Foxconn? Tutta colpa dei clienti Apple

Pubblicato il 26 gennaio 2012

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Anche in Giornalettismo.

Oggi si parla molto di una inchiesta del New York Times sui costi sociali incorporati nei prodotti Apple. Un’inchiesta tanto monumentale che probabilmente molti non la leggeranno fino in fondo, mancando così l’occasione di trarne e condividerne le conclusioni.

Sulle condizioni di lavoro in Foxconn, il maggiore fornitore di Apple, l’inchiesta del New York Times non dice molto di nuovo, ci sono interviste a manager delle aziende che partecipano a questo grande affare, ma non ci sono interviste ai lavoratori o visite agli stabilimenti, trattandosi per lo più di un lavoro che incrocia numeri e dati con le dichiarazioni ottenute da ex dipendenti di altre aziende o da altre fonti.  Più vivida e utile, in questo senso, l’inchiesta del programma radio “This American Life” della WBEZ una radio americana di Chicago: “Mr Daisey and the Apple Factory”. La storia racconta il viaggio di un appassionato di tecnologie digitali che ben si può considerare portatore sano di “feticismo della merce digitale“, una patologia che confessa fin dalla presentazione del suo viaggio all’interno del mondo Foxconn.

“E tra tutte queste espressioni della tecnologia che adoro, quelle di Apple sono quelle che apprezzo di più, perché sono un cliente Apple, un partigiano Apple, un tifoso Apple. Sono un sacerdote del culto del Mac. Sono stato a casa di Jobs, ho calpestato le strade di Jobs. Mi sono inchinato davanti al suo trono. … per rendere l’idea, sono a un livello nel quale per rilassarmi dopo trasmissioni come questa, a volte torno a casa e smonto il mio Mac in tutti i suoi 43 componenti, li pulisco con l’aria compressa e rimonto tutto, mi rilassa”

Un giorno però accade qualcosa che incrina questa fede, un sito pubblica alcune foto trovate all’interno di un iPhone nuovo. Sono foto di prova scattate all’interno della fabbrica dov’è stato prodotto, che Mr Daisey scarica sul suo computer e che tornerà a guardare regolarmente. Quelle foto diventano un tarlo, che poi spinge il nostro a visitare Foxconn, il gigante che produce per almeno un terzo delle grandi aziende che vendono elettronica di consumo, oltre ad Apple ci sono Dell, Nokia, Panasonic, HP, Samsung, Sony, Lenovo e altri ancora. Dasey non trova omertà fuori da cancelli delle fabbriche di Shenzen, ma un sacco di operai che vogliono raccontare la loro esperienza. Segno che, se inchieste di questo tipo non le produce quasi nessuno, non è certo per la difficoltà di raccogliere storie e denunce. E non ci vuol molto ad andare oltre (in peggio) la realtà dei rapporti citati dal New York Times: “Nelle prime due ore a quel cancello, ho incontrato lavoratori di 14 anni, e anche i 13 e 12.

E Dasey, presentandosi come cliente, ha visto le fabbriche. Ambienti unici che riuniscono venti o trentamila persone, ambienti silenziosissimi nei quali nessuno parla e dove non si sentono rumori di macchine, perché con il costo della manodopera così basso conviene fare tutto a mano. La più grande fabbrica del mondo ha annunciato solo di recente che acquisterà alcuni robot per sostituire gli umani in alcune mansioni altamente ripetitive e pericolose per la salute. La nuova fabbrica si prende cura dei propri dipendenti, ci sono caffetterie con quattromila posti a sedere e agli operai è dato anche l’alloggio, che Dasey visita. Interi edifici con stanze di quattro metri per quattro che ospitano fino a quattordici persone in letti a castello. Bagni ovviamente in comune. E ci sono telecamere ovunque, che li osservano al lavoro e anche mentre dormono o vanno in bagno. Giovanissimi sono anche i sindacalisti auto-organizzati al di fuori del Partito Comunista, attività che può spedire dritti in prigione. Dasey li incontra e loro raccontano che per riuscire nell’intento parlano molto, fanno un’infinità d’incontri e di discussioni con altri operai, il tutto nella massima riservatezza. Scioperi e rivolte d’altronde sono all’ordine del giorno, anche se non dentro gli stabilimenti Foxconn, dove i lavoratori avevano invece cominciato ad esprimere il loro disagio suicidandosi in gran numero. Poi l’azienda ha fatto mettere reti anti-suicidi ovunque e ora se qualche operaio vuole suicidarsi deve andare altrove, dove la sua morte non chiamerà in causa l’azienda.

A Dasey mostrano anche una lista nera, la lista di quanti si sono lamentati e che ora non lavorano più, niente articolo 18 per i lavoratori cinesi, se ti lamenti e crei problemi sei licenziato, non manca la gente in cerca di un lavoro pronta a prendere il tuo posto. Niente che non si sapesse già, ma il racconto di Dasey (vale la pena ascoltarlo in audio), adepto del culto Apple che apre gli occhi di fronte alla realtà, dice molto di più dei freddi numeri raccolti dal New York Times, che peraltro verso si riscatta alla grande nell’indagine dei rapporti tra Apple e fornitori e sub-fornitori. “La Apple non si è mai preoccupata di altro che di aumentare la qualità dei prodotti e diminuire i costi” dice Li Mingqi ex-manager di Foxconn al NYT ed è proprio questo il nocciolo dell’inchiesta del grande quotidiano nei riguardi dell’azienda di Cupertino. “Abbiamo saputo per oltre quattro anni di numerosi abusi in alcune fabbriche, ma continuano ancora oggi” aggiunge un ex manager della Apple. E che dipenda da Apple è opinione comune: “I fornitori cambierebbero tutto domani se Apple non lasciasse loro altra scelta”. “Pensate che se metà degli iPhone funzionasse male, Apple lascerebbe correre per quattro anni?

Apple in effetti controlla i fornitori, rileva le violazioni più macroscopiche e poi li invita a porvi rimedio. Li invita a e basta, pare, così la maggior parte di loro continua come prima. Perché trovare nuovi fornitori richiede tempo e denaro e poi come, dichiarò il grande Steve Jobs a una conferenza sul tema: “.. è una fabbrica, ma hanno ristoranti e cinema e ospedali e piscine, voglio dire, per essere una fabbrica è una fabbrica molto bella.” Tanto bella che oltre la metà dei lavoratori alle dipendenze dei fornitori Apple passano il limite delle 60 ore settimanali di lavoro di slancio, che per molti gli stipendi sono tagliati da multe o sanzioni e che ad altri ancora gli straordinari non sono pagati. Gli stessi controlli di Apple hanno rilevato centinaia di violazioni, ma solo una quindicina di fornitori minori sono stati cassati. Agli investimenti per la sicurezza dei lavoratori, Apple preferisce la spesa in pubbliche relazioni. A sentire Dionne Harrison di Impactt, un’azienda pagata da Apple per contrastare l’impiego di lavoro minorile tra i fornitori: “Apple è leader nel prevenire il lavoro minorile”, come chiedere all’oste se ha il vino buono.

Altri dati e testimonianze invece dicono che Apple è leader nel contenimento dei costi ed è particolarmente aggressiva nel lasciare margine bassissimi ai fornitori (i sub-fornitori è come se non esistessero). Margini che potrebbero crescere senza per questo intaccare i favolosi bilanci dell’azienda, visto che un iPhone esce dalle fabbriche cinesi a costi incomparabilmente più bassi di quelli pagati dai clienti finali. Ed è proprio agire su Apple, secondo l’inchiesta del NYT, l’unica strada per imporre ai suoi fornitori il rispetto di standard più umani, come insegna l’esperienza maturata con altre multinazionali in condizioni simili.

L’ottica del NYT è ovviamente quella liberista, la fiducia nel “mercato” è salda, tanto che l’inchiesta non ci mette molto a concludere che se Apple si comporta in questo modo è perché chi compra i suoi prodotti se ne frega delle condizioni dei lavoratori che li producono. Dicono in molti, e molte fonti interne alla Apple sono concordi, che: “ Puoi produrre in fabbriche confortevoli e “amiche” dei lavoratori o puoi reinventare i tuoi prodotti ogni anno, e renderli migliori, più veloci e meno costosi (per l’azienda), cosa che richiede fabbriche che sembrano dure per gli standard americani. E oggi i clienti sono più interessati a un nuovo iPhone che alle condizioni di lavoro in Cina”.

Il problema è quindi quello per il quale Apple sacrifica le condizioni di lavoro in nome del profitto, comprime i margini per i fornitori, che a loro volta tagliano sulla sicurezza e sulle condizioni di lavoro. L’ultima fabbrica devastata dall’esplosione di un mix di polveri d’alluminio e sostanze chimiche poteva evitare l’incidente con un impianto d’aerazione, un rimedio all’inquinamento da polveri noto da cent’anni, ma nel quale nessuno aveva ritenuto d’investire un dollaro. Apple tuttavia ha detto di aver convocato i migliori esperti del settore per investigare l’incidente e mentre gli esperti indagavano in un’altra fabbrica satura di polveri d’alluminio si è verificata un’altra esplosione che ha ferito 59 lavoratori. Come termine di paragone il NYT cita in particolare l’approccio di Hewlett-Packard, che mette bocca anche nella pianificazione delle condizioni di lavoro e che riconosce margini maggiori per retribuire gli investimenti in questa direzione.

Sembra quindi di capire che secondo il NYT, stanti le attuali condizioni che regolano i rapporti tra stati e stante che Apple ha il massimo interesse a comportarsi come si comporta, fino a quando in Cina non cambierà qualcosa in termini di leggi e di sistema l’unica speranza per i lavoratori che producono per Apple è rappresentata dai clienti Apple, gli unici che possono costringere Cupertino a “fare la cosa giusta” e a curare le condizioni dei lavoratori come curano il prodotto.

Tempi duri per i lavoratori cinesi, non c’è nessuna associazione che riunisca i clienti Apple e si faccia strumento di pressione in questa direzione, non ci sono petizioni in rete firmate da milioni di clienti Apple, ma c’è invece un vero e proprio fenomeno di culto che circonda i prodotti Apple, vivo e palpitante. Un fenomeno che trasforma persone qualsiasi in veri e propri tifosi del marchio della mela, che come tutti i tifosi non vogliono sentir critiche all’amato bene, innalzato a feticcio tribale, a segno identitario.

Proprio a questi invece, come è accaduto a Dasey, toccherebbe aprire gli occhi e riconsiderare laicamente il proprio rapporto con Apple, in particolare riflettendo sulle responsabilità che il funzionamento del “libero mercato” trasferisce sul loro stile di consumo. Se un tempo la responsabilità morale e materiale dello sfruttamento dei lavoratori era attribuita alle leggi o agli imprenditori e ai committenti, oggi quando e se i lavoratori della Apple sono trattati come bestie e pagati un’elemosina è per colpa dei clienti Apple, che non si ribellano e non impongono all’azienda di evitare il ricorso alla manodopera minorile e agli altri orrori registrati ormai in gran numero e da numerose fonti.

C’è un che di capzioso in questa conclusione, che libera chi ha il potere decisionale di qualsiasi responsabilità e finisce per dipingere consapevolissimi dirigenti a capo di enormi corporation come agenti neutri di meccanismi animati dai consumatori, peraltro in genere ignari dell’esistenza stessa di questioni del genere.

Non se ne può ignorare la pericolosità e il potenziale eversivo, ma è pur vero che un’ampia adesione a una protesta dei clienti Apple costituirebbe sicuramente un’efficace pressione su Cupertino, molto più efficace di qualsiasi editoriale moraleggiante, almeno fino a che il sistema si reggerà sui presupposti. Riflessioni che dovrebbero interessare allo stesso modo anche tutta la vasta comunità digitale e chi si occupa di comunicazione, compresi quegli entusiasti che appena poche ora fa declamavano gli utili di Apple neanche fossero i propri, come se la propria squadra avesse vinto un trofeo o come quelli che fremevano per le anticipazioni sull’iPhone 5.

Certo, passare dall’idolatria al consumo consapevole e a battersi per i diritti di perfetti sconosciuti non è cosa da poco. E poi il consumo consapevole e informato è faticoso e non aiuta nemmeno la leggendaria segretezza di Apple. E poi l’ignaro cliente di Apple si potrebbe anche offendere e ricordare che identiche responsabilità sono ascrivibili ai clienti di altre aziende, obiezione corretta, ma che nulla toglie alle pesanti responsabilità che il sistema liberista scarica idealmente sul consumatore di quei prodotti. Responsabilità con le quali bisogna fare i conti, perché ad alimentare questo sistema è indubbiamente il grande consenso che raccoglie, un consenso che ciascuno è libero di esprimere o rifiutare, così come ciascuno è libero di acquistare prodotti che incorporano costi sociali tanto elevati, alimentando le peggiori espressioni del sistema e legittimando i peggiori oltraggi ai diritti umani e civili di milioni di lavoratori.

Aggiornamento: Debole la risposta di Tim Cook per Apple, riassumibile in “non è vero che facciamo finta di niente”.

Aggiornamento: Il lavoro di Mike Daisey di è rivelato una finzione teatrale, il che sposta poco visto che è stato comunque fondato su casi e dati reali che nessuno ha potuto smentire nemmeno in seguito

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