Anche in Giornalettismo.
Negli Stati Uniti negli ultimi tempi si è sviluppato un accalorato dibattito sulla contraccezione che prende le mosse dall’iniziativa dell’amministrazione Obama d’includere obbligatoriamente la pianificazione familiare tra le coperture che le assicurazioni sanitarie offrono ai lavoratori. La ratio della norma è pacifica, poiché ogni dollaro investito nella pianificazione familiare fa risparmiare, anche alle assicurazioni, molti più dollari in seguito. Dollari spesi per il sostegno a madri spesso sole e senza reddito o a famiglie tanto numerose da non poter sopravvivere pur avendo redditi. Meno pacifico è che un discorso che ha una radice razionale riesca a far breccia tra i dogmi, veri o presunti, esibiti dai religiosi. E negli Stati Uniti quando si arriva all’aborto e alla contraccezione ci sono molti cristiani che, pur non essendo cattolici, non sfigurerebbero accanto ai peggiori crociati.
La loro battaglia è prima di tutto una battaglia di pessimo gusto, fatta di anatemi, insulti e frasi terribili verso chi sostiene l’approccio razionale, quando non scade nella cieca violenza che già ha reclamato le vite di molti medici che praticavano legalmente le interruzioni di gravidanza. Ma è anche una battaglia abbastanza ottusa, che prevede l’astensione come unica alternativa moralmente accettabile alla contraccezione. Un entusiasta sostenitore dell’astinenza era George W. Bush, con il suo ricchissimo circo di cristiani rinati, sotto le sue amministrazioni i programmi ONU per la pianificazione familiare hanno subito tagli durissimi e persino in Uganda, dove il dittatore Museveni e signora sono cristiani rinati e buoni amici dei Bush, sono riusciti a distruggere un programma che aveva drasticamente abbassato il tasso d’infezione da HIV, unico paese d’Africa. Sono bastati pochi anni di campagne mediatiche contro i preservativi bucati e a favore dell’astinenza e le infezioni sono tornate a dilagare, anche perché il bello dell’astinenza è che non prevede nemmeno l’educazione sessuale, visto che il sesso non si deve fare.
Negli Stati Uniti non è andata meglio, le giovani che hanno fatto promessa d’astinenza si sono ritrovate gravide in percentuale appena superiore alla media di quelle che non ci avevano pensato proprio. E pensare che c’era un’organizzazione finanziata con milioni di dollari che girava la provincia americana con uno spettacolo musicale “per giovani”, nel quale si cantava tutti insieme “Please, don’t give it awayyyy…” (testuale) per poi tornare a casa con l’anello (una decina di dollari alla cassa) con sopra incisa la promessa d’astinenza. In Italia, dove si sente solo l’influenza vaticana, non è che vada molto meglio, contro l’aborto e le donne che vogliono abortire si combatte una guerra sporca fatta di colpi bassi come la promozione dell’obiezione di coscienza tra i medici o altre nefandezze, come l’istituzione del servizio “per le donne” che abortiscono, che offre loro il funerale del feto . Negli Stati Uniti come in Italia si assiste per di più a un fenomeno evidente quanto poco stigmatizzato e analizzato, per il quale quando si parla dei temi che riguardano la riproduzione, di solito si escludono le donne, che in quanto intitolate alla riproduzione forse dovrebbero essere quelle ad avere maggiore voce in capitolo, se non uguale. Ma accade esattamente il contrario, al punto che le donne sono del tutto espulse dal dibattito pubblico e la pasionaria della destra agli ultimi referendum sulla procreazione assistita era nientemeno che Giuliano Ferrara.
Negli ultimi giorni negli Stati Uniti ha fatto scalpore la dichiarazione di uno dei maggiori finanziatori di Rick Santorum, candidato alle primarie repubblicane in risalita e pare molto gradito a Roma, che ha detto in un’intervista che ai suoi tempi le ragazze usavano come contraccettivo un’aspirina, da tenere tra le gambe, che così restavano chiuse. Una battuta che non fa ridere e che probabilmente in un altro momento non avrebbe neppure fatto scalpore, ma ora che il dibattito si è fatto infuocato, e dopo che il “caso Komen” ha ridato fiducia al fronte progressista e alle donne che s’impegnano sul tema, è scoppiato un discreto putiferio.
L’autore dell’infelice battuta si è dovuto scusare e Santorum ha dovuto prenderne le distanze a mezza bocca. Il problema di fondo che si trovano ad affrontare le donne impegnate in questa battaglia è l’assoluta mancanza di rappresentanza nel dibattito pubblico. Gran parte delle figure politiche femminili di successo in campo repubblicano sono ipocrite parodie d’ayatollah dalle vite invece alquanto peccaminose, come Sarah Palin o Michelle Bachman, che sfondano a destra tra i tea party e la destra religiosa. Ma a chiudere il cerchio contribuiscono anche i media e lo stesso Congresso.
Un’interessante ricerca di Media Mattersnegli ultimi giorni ha mostrato come sui maggiori canali impegnati nel dibattito non siano apparse che poche donne. Di più, su 301 ospiti nei vari dibattiti in cinque giorni, uno solo era un esperto di sanità, gli altri erano tutti politici o leader religiosi.

Una potente distorsione della rappresentanza, evidentemente capace d’influenzare il risultato, che si ripete anche in ambiti istituzionali, nonostante negli Stati Uniti le questioni sulla parità sembrino prese più sul serio che dalle nostre parti. Ha fatto scalpore ad esempio un’audizione sul tema della contraccezione al senato, nella quale nonostante le insistenze di alcuni democratici non è stata sentita neppure una donna, con il pretesto che il dibattito non riguardava le donne in particolare, ma la religione e l’etica, anzi la libertà religiosa minacciata dalla proposta del governo d’offrire anche alle donne che lavorano per enti
religiosi la copertura assicurativa della pianificazione familiare. Non sono cose da donne, ma alti principi d’interesse generale, per questo a relazionarne sono stati chiamati solo uomini, per lo più sacerdoti.
Il fatto che i contraccettivi siano anche una terapia ormonale che estende i suoi benefici ben al di là dell’effetto sulle nascite, nonché un presidio statisticamente efficace contro certi tumori, non sembra preoccupare gli uomini che intervengono nel dibattito, che mostrano la stessa indifferenza mostrata in Africa per l’ovvio dilagare delle infezioni a trasmissione sessuale dopo la guerra al profilattico.
Anche qui s’assiste a un dibattito sulla salute pubblica al quale non partecipano quelle che consumano i farmaci o i rimedi di cui si dibatte e nemmeno quelli che li prescrivono e usano. Si dibatte di politica sanitaria spostando il discorso sul piano della libertà religiosa che non c’entra nulla, ma è un espediente che paga. Come anche da noi dimostra il riuscito boicottaggio italiano dell’aborto, attraverso il cavallo di troia della “libertà” d’obiezione di coscienza. Un dibattito poi riservato a politici e sacerdoti che discutono sulla pelle delle donne, spesso avendo in mente esclusivamente una personale agenda da fanatici o da carrieristi. Esempi del genere se ne possono reperire moltissimi e il dilagare dei sacerdoti sui nostri schermi è la spia di un’influenza sul dibattito pubblico che va ben oltre la rappresentanza dei cattolici praticanti e obbedienti a Santa Romana Chiesa nel nostro paese o la presa dei diversamente cristiani negli States.
Non di soli preti vive questa esclusione delle donne, ma anche di società sempre più cinicamente machiste nelle quali la presenza delle grandi questioni di genere è vissuta con il fastidio che compete alle seccature. Un fenomeno che insiste sulle donne in maniera ancora più clamorosa e plateale di altre censure simili, che colpiscono molte altre categorie o comunità, nessuna delle quali arriva però a contare la metà del genere umano.

facciamo rete
20 febbraio 2012
facciamo rete?
http://laretedellereti.blogspot.com/2012/02/appello-alle-blogger-risposta-marina.html