campionario di assurdità all’ingrosso.

Lasciamo stare che l’articolo di Luna sia apparso ad alcuni ispirato a uno dell’Indipendent pubblicato una settimana prima e ad altri ad uno di Gawker di un anno prima. E lasciamo stare che quasi identici articoli ispirati al sito “Silk Road” si ripetano da anni, ma tutti e tre gli autori hanno ulteriormente macchiato la loro prestazione con terrificanti strafalcioni, indegni di persone con un’elementare conoscenza della rete. Il che, essendo Luna considerato un esperto d’internet e Anna Masera rivestendo la funzione di social media editor per il suo giornale, ha addirittura del clamoroso. Se questi sono i giornalisti competenti, figurarsi gli altri.

A distanza di circa un mese dall’inizio del fenomeno, ecco manifestarsi su L’Espresso Stefania Maurizi, con un articolo (Salvate la rete segreta) che sembra voler smentire quello de La Stampa, ma che ripete a suo modo le assurdità di Valente e Luna. Nessuno dei tre sembra possedere nemmeno le basi per affrontare l’argomento sul quale dovrebbero informare i lettori. Il fatto che probabilmente usino la rete e i computer da anni, non ne fa dei conoscitori della materia, questo è dimostrato.

Così Stefania Maurizi se la prende con La Stampa, probabilmente dimenticandosi di Luna per carità di squadra, inanellando una serie di assurdità e di errori forse più numerosi di quelli che l’hanno preceduta.

Ho cercato di farglielo notare, ma i 140 caratteri di Twitter e l’ostilità della materia mi pare le abbiano impedito di afferrare le mie critiche. Che passo a dettagliare di seguito, a beneficio suo e di chi si avventurerà allo sbaraglio in futuro. Sorvolo sul titolo che è sempre di paternità incerta.

Tutti gli articoli in questione la menano con il Deep Web, dimostrando di non aver capito proprio cosa sia. Probabilmente inganna la traduzione letterale in “web profondo”, in Italia si chiama web invisibile, ma dappertutto  è:

Cit. Wikipedia: “Il Web invisibile (conosciuto anche come Web sommerso) è l’insieme delle risorse informative del World Wide Web non segnalate dai normali motori di ricerca“.

Quindi con il termine Deep Web si indica qualunque pagina internet alla quale i programmi dei motori di ricerca non possono accedere. 

Il Deep Web quindi NON è “l’ultima frontiera della rete“, e non vi si accede: “…digitando un indirizzo preciso sulla barra del browser. Un indirizzo che qualcuno vi ha fornito e che può aprire il forziere che cercate” come scrive Maurizi.

Deep Web è la posta elettronica, sono i messaggi di chat, le comunicazioni via Skype o sistemi simili, molti dei forum e dei gruppi di discussione, le pagine dei portali protette da password, le reti aziendali e commerciali, quelle p2p, quasi tutti i database scientifici che pure sono accessibili pubblicamente. Più semplicemente tutte le pagine che rifiutano l’accesso ai programmi dei motori di ricerca, anche se pubbliche. Anche quasi tutti la pagine concepite per l’uso con i dispositivi mobili sono Deep Web. Anche Facebook è in gran parte Deep Web per i motori di ricerca.

Che quindi non è una definizione che possa essere usata come sinonimo di segreto e nemmeno di riservato o di “rete parallela”, ma una semplice definizione tecnica che indica le pagine non censite dai motori di ricerca per i motivi più vari. Non ha nulla a che fare con il crimine, con il proibito o con l’immorale, è una semplice definizione tecnica.

Ridicola allora una frase come “Chi naviga nelle acque del Deep Web sa come mascherare l’IP del computer“, perché non ce n’è bisogno e infatti pur navigando tutti nel Deep Web quotidianamente, sono ben pochi quelli che ricorrono a espedienti del genere.

Ancora più ridicola la descrizione di TOR come di un sistema “che permette di navigare in modo anonimo usando un sistema di “tunnel virtuali” che fanno perdere le tracce”. Qui siamo nei pressi d’atmosfere gelminiane. Ricorda il tunnel, poi diventato “virtuale”, che dal Gran Sasso doveva portare i neutrini in Svizzera. I tunnel non c’entrano nulla con TOR, che è un programma che fa viaggiare i pacchetti di dati attraverso nodi criptati e così recapita ai siti visitati un segnale dissimulato nell’identità, senza tunnel virtuali o reali. Non serve a penetrare da nessuna parte, ma solo a dissimulare l’identità della propria connessione, per lo più per scopi e motivi più che leciti.

Una baggianata dietro l’altra, poi cede la parola agli esperti, che giustamente smontano il sensazionalismo degli articoli di Luna e altri, e a chiudere aggiunge altra roba campata in aria.

Maurizi alla fine si chiede da dove sia venuta questa demonizzazione del Deep Web (bastava usare un motore di ricerca e guardare in direzione dei colleghi) e finisce ipotizzando che si tratti di una “campagna di delegittimazione” della NSA americana, che vuole “fare a pezzi il Deep Web“, come dimostrerebbe il fatto che stia costruendo una grande stazione per lo spionaggio in Utah. Il big-complotto-distruttore-di-rete gettato lì con disinvoltura, è qui è evidente che una catena di malintesi l’abbia guidata a una conclusione assurda. E non solo perché “fare a pezzi” il Deep Web vorrebbe semplicemente dire distruggere internet.

Ora, premesso che NSA vuole semplicemente spiare il più possibile la rete e non vuole fare a pezzi nulla, resta evidente che Stefania Maurizi non ha la più pallida idea di cosa sia il Deep Web, che non è la rete segreta e non assomiglia per niente alla cosa che sembra immaginarsi lei, con le agenzie americane impegnate a distruggerla e combatterla.

Il problema non è allora solo nei media che giocano con il sensazionalismo intorno alla rete “profonda”, ma nel fatto che ben quattro articoli in un mese, pubblicati dalle principali testate italiane, abbiano esibito una tale sciatteria e un tale campionario di inesattezze. Persino l’ultimo articolo, che partiva dalla premessa di voler far chiarezza e con il vantaggio di poter far tesoro di quanto era già stato chiarito, ha fornito altre informazioni false a un gran numero di lettori. Una parte ne ha giustamente riso, ma i lettori che non conoscono abbastanza la rete per rendersi conto della grande quantità di svarioni, ne avranno semplicemente ricavato informazioni false e un’idea della rete assolutamente deformata da ignoranza e sensazionalismo infondato.

A peggiorare le cose c’è il fatto che gli autori degli articoli in questione sono presentati dalle rispettive testate come professionisti esperti dell’argomento, mentre risulta evidente che non siano interessati a proporre ai propri lettori un’informazione puntuale e affidabile nemmeno sui fondamentali, la definizione dei quali non risiede nel Deep Web, ma a portata di motore di ricerca. A ulteriore conferma di tale disinteresse, si può verificare facilmente come nemmeno le affermazioni platealmente inesatte siano state corrette e come le critiche siano puntualmente state ignorate dagli autori e dalle rispettive redazioni.

NOTA*: Avevo scorrettamente attributo l’articolo de La Stampa ad Anna Masera, che però non l’ha scritto, ma l’ha solo diffuso in rete nella sezione del sito affidata alla sua cura. Mea culpa e scuse a Masera, veloce nel farmelo notare quanto nell’ignorare le critiche all’articolo e porvi rimedio. Ancora oggi sembra infatti che non abbia capito o che preferisca ignorare i clamorosi svarioni contenuti nell’articolo che ha promosso.

P.s. Non so se l’autore dell’articolo in discussione sia il Federico Varese che Google presenta per primo come criminologo, ma di sicuro non appare una persona competente a trattare l’argomento, anche se Anna Masera e La Stampa non si sono nemmeno resi conto di quanto quell’articolo sia assurdo e drammaticamente falsato dall’ignoranza del tema trattato.

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