Wikileaks, alive and kicking

Posted on 1 marzo 2012

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La pubblicazione delle email di Stratfor da parte di Wikileaks espone altri orrori e segnala che la strategia di contenimento dei danni che provoca sta in buona misura tenendo

Non si può non essere d’accordo con alcune osservazioni che Anshel Pfeffer ha consegnato alle colonne di Haaretz. “Nel mondo degli affari di oggi le compagnie private che offrono intelligence strategica sono semplicemente un fornitore di servizi come tanti”.

Vero, com’è sacrosanto che “Il fatto che (Stratfor) fosse pagata da Dow Chemical per monitorare gli attivisti che sostengono le vittime del disastro di Bhopal del 1984 è altrettanto perfettamente legittimo”.Altrettanto vero e rivelatore che Assange ormai goda dell’attenzione di un numero più esiguo di estimatori e di collaborazioni con la stampa corporate, anche se Pfeffer esagera nel circoscrivere la platea di Assange a un gruppo di “giornalisti radicali, spagnoli, italiani e libanesi che… diffonderanno sempre le sue accuse e non metteranno mai in questione i suoi motivi.

Pfeffer non è il primo che di fronte alla denuncia di gravi reati commessi dal potere reagisce insinuando sui biechi motivi che armano chi denuncia e minimizza le accuse, è una reazione classica abusata dal berlusconismo e ormai facilmente riconoscibile e Pfeffer ha i suoi buoni motivi, che non nasconde, per scrivere quello che scrive. Anche su Gulf News c’è un titolo che strilla: “Wikileaks si deve giustificare” e un articolo che spiega quanto sia brutto diffondere mail private.
Di sicuro ha ragione nel notare un calo d’attenzione per Wikileaks, già dimostrato dal rallentamento nella pubblicazione dei cable che poi ha portato al loro svelamento integrale. Basti pensare che l’edizione online de La Repubblica ha presentato la notizia descrivendo i cable dalle ambasciate statunitensi come: “Dispacci dove senza peli sulla lingua e in totale libertà riferiscono giudizi e pettegolezzi sui diversi leader politici, peraltro la maggior parte ottenuti dalla semplice lettura della stampa locale” e liquidato le sue conseguenze con la frase :”Il caso rischiò di incrinare le relazioni diplomatiche di Washington con molti alleati”
Straniante leggere queste righe e subito di seguito quelle pubblicate da L’Espresso, dello stesso gruppo editoriale, che collabora con Wikileaks e scrive“Quello che lascia senza parole è che, stando a quanto che emerge dalle comunicazioni email, Stratfor non sembra aver protetto le identità di molte delle sue fonti, criptandole con robusti sistemi cifrati, che rendono inaccessibili i dati delicati. Tra i file si possono trovare nomi, cognomi, giudizi sull’affidabilità delle gole profonde, sistemi per contattarle e a volte perfino le ragioni per cui forniscono le informazioni. WikiLeaks ha fatto sapere che, per decidere quali documenti rilasciare, si baserà sui giudizi dei giornali partner. L’Espresso e  La Repubblica non rilasceranno i file riguardanti le fonti. Nel database figura il nome di almeno un ambasciatore italiano”.

Che un ambasciatore italiano funzioni da fonte per un’azienda privata del genere è quantomeno imbarazzante, come lo è per il brigadiere pakistano o per i molti altri funzionari pubblici o giornalisti che si scopriranno in rapporti e relazioni economiche con la società statunitense. Non esattamente gossip come molti tendono a suggerire, perché quell’ambasciatore adesso dovrà spiegarsi e probabilmente cambiare occupazione, così com’è successo a molti degli ambasciatori statunitensi protagonisti dei cable.

In quasi tutti i paesi del mondo è un reato per un pubblico ufficiale diffondere informazioni sensibili ottenute in virtù del proprio ruolo e ancora di più venderle ed è sicuramente un reato negli Stati Uniti dove a governare la segretezza ci sono pene draconiane per chi fa la spia e vende informazioni riservate. A ruota dell’annuncio ha avuto un discreto successo di pubblico un articolo di Drezner su Foreign Policy, nel quale definisce Stratfor uno scherzo e  riduce le email a poco più di un episodio di voyeurismo aziendale, ma Drezner da tempo chiama il bluff a Stratfor, che nelle email si conferma in effetti poca cosa, a livello di qualità.

Altro e molto diverso il discorso a livello d’influenza e di aspirazioni e ancora di più sul piano della legittimità, perché l’attività di Stratfor non è “un servizio come un altro” offerto alle aziende, visto che integra profili platealmente criminali e la commissione di diversi reati nella sua operatività quotidiana, in patria come all’estero, dove una legge anticorruzione proibisce alle aziende americane di corrompere i funzionari stranieri.

Inquietante è poi che Stratfor ambisca e sia legittimata, agli occhi di Pfeffer come di molti altri, al ruolo d’agenzia di spionaggio privata operando di fatto all’ombra del governo e delle maggiori corporation senza alcuna supervisione politica, semplicemente al soldo di chi può pagare di più Inquietante è che Stratfor monitori i membri di Occupy Wall Street, che si scoprono spiati sotto ogni pelo anche dalla Homeland Secuity, dalla polizia di New York e probabilmente all’appello manca qualcuna delle decine di agenzie che occupano un milione di americani nel garantire la sicurezza interna. Non male come pressione su dei pacifici cittadini che non hanno ancora commesso un solo reato (ma che ne hanno già subiti) e che vorrebbero solo protestare. E infatti da Occupy WS hanno espresso la loro inquietudine compiutamente.

L’esternalizzazione dell’attività di spionaggio, monopolio assoluto degli stati, non è affatto una cosa normale, nemmeno per gli Stati Uniti, che pure hanno già esternalizzato una buona parte dell’attività un tempo svolata dall’esercito a società come Blackwater. Appare chiaro pee di più che Stratfor, che attira ex dipendenti dell’ipertrofico apparato di spionaggio americano come Blackwater e le compagnie simili attirano e impiegano gli ex militari, non ha alcuna legittimazione legale a intraprendere molte delle attività che già sono emerse.

Così com’è altrettanto chiaro che attività legittime come lo spiare i parenti delle vittime di Bhopal, possano irritare le autorità indiane e i parenti delle vittime che ancora attendono che l’azienda responsabile paghi i danni. Come Blackwater anche la famigerata Union Carbide non esiste più, quando il marchio è irrimediabilmente macchiato si butta. Union Carbide è stata comprata e assorbita da Dow Chemical, che invece di spendere i soldi per le bonifiche paga le fatture di Stratfor per spiare le vittime e i parenti delle vittime. Non male per un’azienda che, agli stessi manifestanti che contestano la sua sponsorizzazione delle olimpiadi di Londra, ha risposto di non avere nessuna responsabilità per l’incidente e di comportarsi correttamente con le vittime e le autorità indiane.

Dove Stratfor si rivela una barzelletta è in certe fasi della raccolta ed esposizione dei risultati ai clienti e nella filosofia aziendale, che accanto a una retorica auto-celebrante che descrive la società come capace di surclassare la CIA, dall’altra tarocca i prodotti per ben figurare con i clienti esibendo un’etica professionale bassissima e avvicinando l’attività alla truffa. Ma non è solo mitomania a scopo commerciale e l’inganno del cliente non è che uno dei molteplici aspetti che colorano l’attività di Stratfor, che forse si possono cogliere nelle loro sfumature leggendo il glossario ad uso interno, che rivela molto dell’ambiente e delle attività svolte.

Davvero imperdonabile è poi la permeabilità degli archivi di Stratfor, nessuna protezione dei nomi delle fonti, conservate in chiaro in un ambiente comunque accessibile a molti. Dopo il caso Manning le agenzie e gli specialisti del ramo hanno immaginato e adottato una serie di precauzioni per evitare disastri simili, invece quelli di Stratfor che gridavano al linciaggio di Wikileaks e che se la tiravano di poter offre la miglior “sicurezza” del mondo conservavano dati del genere in chiaro, come milioni di normali utenti conservano la propria posta personale e aziendale ignari di quanto potrebbe loro accadere. Non che l’esercito americano ci abbia fatto miglior figura, ma l’idea di affidare attività del genere a società a scopo di lucro è logicamente insostenibile, come quella di pagare una milizia privata per far finire un conflitto e con esso il proprio impiego.

Di agenzie private alle quali affidare operazioni particolari il governo degli Stati Uniti non sembra averne bisogno, ancora meno se poi queste risorse si rivelano pronte a frodare il cliente o all’occorrenza a venderselo. Non può e non è un’attività legittima quella che vede il capo (Friedman) ordinare al dipendente: “Devi prenderlo sotto il tuo controllo. Controllo significa controllo finanziario, sessuale o psicologico”, ancora meno se si sta parlando di una fonte dell’intelligence israeliana.

Questo è quello che stanno rivelando le email di Stratfor e questo è quello che è Stratfor, non ancora una CIA privata, ma un buon esempio di azienda che capitalizza l’esperienza dei suoi dipendenti nelle agenzie governative per impiegarle monetizzarle senza andare tanto per il sottile. Un’azienda così ben integrata nel sistema da lavorare per le maggiori corporation e da essere tollerata dalle agenzie governative nonostante gli evidenti problemi di legittimità nell’operare in una maniera del genere e la bassissima professionalità offerta dall’azienda.

Che non dev’essere dissimile a quella media delle agenzie governative, dove s’impara a venire incontro ai desideri del cliente, in quel caso è il governo in carica o il superiore gerarchico. Il fatto che Stratfor sia stata chiamata a insegnare ai marine come si raccoglie l’intelligence rende perfettamente la misura del problema, l’estensione degli evidenti conflitti d’interesse e il pericolo che gruppi simili s’associno a funzionari governativi per compiere reati o procurare danni agli Stati Uniti.

L’esistenza stessa di aziende come Stratfor pone problemi etici e politici enormi a chi se li voglia porre, oltre ad apparire incompatibile con una società democratica, e non è un caso che attività del genere siano tradizionalmente proibite ovunque dalle legislazioni e che solo negli ultimi anni si siano affacciate in cerca di legittimazione nei paesi anglosassoni a ruota del successo delle Compagnie Militari Private (PMC), ormai integrate in enormi gruppi nazionali con imponenti interessi negli Stati Uniti come all’estero.

L’azione di Wikileaks è quindi sensata e rilevante e minimizzarla è scorretto, per qualunque motivo. Resta l’evidenza per la quale attorno a Wikileaks e alle sue azioni continua a permanere una pressione degna di miglior causa e per lo più illegale, visto che nessuno ha accusato Wikileaks di alcun reato e che non risulta che l’organizzazione ne abbia commessi. Così come continua a destare poco scandalo il caso di Bradley Manning, che ora è stato incriminato e rischia l’ergastolo e che per molti invece è un eroe che ha denunciato dei crimini gravissimi o degli altri funzionari americani che come lui negli ultimi anni hanno scelto di non tacere di fronte alle illegalità di cui sono stati testimoni.

Non per niente l’amministrazione Obama ha incriminato un numero più alto di questi benemeriti di quanti ne avesse colpiti Bush in due mandati e non per niente si dice che Bradley Manning sia candidato al Nobel per la Pace, che sarebbe un bel modo per il comitato per il Nobel di farsi perdonare il premio concesso sulla fiducia al presidente americano, che per ora negli Stati Uniti ha introdotto un “change” esclusivamente retorico, che però sembra aver accontentato molti.

Pubblicato in Giornalettismo

Aggiornamento: anche altrove s’nterrogano a proposito del silenzio del New York Times su Wikileaks. E hanno una teoria.

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