Because we are the good guys

Posted on 22 marzo 2012

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Una puntata di The Daily Show aiuta a spiegare molte cose

La politica estera americana ed occidentale si fonda oggi come allora sulla fondamentale distinzione tra noi e loro. E noi siamo sempre quelli buoni.

The Daily Show è comedy, uno spettacolo che fa ridere. E da anni Jon Stewart fa ridere gli americani analizzando una realtà che offre spunti in abbondanza. Curiosamente il programma ha poi finito per essere considerato uno dei più autorevoli programmi d’informazione dagli americani.

Un po’ com’è successo in Italia con Striscia la Notizia, se non che l’abisso che separa i due programmi, parla troppo a nostro sfavore per andare oltre nel cercare similitudini tra le due trasmissioni. Che tuttavia sono la spia di un fenomeno che coinvolge i due paesi in maniera simile, perché se trasmissioni del genere sono ritenute più credibili di gran parte dell’informazione che passa in televisione, vuol dire che noi e gli americani (e non solo) abbiamo un problema con l’informazione.

Un problema che in realtà non è tale perché l’assetto dell’informazione corporate, ancora saldamente dominante nel definire e imporre il senso del dibattito è del tutto funzionale alla postura complessiva dell’Occidente. Che è ancora più o meno quella di quando si parlava del “fardello dell’uomo bianco“, costretto a farsi in quattro per portare civiltà e progresso i selvaggi, un dovere.

Tutta la comunicazione occidentale è ancora fondata sulla costruzione di un solido “noi” positivo e civilizzante opposto a dei “loro” sempre brutali e sempre malvagi, troppo spesso disposti a farsi del male da soli pur di non darci retta e di fare quello noi sappiamo essere giusto per loro. Che di solito corrisponde ai desideri delle nostre cancellerie, se non che questi pii desideri hanno ben poco a che fare con la giustizia e la giustezza e quindi entrano spesso in conflitto con i presupposti civilizzanti grazie ai quali ci eleviamo sopra di loro. Non sono cambiati molto gli Stati Uniti da quando gruppi di ricchi uomini bianchi facevano e disfacevano il mondo seduti sulle poltrone di pelle, ora su quelle poltrone siede saltuariamente anche qualche diversamente colorato, ma è lì per giocare a quel gioco.

Il fatto che l’epicentro di questo fenomeno sia negli Stati Uniti non deve stupire. Il paese è nato come una colonia ed è prosperato prima attraverso una sanguinosa colonizzazione e poi grazie allo schiavismo, tollerando la segregazione razziale fino a qualche decennio fa. La maggior parte degli italiani oggi viventi era già nata, quando negli Stati Uniti i neri non potevano mettere piede nelle aree riservate ai bianchi, perché negli Stati Uniti che avevano esportato libertà e democrazia in Europa comandava ancora gente per la quale i neri erano inferiori. E come tali li trattavano, anche se erano nella “terra dei liberi”, come la definiscono da sempre.

Il continuo e imponente meticciarsi della popolazione statunitense e la ribellione degli stessi neri, che in molti paesi al mondo godevano da anni se non da sempre pieni diritti con i bianchi e gli altri diversamente colorati, alla fine ha avuto ragione di questo orrore. Una vittoria che non ha inciso significativamente quel “noi”, nel quale anche le minoranze non hanno avuto alcuna difficoltà a riconoscersi, perfettamente partecipi del sogno americano e fiere di condividerne la potenza e lo status.

E questo “noi” riemerge con prepotenza nella puntata dello show di Stewart ricordata sopra, in un segmento nel quale John Oliver affronta a modo suo la questione del taglio dei contributi americani all’UNESCO, motivata con il riconoscimento dello stato di Palestina da parte dell’organizzazione. Il punto però non è nelle questioni tra Palestina e Israele, quanto nella prepotente manifestazione di quel “noi” sul finire del servizio di Oliver.

A fargli da spalla è Robert Wexler, un acceso sostenitore della decisione americana. Wexler è un deputato democratico che ha vissuto tra New York, Washington e la Florida, dove ha cominciato la sua carriera politica. Dopo numerosi mandati si è dimesso per andare a presiedere lo S. Daniel Abraham Center for Middle East Peace, un think tank americano nominalmente impegnato nella ricerca della pace in medioriente. Un uomo con vent’anni d’esperienza politica alle spalle e decisamente immerso e impegnato nella politica estera statunitense, con particolare interesse al medioriente.

Non quindi un rottame fondamentalista uscito dalla bible belt, ma un politico americano quasi cosmopolita, a suo modo una rarità, perché i politici americani di solito sono pochissimo interessati a quanto accade oltre frontiera e si attivano su questi temi solo all’occasione o per mostrarsi pronti a tutto per difendere l’America.

Questo sopra è un promo, l’intervista integrale si può vedere sul sito di Comedy Central (clicca qui), partendo dal secondo segmento e saltando il primo che parla delle e-mail del siriano Assad, proposto invece da huffingtonpost.com ai suoi lettori.

Oliver affronta Wexler e gli chiede che motivi ci sono per tagliare i fondi all’Unesco e la risposta lo invita ad andare da loro, perché è colpa loro, mentre gli americani:

W. – Abbiamo le mani legate, questa è la legge, dovrebbe parlare con quelli dell’Unesco per aver agito in maniera folle creando questa… circostanza sconveniente

Oliver ci va, all’UNESCO, e qui trova George Papagiannis, che gli spiega che la decisione è stata presa dalla maggioranza degli stati aderenti e che genere di attività saranno tagliate, comprese quelle in Iraq e Afghanistan, dove l’UNESCO si è accollata l’alfabetizzazione di trecentomila poliziotti afghani. E qui Oliver scopre che altri paesi si sono offerti di coprire il buco lasciato dagli USA e tra questi il primo è stato il Gabon, antica dittatura africana  trasmessa da Omar Bongo a suo figlio Alì. Oliver allora va in Gabon e mette a confronto le opinioni d Wexler con quelle dei giovani gabonesi, ai quali l’UNESCO provvede i programmi d’istruzione.

Mexler cerca di spiegare perché si è scelto di  danneggiare i bambini africani e anche gli stessi interessi americani con questa legge, in una maniera che gli eviti d’affermare che si tratta di un tributo (quasi) formale all’alleanza con Israele:

W. – Sì, è vero, tagliamo anche programmi nei quali abbiamo interessi, ma mandiamo un messaggio…e la prova è che nessun’altra organizzazione internazionale ha fatto quello che ha fatto l’UNESCO.
W. – il conflitto israelo-palestinese è un problema per tutto il mondo, se l’Unesco procede noi dobbiamo tagliargli i fondi, è una legge di 20 anni fa.
O. – 20 anni fa…
W.- Deve tenere l’attenzione sul quadro d’insieme (the big picture), che è lo scopo della legge, che era d’incoraggiare Israele e Palestina a far la pace
W. -La legge è legge, solida
W. – Non possiamo disfare le nostre leggi così…non si fanno eccezioni
O. – L’America non può cambiare le sue leggi

A Oliver però in Africa hanno chiesto perché non può. E a lui non viene in mente una risposta:

O. Qualcuno spieghi a questa donna che gli Stati Uniti non possono cambiare questa legge
W. – No, il congresso può cambiare la legge a sua volontà
O. – aspetti… cosa?
W. -Ovvio che può, potrebbe votare oggi per cambiare questa legge
O. – Potremmo farlo facilmente
W. – Sì
O. – Ma non lo faremo perché… siamo delle teste di c…
W. – No… io penso che noi..
O. – Chissà come sono arrivato a quella conclusione…mi aiuti deputato Wexler…
W. – Noi non abbiamo creato il problema!
O. – Ok, questo è il titolo: “Noi non abbiamo creato il problema!
W. – Nonostante abbiamo creato la legge
O. – Nonostante abbiamo creato la legge… c..zo, (con una mano sugli occhi) ci siamo confusi di nuovo…
W. – Noi siamo i bravi ragazzi in questa storia!
O. – Noi siamo i bravi ragazzi in questa storia!
W. – Non lo dimentichi
O. – Non lo dimenticherò, noi siamo i bravi ragazzi…
W. – Di sicuro!
O. – Noi siamo i bravi ragazzi in questa storia perché…
W. – Perchè lo siamo!
O. – Certo… e quando questi programmi chiuderanno ci sentiremo ancora i bravi ragazzi perché…?
W.- Perché lo siamo..
O.- Perchè lo siamo! È così semplice…

Ed è di fronte ai ragazzini africani che Oliver conclude:

O. – Non ridete, questo non è uno scherzo, questo è il fondamento della politica estera statunitense.

Non è uno scherzo e troppo spesso lo si dimentica o, ancora peggio, si assimila questo concetto e ci s’illude di fare parte di quel gruppo di bravi ragazzi che porta nel mondo la luce del progresso economico e sociale. S’illudono tutti, perché è bello essere quelli buoni e perché questa bontà giustifica tutto, compreso il sostegno a qualsiasi crudeltà, a qualsiasi repressione e la loro convinzione contagia anche i dominati, che come ai tempo della colonizzazione subiscono il fascino dell’impero sulla provincia, quello del dominante sul dominato.

Un tempo questa funzione era assolta dal “Dio lo vuole”, l’imperativo cristiano all’ombra del quale si sono consumate le peggiori stragi occidentali, oggi impraticabile, com’è evidentemente impraticabile il “Dio lo vuole” della riscossa jihadista, argomento  e pretestoormai troppo debole in un mondo secolarizzato, persino nei paesi che sembrano dare più peso alla parola di Dio, qualunque sia.

Per questo anche nelle parole di persone come Mona Eltahawy, un’attivista egiziana che ho avuto la fortunata occasione di ascoltare ieri, rimane la difficoltà di essere pienamente critica contro un paese che da un lato sostiene (non solo) la dittatura egiziana e dall’altra le ha dato proprio quella libertà che le era negata in Egitto. La difficoltà nell’indicare l’occidente come luogo d’elezione di quelle riforme che invece s’invocano per il suo paese, la fatica nel chiamare in causa le responsabilità di paesi che, bene o male, rappresentano un modello per chi vuole evadere dalla dittatura e dall’oppressione.

Wexler non è uno stupido e nemmeno finge  quando pronuncia quelle frasi, ci crede proprio perché sono anni che quelle frasi e poco altre costituiscono tutto quello di cui ha bisogno un politico americano oltre a qualche richiamo a Dio e molti soldi per la campagna. Come lui ci credono milioni di americani e anche molti altri al di fuori dei confini degli States, che si sentono pure loro bravi ragazzi e che vogliono stare in compagnia di bravi ragazzi.

Ma soprattutto a questa linea aderiscono compatti politici e giornalisti, che rischiano la carriera a mettere in dubbio questo che è un fondamentale pilastro della politica occidentale, fin da quando ai francesi, dopo aver tagliato la testa al re venne in mente che era giusto liberarne anche gli altri paesi vicini e lontani, per il bene del’umanità.

L’idea poteva anche essere buona, ma si è persa nei gorghi della storia e oggi si parla  alla stessa manieradel re di Svezia come di qualsiasi sovrano feudatario del medioriente, così come si chiamano “presidente” allo stesso modo quelli democraticamente eletti e quelli al potere da decenni, con l’unica eccezione inversa per Hugo Chavez a confermare la regola. Dell’umanità non interessa più niente a nessuno, così come delle mitiche “donne afghane” o degli oppressi da clericalismi e teocrazie che molti crociati  cercano d’imitare all’ombra del Campidoglio.

No, non siamo i bravi ragazzi, non siamo quelli buoni e non siamo nemmeno gli amici di quelli buoni. Gli Stati Uniti d’America sono la più grande impresa di colonizzazione politica e commerciale dai tempi dell’impero britannico e della Compagnia delle Indie, un modello che nel tempo è stato perfezionato, standardizzato ed esportato ovunque.

Un’impresa che si fonda e si legittima moralmente sulla differenza tra buoni e cattivi e sulla naturale aspirazione delle masse a riconoscersi dalla parte della ragione, ma anche sulla necessità di dare una patina di rispettabilità ad azioni che quando sono commesse da altri sono definite come crimini terribili.

Un doppio standard che si applica in ogni occasione, quando si tratta di giudicare uno dei “nostri” che ha commesso una strage, come quando si tratta di mettere all’indice qualche paese, di “costruire il nemico” per qualche scopo poco nobile. Un doppio standard da rifiutare, perché l’unico “noi” nel quale sarebbe utile e legittimo riconoscersi è quello che comprende tutta l’umanità. Qualunque iscrizione a “noi” più ristretti, qualunque rifiuto di comprendere altri in questo “noi esseri umani” è un tradimento dell’umanità. “Quelli buoni” non esistono, esistono solo gli esseri umani e sono tutti uguali, anche quando si dannano per dimostrare di essere diversi e migliori.

Pubblicato in Giornalettismo

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