La prossima Banca Mondiale

Posted on 18 aprile 2012

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La nomina dello statunitense Jim Yong Kim a capo della World Bank racconta di un mondo che cambia, ma non troppo e non troppo in fretta

La Banca Mondiale oggi non è più quella che ha devastato mezzo mondo imponendo le famose politiche di aggiustamento strutturale che hanno disintegrato l’economia di più di un paese. Nemmeno il mondo è più lo stesso e anche quello che si può definire l’azionariato della banca è cambiato, gli ultimi dati reperibili danno gli Stati Uniti al 15.85% seguiti da Giappone (6.84%),Cina (4.42%), Germania (4.00%), Gran Bretagna (3.75%), Francia (3.75%), India (2.91%), Russia (2.77%),  Arabia Saudita (2.77%) e Italia (2.64%), gli altri paesi a seguire.

Tradizionalmente accade che sia presieduta da un americano, mentre all’istituzione gemella, il Fondo Monetario Internazionale, tocca una guida europea. Un assetto che proprio questa volta è stato messo in discussione per la prima volta dai paesi esclusi da questa diarchia, soprattutto da quelli che ci mettono soldi e poi non hanno alcuna voce in capitolo.

Come spesso accade quando si arriva ad analizzare la natura delle istituzioni multilaterali, anche per la World Bank è rilevante la presenza di un privilegio per gli Stati Uniti che, unici, detengono il potere di veto.

Con il mutare degli equilibri dell’economia mondiale negli ultimi anni si è visto calare il contributo dei paesi occidentali e crescere quello dei paesi che hanno completato la transizione verso lo sviluppo e ora possiedono economie in salute e attivi che hanno permesso loro di passare dalla condizione di assistiti a quella di finanziatori.

A questo giro la protesta si è risolta in un nulla di fatto, ma per la prima volta il candidato americano ha dovuto sfidare una vera e propria candidatura alternativa, che godeva del sostegno di una percentuale significativa dei soci, quella della nigeriana Ngozi Okonjo-Iweala, autorevole esponente di un’Africa che nei prossimi decenni potrebbe diventare il secondo motore dell’economia globale.

La Banca Mondiale è sempre stata un’emanazione più o meno diretta degli Stati Uniti e tutte le sue azioni portano storicamente e indelebilmente il marchio del made in America. Prima strumento antisovietico, poi utile per sostenere il dilagare della più feroce delle ideologie liberiste, infine canale di finanziamento “internazionale” attraverso il quale retribuire le imprese dell’Occidente impegnate a fare il bene dei paesi più malmessi.

La candidatura di Kim da parte dell’amministrazione Obama corrisponde sicuramente alla necessità di esibire una volontà di cambiamento, quanto reale si capirà solo a gioco lungo. Per ora il viatico dello stesso presidente americano ha tracciato la rotta indicandola nel perseguire una “crescita fondata sul mercato“, che notoriamente non vuol dir molto, se non che dovrà come al solito di favorire le aziende americane su quel mercato.

Resta da vedere se Kim avrà lo spazio per esercitare la sua spiccata propensione al problem solving anche in direzione dei paesi assistiti, negato ai suoi predecessori che non ne hanno mai lamentato la mancanza, essendo loro tutti esperti banchieri. Kim invece è un dottore, presidente della prestigiosa Dartmouth University e animatore di un’associazione che si è distinta nella lotta alle malattie nei paesi in via di sviluppo.

Una novità che non ha sopito i lamenti dei paesi più critici, che si sono detti soddisfatti comunque del fatto che per la prima volta si sia aperto un dibattito pubblico sulla candidatura e sulla missione stessa della World Bank. Natura che, come ricordato da Obama, secondo l’Occidente dovrebbe essere quella di assecondare l’espansione mercatista e poco più, con una particolare enfasi sull’evitare di “voler risolvere tutti i mali del mondo“.

Non che la World Bank abbia peccato d’ingenuità in passato, ancora meno che abbia rincorso utopiche fantasie movimentiste. Non è stato per ingenuità che la Banca Mondiale ha per esempio finanziato l’oleodotto Ciad-Camerun per rendere possibile l’esportazione del petrolio ciadiano ad EXXON e Total. E non è stata certo ingenuità quella che ha spinto la stessa banca e difendere l’accordo modello con il quale assicurava che ai cittadini del Ciad sarebbe arrivata almeno un quota dei proventi in servizi, rispondendo alle critiche delle ONG, assai meno ingenue, che denunciavano l’imminente truffa ai danni dei ciadiani, che puntualmente non hanno visto un dollaro nonostante il boom dei prezzi del petrolio. Boom che la dittatura ha potuto cavalcare grazie al finanziamento della World bank, razziando poi tutto il possibile e trasferendolo all’estero nei conti personali di pochi e selezionati soggetti.

Un fallimento prevedibile e previsto, che ha contribuito ad armare uno dei peggiori dittatori dell’Africa sub-sahariana, anche se uno di quelli capaci di mantenere i migliori rapporti con l’Occidente, al punto da essere salvato dai militari francesi quando già aveva perso il controllo del paese, dell’esercito e della capitale.

Kim potrebbe quindi rappresentare un’operazione d’immagine come una reggenza-ponte,  attraverso la quale gli Stati Uniti potrebbero cambiare la natura della World bank, disinnescando la sua funzione di strumento di penetrazione politica e ideologica e riconducendola alla sua teorica funzione di banca dei paesi poveri, prima di perderne inevitabilmente il controllo negli anni a venire.

Kim, definito “un attivista”, potrebbe rivelarsi più adatto al compito della sua concorrente nigeriana, che in qualità di economista ed ex ministro delle finanze del suo paese rischiava di essere più vicina ai suoi predecessori di quanto non lo sia in teoria Kim. Per il quale ora il problema si riduce tutto all’esplorazione e negoziazione dei suoi spazi di autonomia alla guida di un’organizzazione che è composta quasi esclusivamente di economisti e che agli occhi dei suoi finanziatori non è l’UNICEF e nemmeno un altro genere d’istituzione benefica, ma una banca che deve fare cose da banca.

Pibblicato in Giornalettismo

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