L’infanzia difficile del Sud Sudan

Pubblicato il 10 febbraio 2012

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Anche in Giornalettismo.

Il governo del Sud Sudan deve far fronte a problemi enormi e non sembra esattamente attrezzato per l’occasione. Oltre ai problemi con il Sudan si trova infatti al confronto con violenze interne molto estese e con la dimostrata incapacità di spendere le entrate fin qui riscosse per la vendita del petrolio in maniera visibilmente utile per i cittadini, che dal momento nel quale il nuovo stato ha potuto godere dell’autogoverno non hanno notano notato tangibili segni di progresso. A rendere più difficili le cose sono comparsi una serie di incidenti provocati da razzie di bestiame, che poi sono sfociati in veri e propri conflitti tra regioni ed etnie, solo nello stato del Warrap ci sono state oltre settanta vittime, ma soprattutto sessantamila persone dell’etnia Luac Jang sono dovute fuggire dalle loro case e ora si trovano nella triste condizione di rifugiati interni in uno dei paesi più poveri del mondo.

L’aiuto delle organizzazioni umanitarie che operano nella neonata repubblica non può far molto, un membro della UNMISS (United Nations Mission in South Sudan) è rimasto ferito mentre assisteva a un incontro di pacificazione nella contea di Mayendit, nello stato di Unity, quando quattro pick up carichi di armati sono giunti sul luogo della riunione e hanno aperto il fuoco sui presenti, uccidendo trentasette persone e ferendone a decine. Incidenti che si aggiungono alla carneficina registrata negli ultimi due mesi nello Jonglei, che ha provocato la fuga di altri 140.000 sud-sudanesi dalle loro case a causa degli scontri tra le comunità dei Nuer e quelle dei Murle. Le armi che erano servite per difendersi dai nordisti ora servono per imporre la propria volontà o regolare i conti i vicini e fratelli sud-sudanesi, mentre ogni sforzo e appello del governo alla consegna delle armi dopo l’indipendenza è caduto nel vuoto, forse anche comprensibilmente, visto che il governo centrale non è in grado di garantire l’ordine e la sicurezza e che quelli regionali hanno a disposizione pochi uomini e poche armi per controllare regioni vastissime.

In un quadro tanto fosco il governo ha giocato la carta del nazionalismo, sospendendo l’invio di petrolio attraverso l’oleodotto sudanese, perché Kharthum pretenderebbe troppo. Secondo le ricostruzioni i nordisti vorrebbero 32$ a barile, quando la media internazionale è circa di un quarto, e il Sud Sudan per star sul sicuro offre al massimo 1$ a barile. La mossa sembra essere piaciuta ai cittadini sud-sudanesi, che hanno dato vita a manifestazioni contro il Nord, ma è difficile valutare quanto questo vistoso consenso sia rappresentativo. Di sicuro c’è che costruire un oleodotto attraverso il Kenya a Sud sarebbe poco conveniente, ma intanto il governo ha annunciato un memorandum d’intesa con Nairobi e commissionato a una sussidiaria della Toyota uno studio di fattibilità.

Dopo le prime critiche e a distanza di pochissimi giorni, ecco spuntare un analogo memorandum con L’Etiopia, per un oleodotto finalmente più corto di quello nordista con lo sbocco sul mare a Gibuti o forse in Eritrea, ma la condizione di stato-paria della terribile dittatura di Afewerki. Fonti vicine al governo danno per ottenuto il consenso dell’etiope Zenawi, mentre non è ancora noto che ne pensino a Gibuti. Probabilmente è alla costruzione di questo oleodotto che sono finalizzati i colloqui con un’azienda texana per la sua costruzione. Secondo alcuni analisti Juba non può permettersi i due anni di fermo delle esportazioni necessari (al minimo) alla costruzione del nuovo oleodotto e ai necessari adeguamenti delle strutture portuali al suo sbocco in mare. E ancora meno può permettersi d’investire le sue magre risorse nella costruzione di un oleodotto che (se andrà bene) potrà portare il costo di trasporto a somme uguali a quelle trattabili con i sudanesi.

C’è quindi una discreta probabilità che tutto questo attivismo e fiorire di notizie siano destinati al consumo interno e ad aumentare il potere negoziale nei confronti di Khartum, perché la moltiplicazione degli oleodotti non porterà reali vantaggi a Juba, anche se danneggerà sicuramente gli ex fratelli nordisti. Anche perché la produzione dei pozzi sud sudanesi sta già declinando e gli oleodotti potrebbero trovarsi presto senza petrolio da trasportare, almeno fino a che non entreranno in azione le compagnie che detengono licenze di sfruttamento senza esercitarle. Come nel caso di Total, che ne ha una buona parte e che si chiamò fuori quando fu chiaro che i sud-sudanesi giocavano sporco insieme ai britannici e agli americani.

Un esempio seguito da altri titolari di concessioni che non volevano essere accusati di finanziare la guerra secessionista del Sud, condotta anche e soprattutto con metodi “terroristici”, stante l’assoluta inferiorità militare. Problemi enormi, che il governo di Salva Kir affronta alla giornata continuando a coltivare l’ostilità verso il Nord, suo unico vero capitale politico in assenza dei soldi del petrolio, che comunque finora non si sono visti. Molti avventurosi imprenditori sono arrivati nel novello stato da ogni parte del mondo e quasi tutti hanno concluso che per ora non c’è molto da fare, non ci sono investimenti, non ci sono infrastrutture e non c’è un mercato per la maggior parte dei prodotti di maggior consumo stante la diffusione della povertà e una popolazione che vive ancora in gran numero della pastorizia e di un’agricoltura di sussistenza.

P.s. Non bastasse, il governo è anche impegnato nella ricerca di una nuova la capitale, perché pare che a Juba nessuno voglia vendere le aree necessarie alla costruzione degli edifici governativi.

Aggiornamento: Il leader sudafricano Mbeki ha annunciato che Sud e Nord hanno firmato un fresco trattato di non aggressione con il quale s’impegna a rispettare la sovranità dell’altro. Nei prossimi giorni si parlerà di petrolio e pare proprio che sui due paesi ci siano robuste pressioni internazionali per una veloce risoluzione di ogni disputa.

Aggiornamento

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Posted in: Africa, Sudan