Anche in Giornalettismo.
A sessant’anni dai primi esperimenti nucleari militari, gli Stati Uniti decisero la costruzione di un sito nazionale per il trattamento dei scorie nucleari e materiali contaminati producendo le decine di migliaia di testate che gli USA schierarono durante la Guerra Fredda. Da allora sono passati dieci anni e sono stati spesi dodici miliardi di dollari, senza alcun risultato, almeno a giudicare da quello che emerge da un’inchiesta di USA Today che vale la pena di ripercorrere.
Nel sito di Hanford la compagnia americana Bechtel doveva costruire un impianto di trattamento dei rifiuti nucleari e un deposito per il loro stoccaggio. Il contratto prevedeva un affidamento fondato su un progetto di massima, da aggiustare in corsa. Si tratta di un tipo di contratto innovativo e meraviglioso per le imprese contraenti, lo stesso tipo di contratto concesso per esempio a Lockheed per la progettazione e costruzione degli F-35. Meno piacevoli gli effetti per il governo e i cittadini americani, che in progetti del genere vedono deliri che moltiplicano i costi e dilatano i tempi all’infinito.
La logica dell’aggiustamento in corsa apre la strada a due possibilità pessime. La prima è che il governo affidi a un’azienda un compito impossibile, ricevendo quindi nulla in cambio e la seconda è che in mancanza di tempi e obbligazioni certe, le aziende contraenti abbiano tutto l’interesse a tirarla in lungo e a gonfiare i costi, gli aumenti dei quali sono affidati a “revisioni” periodiche che spesso si risolvono in formalità.
Nel caso del sito di Hanford la Bechtel si è presa carico volentieri dell’impresa, anche perché il guadagno per i privati è sempre garantito comunque vada, che ricade appunto nella categoria dell’impossibile.
Nessuno al mondo ha mai ancora costruito un deposito definitivo per scorie nucleari. Gli stessi Stati Uniti hanno fermato il progetto di un sito definitivo per le scorie prodotte dall’industria civile, dopo aver investito anni e miliardi di dollari in un progetto per bucare le Yucca Mountains, perché ancora nessuno è stato in grado di immaginare e costruire qualcosa del genere.
Ad Hanford sono partiti per fare quel che si può allo stato dell’arte, quindi hanno previsto uno stabilimento nel quale le scorie saranno vetrificate e due tipi di contenitori isolanti in acciaio per le due categorie nelle quali saranno divise le scorie. Niente di risolutivo, perché poi bisogna trovare un luogo dove mettere i contenitori e poterceli lasciare per secoli.
Il volume delle scorie da trattare ha una base simile a un campo fa football americano ed è altro come la Statua della Libertà, dice USA Today, ma il problema fondamentale è che buona parte di quelle scorie è pericolosissima, perché c’è abbondanza di plutonio e di ogni genere dei più pericolosi elementi radioattivi, capaci di uccidere anche in dosi infinitesimali o dopo l’esposizione alle loro radiazioni per poche ore. Anche perché Hanford non è stata scelta a caso, nell’area hanno operato nove reattori nucleari e nelle sue viscere sono conservati rifiuti nucleari stoccati in container fin dagli anni ’40.
Tutta roba da trattare con la massima cura, che è comunque concentrata ad Hanford in attesa che gli esperti concludano il progetto. Che nel suo primo rinvio è già arrivato a spostare la data d’inizio attività al 2019, una scadenza che USA Today dichiara già impossibile da rispettare.
Nel frattempo questi materiali sono tenuti in un deposito sotterraneo dentro container che si sono già deteriorati, accendendo l’allarme per un possibile disastro ecologico o per una strage tra quanti vivono nelle vicinanze dell’impianto o della falda acquifera che potrebbe inquinare. Tanto più che secondo le stime delle agenzie americane una sessantina di contenitori ha già perso il contenuto e un milione di galloni (3.79 litri) di liquidi radioattivi sono già finiti nel suolo.
“Abbiamo un problema con il design”, come dicono gli esperti coinvolti nel progetto a USA Today, significa che ancora non ci sono soluzioni all’orizzonte per le molte “sfide” da superare per costruire quanto richiesto dal governo. Problemi che potrebbero condurre a un’esplosione d’idrogeno o a una reazione nucleare incontrollata, secondo gli stessi esperti, che spiegano come sia necessario rivedere completamente l’approccio, a cominciare dalla pratica della progettazione in corso d’opera, e come sarà comunque difficile concludere un’impresa mai riuscita prima. A costi comunque ancora ignoti e imprevedibili.
Alla lunga la situazione ha attirato l’attenzione del Dipartimento dell’Energia, che da Bechtel vuole che il materiale sia comunque custodito a regola d’arte e anche quella del Congresso, che di questi tempi ha un occhio di riguardo per le spese da decine di miliardi di dollari.
Il grande impianto di trattamento dovrebbe ingoiare i fluidi radioattivi e, senza mai lasciarli riposare ed evitando che alcune sostanze si mescolino ad altre, farli fluire in una serie di tubi e di filtri che li separino e conducano ciascuno al trattamento appropriato.
Un sistema che nessuno può ancora assicurare che funzioni, anche perché il materiale da trattare è estremamente eterogeneo e presente in forme nemmeno previste dagli esperti, come nel caso di particelle di plutonio molto più grandi di quello che avrebbero dovuto essere. Tutto l’impianto deve poi reggere per i quarant’anni di vita prevista, che sono anche pochi se si considera che a pieno ritmo e senza interruzioni o rallentamenti, ci dovrebbe mettere trent’anni per completare l’opera, mentre nella pratica già si sa che non riuscirà a trattare la metà delle scorie a bassa pericolosità previste. E devono reggere anche i contenitori, che nessuno ovviamente ha ancora potuto testare e deve reggere anche il deposito nei quali saranno collocati.
Reggere ed essere mantenuto e vigilato nei secoli a venire, un costo che nessuno ha avuto il cuore di prevedere a bilancio e nemmeno a voce.
Le riflessioni degli intervistati abbracciano anche il caso di fallimento del progetto ed è interessante notare come, dovendo indicare da dove di dovrebbe ricominciare, uno degli esperti dica senza dubbio che bisognerebbe ripartire dal vecchio sito e buttare il progetto in corso, incapace persino di offrire progressi rispetto al vecchio deposito in malora.
Anche questa inchiesta sul sito di Hanford non fa che ribadire e confermare quanto è di pubblico dominio sulle scorie nucleari e cioè che nessuno è ancora riuscito a costruire e nemmeno a immaginare un modo per custodirle in sicurezza. E ovviamente nessuno è ancora riuscito a calcolare quanto costa questa custodia, qualora diventi possibile.
Una questione che dovrebbe tagliare le gambe al nucleare, ovunque adottato in base a preventivi di spesa che non contemplano i costi per la gestione delle scorie e il decomissioning delle centrali dismesse per anzianità. Altra impresa finora mai portata a termine da nessuno.
Un’omissione necessaria quanto criminale, perché affermare che il nucleare conviene economicamente senza includere nel conto questi costi, equivale senza dubbio a una truffa.

Margaret Lucova
20 gennaio 2012
Interessante, impressionante! spaventoso! Prova finale del disumano “progresso” dell’uomo… e dei suoi prevedibili limiti. Viene da chiedersi, nell’era in cui siamo in grado di camminare sulla luna, come sia possibile costruire centrali nucleari -o anche soltanto esserne a favore- prima ancora di avere un progetto concreto e sicuro per lo smaltimento delle scorie! Viene da chiedersi se si può davvero chiamare progresso…
icittadiniprimaditutto
20 gennaio 2012
Reblogged this on i cittadini prima di tutto.
raccontivari
20 gennaio 2012
Ecco, immaginiamo di avere una centrale nucleare in Italia.
Il problema delle scorie da noi non ci sarebbe: verrebbero buttate in mare.