Chi paga l’embargo petrolifero all’Iran

Posted on 8 febbraio 2012

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Anche in Giornalettismo.


La prima conseguenza dell’adesione dell’Europa all’embargo al petrolio iraniano, stabilito per convincere l’Iran a rinunciare al suo programma atomico, è che la repubblica islamica dovrà trovare in fretta nuovi acquirenti per quasi un quinto delle sue esportazioni petrolifere. Non così in fretta però da subire o provocare scossoni sui mercati internazionali, perché la decisione è stata lungamente annunciata e non entrerà pienamente in vigore fino a luglio, termine ultimo per l’esecuzione dei contratti ancora in corso.


Nonostante le rassicurazioni dell’Arabia Saudita, che ha promesso di coprire ogni buco nelle forniture dei paesi che aderiscono all’embargo, i prezzi del petrolio sono schizzati alle stelle, con l’evidente risultato di rafforzare economicamente i produttori e quindi anche lo stesso Iran. Che probabilmente non avrà troppe difficoltà a vendere il suo petrolio in Asia, visto che Cina e India sono già i suoi maggiori clienti e che si disputano il petrolio all’ultima goccia sui mercati mondiali, in una gara alla supremazia manifatturiera che parte fin dal reperimento delle risorse energetiche e delle materie prime, senza le quali le fabbriche si fermano o non possono espandersi. Aumento anche per i prezzi del gas, complice anche il freddo, di cui l’Iran detiene le seconde riserve conosciute al mondo , anche se non ne produce ed esporta in proporzione. Un parte, quella necessaria al consumo delle sue province del Nord la importa addirittura dal Turkmenistan, che è più vicino a quelle province dei giacimenti nell’Iran meridionale, ma che proprio in questi giorni ha dimezzato le forniture. Come nel caso di quelle russe verso l’Europa, la causa è l’ondata eccezionale di freddo che spinge in alto i consumi dei paesi produttori, che quindi penalizzano l’export per rispondere alla domanda interna.


A portare in Europa il peso dell’embargo, racconta un articolo di The Guardian, saranno in particolare Spagna e Italia, che con il petrolio iraniano coprono il 13% del loro fabbisogno e specularmente il 13% (6 e 7% per uno) dell’export iraniano, che in tutta in Europa vende il 18% del suo petrolio. La Cina ne acquista il 22%, il Giappone il 14% e l’India il 13% e gli Stati Uniti sperano di convincere almeno Tokyo a seguire l’Europa, anche se dopo Fukushima le possibilità di un passo del genere sono nettamente calate. In Europa si è posto anche il problema della Grecia, che con l’Iran aveva contratti a prezzi di favore e che non è esattamente nella situazione adatta per rinunciare al petrolio che ha già comprato a buon prezzo. Qualcosa dev’essere stato promesso al governo greco, ma gli annunci ufficiali dicono solo che a maggio si farà il punto sull’impatto della decisione sui conti di Atene. Ad aggiungere ulteriore tensione sui prezzi, continua a circolare la minaccia iraniana di chiudere lo stretto di Hormuz, pronunciata in un’unica occasione e poi smentita dalle fonti più autorevoli, vive ormai di vita propria e non c’è articolo sull’Iran che non manchi di ricordarla, insieme al fatto che attraverso lo stretto passa il 20% della produzione mondiale di petrolio. La minaccia è irreale e irrealizzabile, ma intanto serve moltissimo a inflazionare il prezzo degli idrocarburi con grande soddisfazione dei paesi produttori e delle grandi aziende che ne controllano la distribuzione.


Il meccanismo che trasforma ogni risposta di Teheran alle continue rivelazioni su bombardamenti dei suoi stabilimenti nucleari e persino all’assassinio sistematico dei suoi scienziati in una minaccia all’Occidente e Israele, funziona alla perfezione e alimenta con questo genere di paure un mercato costantemente sull’orlo di una crisi di nervi. 

Una tensione che conviene a tutti, visto che favorisce la tenuta del regime iraniano e al contempo rafforza il governo israeliano e quello americano, facendo felici i sauditi e gli altri monarchi del Golfo e una lunga serie di paesi e corporation che non mancano d’esercitare la loro influenza sui rispettivi paesi e spesso anche nei paesi degli altri. Si tratta in definitiva di un’emancipazione soft dell’Europa dal petrolio persiano che era annunciata e in corso da tempo, appena cinque anni fa la quota dell’import europeo era quasi doppia, che accompagna una tendenza nota per la quale con le produzioni si spostano verso l’Asia anche i consumi energetici. Cina e India si litigano il petrolio mentre l’Europa ne consuma sempre di meno, perché ai consumi industriali in calo s’aggiunge l’aumento della produzione di energie rinnovabili che ormai coprono quote sempre più grandi del mercato dell’energia europeo.


E non poteva essere diversamente, l’UE non ha mai mostrato grande entusiasmo per l’embargo all’Iran e sembra chiaro che ci sia arrivati solo ora perché ora risulta economicamente praticabile e senza sacrifici per alcuno degli stati membri, diversamente non si sarebbe coagulato il consenso che ha vidimato la decisione. Che un provvedimento del genere possa servire a convincere Teheran è improbabile, anche se l’Iran è travolto dalla crisi economica ed è in grosse difficoltà, la decisione offre al regime l’occasione di attribuire alle conseguenze delle manovre occidentali qualsiasi problema.

Tanto più che agli occhi degli iraniani sono evidenti i crimini contro il loro paese, come l’assassinio degli scienziati, e non è affatto chiaro perché il loro paese non possa avere l’energia atomica e persino il deterrente nucleare, già nelle mani di quasi tutti i paesi confinanti o che minacciano Teheran perché non vogliono si doti dell’atomica. Niente di diverso dall’eterno gioco delle parti tra regimi e grandi interessi economici, utile a dirottare guadagni in poche tasche selezionate a danno di tante tasche che si ritroveranno vuote dopo aver rifornito la macchina, a Roma come a Teheran, dove la benzina costa molto di più perché il governo da poco più in un anno ha tolto le sovvenzioni che ne rendevano il prezzo ridicolmente basso. Questo genere di crisi, anche quando si risolvono senza conseguenze, finiscono sempre e comunque per essere pagate dai consumatori.

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