Kony 2012, cosa c’è di sbagliato

Posted on 13 marzo 2012

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Nonostante le risposte di Invisible Children le perplessità permangono

L’associazione americana ha risposto diffusamente alle critiche di diversa natura che ha ricevuto in seguito al grande successo del video Kony 2012, dimostrando grande disponibilità, ma non riuscendo a rispondere alla critica che riguarda l’opportunità stessa di attività come quella in discussione.

Sorvolando su possibili secondi o terzi fini dell’iniziativa e di seguito e presumendo l’assoluta buona fede dei promotori dell’iniziativa in ogni aspetto del loro operare, non si può fare a meno di ricordare che da anni molte associazioni variamente umanitarie sono veicolo d’interessi politici di bandiera e che dopo il 2001 gli Stati Uniti hanno messo le ONG impegnate all’estero sotto l’ombrello del Dipartimento di Stato, dal quale dipendono per autorizzazioni, finanziamenti e in genere per la loro attività oltre frontiera.

Va poi ricordato, a titolo d’esempio, che in imprese del genere non è mai mancata la sfacciataggine, come quando la Christian Solidarity International diretta dalla baronessa inglese Caroline Cox venne colta a finanziare un traffico d’armi a favore dei ribelli sud-sudanesi con i soldi dei cristiani che li versavano per liberare i bambini dalla schiavitù. L’organizzazione della Cox, bandita dall’ONU e subito tornata in pista cambiando appena ragione sociale in Christian Solidarity Movement, raccoglieva molto denaro negli Stati Uniti e in Gran Bretagna, chiedendolo agli uomini e le donne di buon cuore che volevano riscattare cristiani (soprattutto bambini) rapiti dai perfidi sudanesi islamici di Khartum e resi schiavi. Una pagliacciata alla quale ne seguiranno altre per attirare l’attenzione sul Darfur, ma ha funzionato e per anni le armi dello SPLA sono arrivate in Uganda dalla Gran Bretagna come parti di ricambio e lì assemblate e spedite in Sud Sudan, pagate da degli sprovveduti ai quali gli astuti mostravano sempre gli stessi “schiavi” riciclati. Tanto che la truffa si scoprì proprio perché dovendo giustificare un numero enorme di bambini riscattati a un certo punto accumularono una cifra talmente irrealistica da insospettire la stampa.

La storia e la cronaca dell’Africa sono piene di storie del genere, ma che Kony 2012 sia o meno un prodotto tarocco importa poco, perché  non può essere considerato che una pessima idea, anche se è stato prodotto in buona fede e anche se ha “sensibilizzato” milioni di persone sull’esistenza di Kony. E questo perché ha avuto l’attenzione in buona fede di milioni di persone, che merita le cause più nobili e che non merita l’inganno o la distrazione.

Nella sua risposta alle critiche Invisible Children dice di non volere bombardamenti o stragi, ma solo la cattura di Kony e della sua banda che ancora oggi chiamano tutti esercito. Dice di volere la sua cattura e l’incriminazione davanti all’ICC per dare il buon esempio e fare in modo che altri Kony ci pensino due volte. Ma la storia è piena di tiranni e leader sanguinari finiti malissimo e l’esempio non ha insegnato nulla, già questa pretesa si presenta molto ballerina e poco incisiva.

Per realizzare il loro scopo suggeriscono una grande caccia all’uomo che veda impegnate le forze di Congo, Repubblica Centrafricana e Uganda con la supervisione degli Stati Uniti che in virtù di un accordo hanno già 100 consiglieri militari in Uganda, ufficialmente per aiutare l’esercito nella caccia a Kony, che però in Uganda non c’è più da tempo.

Tra i suoi meriti specifici nella caccia a Kony IC nomina l’approvazione del Lord’s Resistance Army Disarmament and Northern Uganda Recovery Act del 2009 da parte del Congresso. Sarebbe il segno della loro efficacia nello stimolare l’intervento americano, ma la lettura del documento non rassicura e le altre più o meno meritorie nelle quali sono impegnate non dicono nulla sulla validità dell’iniziativa contestata.

Si tratta di un atto d’indirizzo che autorizza la collaborazione tra i due governi a diversi livelli, con l’obiettivo di portare sollievo alle regioni settentrionali sconvolte dalla guerra civile alla quale Kony ha preso parte con entusiasmo. Al netto di “allegati classificati” che potrebbero aver accompagnato il documento, oltre fornire ogni genere d’assistenza per catturare Kony il documento impegna anche a: “Rafforzare le capacità operative della popolazione civile nell’Uganda del Nord, prevenire il crimine, e affrontare con sensibilità la violenza di genere, cercando di rinforzare le misure di controllo per prevenire abusi e corruzione”.

Non è che al Congresso degli Stati Uniti sia sfuggita la peculiare natura del regime ugandese, retto dal 1986 da Yoweri Museveni, e infatti nel documento è ben presente un caveat che prelude alla decadenza dell’accordo qualora il governo ugandese non rispetti i criteri di trasparenza e liceità nell’impiego degli aiuti ricevuti. Caveat simili accompagnano sempre i provvedimenti rivolti ai peggiori governi, servirebbero a dimostrare la buona fede del generoso donatore e a spingere il ricevente a comportamenti corretti per i quali è giudicato poco portato, ma in genere si risolvono in guinzagli da agitare quando all’altro capo devono dare le risposte che ci si aspetta da loro.

Museveni è andato al potere dopo un periodo d’instabilità e colpi di stato seguito agli otto anni del demente regime di Idi Amin Dada negli anni ’70 e, pur assicurando la continuità di governo, si è distinto per la spregiudicatezza e le numerose iniziative militari e per le grossolane violazioni dei più elementari diritti umani. Nel 2006 su pressioni degli alleati occidentali ha indetto le prime elezioni multipartitiche, vinte con il 68% dei voti tra le proteste degli oppositori che aveva fatto imprigionare alla vigilia delle elezioni.

Museveni e la sua ingombrante signora, una molto devota “cristiana rinata” (come Bush e la Baronessa Cox) d’ispirazione evangelica, hanno inoltre impresso il loro personale marchio sulla lotta all’AIDS nel paese, invertendo una politica che insieme alla diffusione del sistema sanitario aveva promosso l’uso del profilattico. All’esempio americano, illustrato con il taglio dei fondi alle ONG che forniscono pianificazione familiare in Africa esattamente come in patria, i Museveni  hanno aggiunto campagne mediatica contro il profilattico e la propaganda per l’astinenza come mezzo per proteggersi dalle malattie a trasmissione sessuale.

Il che in un paese piagato dal fenomeno degli stupri non mancherà di produrre effetti malefici e numerose vittime evitabili. L’Uganda è per oltre l’80% abitata da cristiani, con una leggera maggioranza dei cattolici, ma molti dei fedeli che abbracciano versioni della cristianità o dell’Islam contaminate da credenze ancestrali e religioni locali. Un mix che non impedisce al regime di avere un pessimo record nel rispetto dei diritti umani, il regime e la polizia praticano correntemente la tortura, infieriscono sul gran numero di rifugiati e il regime è talmente malfamato che nel 2007 il governo inglese ha tagliato parte dei suoi aiuti al paese. In Uganda ci sono un milione e mezzo di rifugiati, ma non li ha fatti scappare tutti Kony e oggi se gli ugandesi soffrono violenza non è per mano di Kony, che sono tutti d’accordo nel dire che è altrove.

Museveni è stato anche un attore molto attivo nella Prima Guerra Mondiale Africana, che ha sconvolto il vicino Congo fino al tramonto degli anni ’90. Potrà sembrare strano, ma mentre si è trepidato il Kuwait invaso, per il sacrificio di Srebrenica o per la speranza da riportare a Mogadiscio, attorno al Congo si è sviluppato in silenzio un conflitto che ha coinvolto almeno otto paesi della regione e un discreto numero di attori extra-africani. Alla morte del dittatore Mobutu, al potere dai primi anni ’60 con il sostegno attivo di Belgio e Stati Uniti nell’eliminare i suoi rivali, già il Congo era devastato dalle tensioni e dagli appetiti suscitati dall’agonia del dinosauro senza eredi e da tempo malato. Tensioni e appetiti che accesero lo scontro tra Hutu e Tutsi e una feroce guerra per il controllo delle risorse del paese. Solo tra il 1998 e il 2002, nelle sole regioni del Nord-Kivu e del Sud-Kivu sono morte circa 3.300.000 persone

Accanto all’olocausto ruandese si accese così un conflitto che in pochi anni ha procurato più di cinque milioni di morti (La stima più prudente)  e un numero incalcolabile di vite devastate. Una guerra di una brutalità devastante che la storia racconta scatenata dalle milizie delle compagnie minerarie che volevano rompere il monopolio delle grandi compagnie in affari con Mobutu. Ambizioni alle quali s’aggiunsero quelle politiche nei paesi confinanti, nessuno dei quali brilla per democrazia e un pesante intervento occidentale a indirizzare la guerra verso un esito gradito. La vittoria Laurent-Desirè Kabila, che dopo aver conquistato la capitale dovrà combattere per anni le milizie burundesi e ruandesi, un tempo alleate. Alla sua morte del quale, perito per mano assassina, succederà nel 2001 il figlio, Joseph Kabila, che firmerà la pace con il Ruanda nel 2002 e da allora al potere e vincitore delle prime elezioni democratiche (insomma) dai tempi di Lumumba. Un potere che non è riuscito a impedire che la regione dell’Ituri e quella del Kivu divenissero teatro di altre incredibili atrocità sotto gli occhi delle forze ONU presenti sul terreno a garantire la pace seguita al conflitto continentale.

Per tutte le atrocità che hanno accompagnato quei 5.000.000 e più di morti, il Tribunale Penale Internazionale invocato contro Kony, ha incriminato solo Jean Pierre Bemba, spietato e sanguinario anche lui, ma difficilmente l’unico al quale contestare atrocità su scala vastissima. I 30.000 bambini e giovani rapiti da Kony in 20 anni sono una cifra spaventosa, ma quanto sangue c’è sulle mani di dell’ugandese Museveni, al quale si offre assistenza militare? E sui partner di Kabila? E quanto sangue c’è sulla mani del dittatore “presidente” della Repubblica Centrafricana che s’invoca?

François Bozizé è stato generale del regime di Bokassa e successivamente uomo forte di quello di Patassé, due dei più infami dittatori della recente storia africana. Il regime di Patassé è giustamente oscurato dal più pittoresco Bokassa, che faceva notizia per i suoi atti di cannibalismo, ma non ha portato meno desolazione. La RCA (o  CAR) è un paese sotto tutela francese che vi esercita un’influenza molto simile a quella del tempo della dominazione coloniale, visto il ruolo di kingmaker esercitato dalle truppe dell’armeé, come nel vicino Ciad.

Durante la dittatura di Patassé, Bozizé cercò di resistere contro l’opposizione interna al regime, che con l’aiuto della Francia assunse il controllo del paese, salvo fuggire al caalre delle sue fortune. Nel 2001 è spodestato da una corrente filo-libica, ma nel 2003 conquista la capitale senza colpo ferire e Patassé fugge.

Lo aiutano ancora la Francia e il dittatore “presidente”  del Ciad Deby, che negli ultimi anni ha avuto a sua volta bisogno del soccorso francese per tener testa ai suoi “ribelli”. Ne hanno approfittato anche i nemici di Bozizé, ma è andata male e lui, come Deby, ha spazzato le regioni ribelli costringendo tutti a fuggire oltreconfine. Mezzo milione di persone confuse tra i profughi del Darfur e quelli del Ciad di Deby. Due governi che peraltro sono anche in cima alla lista di quelli accusati di usare soldati-bambino e praticano estesamente la pulizia etnica.

Si potrebbe continuare a lungo e la lista di brutti caratteri sarebbe lunga,  prima di arrivare a quelli della caratura dell’orrido Kony. Per questo non sembra molto brillante l’idea di fornire aiuti a tre regimi del genere, ancora meno se mirati all’aumento delle loro capacità repressive, visto che ciascuno di loro ha sempre fatto pessimo uso della forza militare e nessuno di loro si è segnalato per essere tantodiverso da Kony, quando si tratta di risolvere i problemi con il dissenso interno o quelli di vicinato.

Senza considerare che l’Uganda mantiene migliaia di militari in Somalia e ne ha promessi molti di più in “missione di pace” e che con i militari statunitensi collabora alla grande da anni, tanto da essere oggetto di attentati “islamici” per rappresaglia e che quindi in realtà  Washington non ha alcuna intenzione di lasciare “sola” l’Uganda, nemmeno se Kony morisse domani. O anche che prima di conquistare l’attenzione per il discusso documentario l’Uganda faceva notizia per le sue leggi draconiane contro l’omosessualità. Che tecnicamente non è reato, ma sono reato le pratiche sessuali omosessuali e l’omofobia nel paese è rampante e assecondata dal partito unico di governo, che solo per lo scandalo e le pressioni internazionali ha fermato nel 2009 il cammino parlamentare di una legge che avrebbe introdotto la pena di morte per gli omosessuali recidivi.

Questi sarebbero quindi i buoni cristiani da armare e assistere perché liberino il mondo da un brutto cristiano come Kony secondo Invisible Children, che sul problema della reputazione del regime di Museveni si limita a dire che non riceve fondi da IC e che la collaborazione dei governi regionali è fondamentale per prendere Kony, sugli altri due regimi un velo pietoso.

E poi si potrebbe chiedere molto altro a Museveni per fermare la violenza nella regione, basterebbe ad esempio che l’Uganda, che non possiede miniere d’oro, decidesse d’intervenire sui traffici che ne fanno il primo esportatore ufficiale d’oro africano. Traffici che dalle miniere controllate da questa o quella milizia in Congo, passano in Uganda e da lì eludono l’embargo internazionale istituito per asciugare le fonti di finanziamento dei diversi “Kony” che ancora infestano l’immenso e ricchissimo territorio congolese. Ma forse quelli d’Invisible Children si rendono conto che si tratta di richieste irricevibili e che rischiano d’irritare i volontari arruolabili per la caccia.

Per riprendere la metafora del gatto cacciatore: quelli di Invisible Children non sembrano semplicemente insensibili al colore dei gatti con i quali vorrebbero prendere il topo Kony, sembrano proprio non accorgersi  o far finta di non vedere che non sono gatti, ma pantegane pericolose che da anni s’ingrassano facendo molti più danni del topo Kony. E ingrassano con il consenso e sotto l’indirizzo dei governi degli Stati Uniti, della Francia, della Gran Bretagna o di altri ancora a scendere la scala della capacità d’influenza. Questa ignoranza non può essere scusata, come non può essere scusato l’operare tanto maldestramente, legittimando politicamente tre regimi del genere arruolandoli con la divisa dei buoni per dare la caccia al loro cattivo preferito.

Pubblicato in Giornalettismo

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