Iran: Obama dice no

Posted on 6 marzo 2012

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L’Iran continua a tenere le prime pagine dedicate alla politica estera in quasi tutto l’Occidente, dove peraltro l’idea di attaccare l’Iran non affascina nessuno. C’è anzi una robusta maggioranza di contrari, che va dai paesi europei fino alla Casa Bianca, che di attaccare l’Iran non ne vuole sapere e che già gioco poco volentieri al gioco delle sanzioni contro l’Iran. Forze potenti insistono per un attacco a Teheran, nonostante sia stato ripetuto alla nausea che un attacco agli impianti nucleari iraniani non servirebbe a fermare l’eventuale corsa alla bomba atomica.

Sembra anzi ovvio che un attacco di natura malamente preventiva spingerebbe ancora di più il partito della bomba e rafforzerebbe il regime iraniano, che già cavalca il nazionalismo e l’evidente ostilità occidentale in chiave interna. Le sanzioni non piacciono alla stragrande maggioranza degli iraniani e ancora meno piace l’idea di essere bombardati preventivamente per un crimine che non è un crimine e che non hanno commesso. In realtà l’interesse a un bombardamento sull’Iran è concentrato nella maggioranza di governo in Israele, attorno a quel Netanyahu e quegli alleati tra i suoi che da anni giocano la carta dei minacciati mentre bombardano preventivamente quelli che di volta in volta scelgono come il minaccioso di turno.

Ma non sono più i tempi della war on terror e, cosa che molti analisti sembrano dimenticare, nemmeno l’amministrazione Bush e i neo-conservatori erano favorevoli a un’avventura del genere quando sono stati al potere rappresentando forse l’amministrazione americana più Israel-friendly della storia. Il bombardamento dell’Iran può servire solo a Netanyahu, ma coinvolgerebbe necessariamente l’alleato americano e i paesi che Israele sorvolerebbe per portare a termine gli attacchi. Netanyahu lo sa, come lo sanno gli israeliani che sempre più frequentemente lo deridono, non tanto perché vuole attaccare l’Iran, ma perché continua a dirlo nonostante sia chiaro che non ha molto senso farlo e che gli americani gli hanno detto di no. Sul fatto che gli americani abbiano detto di no non ci piove, i segnali e le dichiarazioni esplicite sono state molte e inequivocabili e anche in Israele l’opposizione al piano è forte e nasce proprio dai servizi e dall’esercito, che hanno manovrato in ogni modo per abbattere l’idea.

La polemica è presto rimbalzata oltre l’Atlantico, dove alcuni dei repubblicani candidati alle primarie presidenziali hanno colto la palla al balzo per accusare Obama di essere un debole e di non saper proteggere gli interessi dell’America, anche se non hanno spiegato la coincidenza tra questi interessi e le bombe su Teheran, non è gente che brilli per profondità, almeno per quello che si è sentito finora. Giocano a interpretare la parte degli uomini veri che non hanno paura di scatenare una guerra per difendere gli interessi dell’America o proteggere l’alleato dal pericolo di un secondo Olocausto.

Come spesso accade in politica, i repubblicani non trovano alcun problema nell’accusare Obama un giorno di non attaccare l’Iran, mossa che farebbe sicuramente alzare il prezzo del petrolio, e il giorno dopo di non concedere abbastanza permessi di trivellazione per abbassare il prezzo del petrolio e quindi della benzina. Obama si deve così difendere da una serie d’accuse pesanti quanto abbastanza infondate, a cominciare da quella di non essere un buon alleato d’Israele perché, come Bush, ha condannato la colonizzazione e poi si è girato dall’altra parte facendo finta di nulla, pronto subito dopo ad offrire il veto per rallentare l’inevitabile riconoscimento dello stato palestinese.

Così Obama ha risposto pubblicamente che non sta bluffando quando dice che l’attacco all’Iran è un’opzione, mentre i suoi facevano notare come nessuno abbia mai concesso tanti permessi alle trivelle come la sua amministrazione, nonostante la retorica “verde” e a dispetto persino dell’incidente alla piattaforma della BP che ha inquinato il Golfo del Messico. Che poi trivellare in casa porti a un calo del prezzo della benzina è una pia illusione, il petrolio negli Stati Uniti si paga ai prezzi di mercato ovunque sia estratto, per il consumatore non fa alcuna differenza la sua origine.

Netanyahu non ha potuto che ribadire che Israele non rinuncerà al diritto di difendersi, intendendo con questo la possibilità d’attaccare l’Iran e per il momento la tempesta mediatico-diplomatica sembra destinata a placarsi. Ma da qui alle presidenziali di novembre c’è spazio per ogni incubo e così non manca addirittura chi si esercita con la fantasia ipotizzando Obama all’attacco per presentarsi a novembre come presidente in tempo di guerra, ma è una ridda d’ipotesi. Tutte rilanciate senza considerare che nella più estrema delle ipotesi si parla di bombardare esclusivamente i siti nucleari e che l’incapacità militare dell’Iran a una reazione minimamente efficace, chiuderebbe subito la parte armata del conflitto, che ben difficilmente potrebbe diventare una vera guerra.

D’invadere l’Iran non ne ha mai parlato nessuno e non è neppure un’ipotesi praticabile, viste le dimensioni del paese e della popolazione e visto che un’invasione non sarebbe gradita. L’invasione americana dell’Iran è il sogno segreto delle monarchie feudali wahabite separate dall’Iran solo dal Golfo Persico, che in quel paese pieno di sciiti che hanno tagliato la testa al re e fatto la repubblica dei preti vedono l’equivalente dell’Unione Sovietica ai tempi della guerra fredda. Tutte utilizzano lo spauracchio iraniano e anche il tiranno del Bahrain non ha esitato a calunniare i suoi sudditi che protestavano come agenti dell’Iran, una barzelletta che non si è bevuta nemmeno Hillary Clinton.

Ma che ancora meno si bevono gli iraniani, che non hanno mai attaccato le monarchie del Golfo nonostante siano stati i loro petrodollari ad armare e spingere Saddam ad aggredire l’Iran, allora di Khomeini, facendo scoppiare una guerra come il paese non ne aveva mai viste, nella quale colmò con il numero dei caduti l’inferiorità tecnologica. Proprio quel Saddam che poi invaderà il Kuwait come “risarcimento” dei danni subiti a dar retta a certi strateghi. L’unica positiva conseguenza delle primavere arabe per il regime iraniano è che dopo le sanguinarie reazioni degli autocrati arabi al potere di fronte alle proteste, è grandemente scemata la propaganda che lo dipingeva come una teocrazia troglodita, gli esempi sotto gli occhi di tutti non permettono che il silenzio.

Dimenticata l’opposizione iraniana, che alle ormai prossime elezioni si astiene e resta a guardare il confronto tra i fan si Ahmadinejad e quelli di Khamenei, gli iraniani che erano stati i primi a sollevarsi arrancano in una crisi economica che ha pochi precedenti e che le sanzioni aggraverà. Resta l’incognita Netanyahu, che se dovesse riuscire a far breccia tra i suoi potrebbe anche decidere l’azione sconsiderata a dispetto degli americani, un’eventualità che piace a pochissimi israeliani che in genere hanno presente il valore del sostegno americano e l’imperativo categorico di non metterlo a rischio con azioni che mettano i presidenti americani con le spalle al muro.

Le possibilità che Obama decida per un attacco all’Iran sono prossime allo zero, già oggi le pressioni su Teheran costano agli americani 50 centesimi al gallone secondo una stima che ha fatto molto rumore e un attacco, fosse anche solo una salva di missili Cruise, lo pagherebbe tutta l’economia mondiale, che non ne ha voglia. Tanto più che gli ultimi studi minimizzano l’impatto positivo delle guerre sull’economia americana e mettono in luce come il debito americano nasca dall’impegno di Bush in Afghanistan e in Iraq e all’originale approccio finanziario ai due conflitti.

Diversamente dai suoi predecessori Bush non ha aumentato le tasse per finanziare la guerra, le ha anzi ridotte ai più abbienti e alle corporation, provocando un drastico calo delle entrate al quale si sono aggiunte le spese per la guerra, che fanno PIL, ma che rendono molto meno in termini di ritorno economico di qualsiasi altro investimento pubblico ispirato dai seguaci di di Keynes. Spese e tagli finanziati con l’indebitamento che ora pesa su un’economia che non può basarsi sulla crescita della sua industria bellica, che ha piazzato otto corporation nella top ten delle industrie che hanno guadagnato di più dalle guerre (BAE e Finmeccanica le intruse) e che fattura oltre la metà del totale mondiale del settore, quasi tutto al generoso contribuente medio americano, che prima o poi dovrà pagare il costo delle guerre, quello dei tagli fiscali ai ricchi e anche i salvataggi delle banche.

Pubblicato in Giornalettismo.

Bonus round: l’Appello ad Obama ( pubblicato a pagamento sul Washington Post) da un gruppo di generali e ufficiali in pensione, che chiede ad Obama di non attaccare l’Iran.