Anche in Giornalettismo
Come prevedibile e previsto, il tentativo delle industrie americane d’introdurre una legislazione contro la pirateria del tutto assurda, si è rivelato un boomerang.
Non si sa come decine dei più qualificati avvocati americani pagati dalle corporation che hanno il loro core business nel commercio e produzione di audio e video, abbiano potuto pensare che una proposta del genere potesse passare, ma la loro fonte d’ispirazione si rintraccia facilmente nel caso Wikileaks.
Con lo scoppiare dello scandalo dei cable le autorità americane non si limitarono ad arrestare e a detenere il soldato Manning, ma cercarono di colpire in ogni modo Wikileaks, che disgraziatamente non ricadeva in nessun modo sotto loro giurisdizione e che in ogni caso non poteva essere accusata di alcun reato, visto che non è stata complice di un’attività di spionaggio, ma solo attrice di attività giornalistica.
Oltre alle curiose accuse di stupro contro il suo animatore Assange, presentate a scoppio ritardato da una svedese un tempo consenziente, Wikileaks dovette affrontare i danni procurati dall’opera di “moral suasion” del governo americano presso alcuni operatori della rete. Che immediatamente smisero di concedere i loro servizi a Wikileaks, che dalla sera alla mattina si trovò tagliati i canali di finanziamento da PayPal, privata di server da Amazon e altri inconvenienti ancora.
Il confronto tra Wikileaks e il governo americano è molto particolare, per fortuna, ed è davvero singolare che possa essere diventato fonte d’ispirazione per chi ha scritto la proposta di normativa, secondo la quale la semplice richiesta dei titolari dei diritti d’autore, obbligherebbe tutti i fornitori di servizi di rete ad agire e penalizzare gli utenti o le utenze indicate come colpevoli.
Facile immaginare come i fornitori di servizi di rete, da chi ci mette la banda ai Google, Facebook, PayPal e compagnia bella, abbiano fatto un salto sulla sedia all’idea di essere obbligati a fare i poliziotti a comando dei signori del copyright, per di più accollandosi le spese di questa macchina repressiva.
Ma un salto ancora più alto hanno fatto i giuristi, che si sono trovati di fronte a questa fenomenale creatura per la quale si demanderebbe a dei soggetti privati il potere di giudicare, sanzionare, obbligare e danneggiare liberamente altri soggetti privati. I titolari di copyright diventerebbero giudici e carnefici di ogni persona o azienda che pubblica materiale in rete, dotati dell’immenso potere di esigere che si stacchi la spina o che si chiudano i conti online a quanti accusano della violazione del diritto.
Una bestialità auto-evidente, tanto che l’avanzare del SOPA (che non certo è l’unica normativa liberticida che aleggia attorno alla rete negli USA) al Congresso ha provocato la progressiva mobilitazione della rete e il fiorire di un ricco dibattito, come non se ne vedevano da tempo.
Così, mentre Anonymous torna a sollevare l’attenzione sul processo a Pirate Bay e “l’uomo dell’anno” continua a moltiplicarsi attraverso la rete di nazione in nazione, sollevando proteste anche nei paesi più sonnolenti, è tornato d’attualità il dibattito sulla rete e sulle minacce alla sua libertà.
Minacce reali, perché già negli Stati Uniti la sparizione della net-neutrality dalla legislazione per le reti mobili ha aperto la strada a un futuro fosco, ancora di più visto il prevedibile sviluppo di queste reti a discapito di quelle fisse. Legislazione supportata da Google, ad esempio, che oggi al contrario si dice pronta allo sciopero contro il SOPA, confermandosi più sensibile agli interessi che alle questioni di principio.
Un dibattito che nel nostro paese è stato sorvolato di slancio, visto che gli operatori delle reti mobili e i fornitori di servizi sulle reti mobili in particolare hanno mostrato totale disprezzo di questo principio fondante della rete e fanno ciascuno come gli pare. Se dai vostri telefonini non riuscite ad accedere alle stesse pagine che vedete con il computer, potete ringraziare il mancato rispetto della net-neutrality da parte degli operatori delle reti mobili.
E questo è quello che succede nei paesi “liberi” e “democratici”, dove si esalta Internet come un prodotto dell’Occidente libertario e come strumento liberatore, dove si criticano i regimi repressivi perché contro la rete procedono come suggerisce il SOPA.
Altre minacce incombono, in un applaudito discorso Cory Doctorow ha messo in guardia dal dilagare di prodotti informatici che offrono e limitano l’accesso a mondi e reti accessibili solo da o a particolari hardware e software proprietari e non è mancato Vint Cerf, che ha lanciato il sasso nello stagno sostenendo a piè fermo che l’accesso a Internet non può essere considerato tra i diritti umani.
Considerazione sacrosanta quella di Cerf, che corre sul filo della definizione della poliedrica natura di Internet, che è allo stesso tempo infrastruttura tecnologica e depositaria dei sogni d’emancipazione dei libertari che a ogni latitudine confidano nelle magnifiche sorti progressive della tecnica. Considerazione che ha animato dibattiti che non si leggevano da tempo e così passando dal SOPA al ricordo di Napster, in pochi giorni è fluito su tutti i canali un dibattito sullo stato dell’arte della rete come non se ne vedevano da tempo.
Dibattito salutare e quanto mai opportuno, perché oltre l’ottimismo e la fede nella tecnica esistono fondati motivi economici e politici perché la rete sia bersagliata da ogni genere di profittatore o di autorità molesta, così come esiste un’esagerata fiducia nelle sue miracolose capacità salvifiche, che è bene ricondurre a realtà.

Pubblicato il 13 gennaio 2012
0