Anche in Giornalettismo.
L’ingresso del saudita al Waleed nel capitale di Twitter ha fatto fare un salto sulla sedia a molti in diverse parti del mondo. Pur preceduto da una fama di liberale, rappresenta indubbiamente un regime feudale che investe le sue ricchezze nell’economia globale con tutto quel che significa in termini d’influenza reale e globale in settori strategici come la finanza e le comunicazioni.
Non si può valutare l’investimento saudita in Twitter come una minaccia immediata e diretta al network e alla sua operatività per come si è andata affermando, ma è chiaro che molti investimenti di al Waleed nel settore delle comunicazioni hanno avuto ritorni eccedenti la retribuzione economica dell’investimento. La sua partecipazione all’impero di Murdoch ha sicuramente evitato che il più globale dei network conservatori puntasse il dito verso l’Arabia Saudita e la sua dinastia e i rari casi nei quali è successo sono diventati ottimi deterrenti a non riprovarci.
Una partecipazione, quella nella Newscorp di Murdoch, peraltro intonata alla stretta vicinanza saudita all’elite neo-conservatrice americana e alle ingenti compartecipazioni in molte delle più importanti concentrazioni economiche americane e Occidentali in generale.
Lo ha capito persino il fantasioso e ultra-conservatore Glenn Beck, che a un certo punto della sua carriera su FOX trascorsa a tracciare su una lavagna i complotti “socialisti” che assediano l’America e supportano Obama, ha avuto la bella idea d’indicare al Waleed come amico e finanziatore dei terroristi islamici. Accusa forse più plausibile di tanti altri deliri di Beck, ma che gli ha portato male, non lo solo gli sberleffi di chi gli ha fatto notare che era il maggior azionista a sostegno dell’azienda per la quale lavorava. E per la quale ora non lavora più.
Quali che siano le intenzioni di al Waleed, anche se si trattasse di una mossa semplicemente interessata al guadagno o all’auto-promozione, la notizia ripropone con forza l’eterna questione del controllo dei media applicata a un’infrastruttura relativamente nuova, ma già considerata “strategica” nella battaglia comunicativa.
Considerazione guadagnata sul campo, eccedendo il ciclo vitale tipico dei grandi protagonisti della fresca storia dei social network e imponendosi come il più importante e influente canale di comunicazione globale orizzontale o quasi-orizzontale per forza propria e non solo in virtù dell’amore dei giornalisti pigri per i fenomeni “social”, com’è stato in passato per MySpace o Second Life.
Come in Facebook e più che in Facebook da Twitter esce un potente flusso di cronaca grezza e poco mediata. Un flusso che si può seguire mentre le cose succedono, ma che è molto difficile da sistematizzare e archiviare, come dimostra anche lo spettacolare e pur riuscitissimo Year in a Hastag e che offre il suo meglio quando il suo fluire plasma e influenza la formazione delle notizie come saranno presentate dai media e il dibattito pubblico nella sua parte più disposta alla riflessione e più informata dei fatti,
Non è solo per una ciclica moda giornalistica che Twitter fa notizia, ma anche perché oggi in parte dell’enorme flusso dei suoi messaggi viaggia un’informazione alternativa a quella mainstream, capace di condizionare pesantemente l’industria dell’informazione e con essa la politica.
Un flusso prodotto da un numero d’attori molto minore di quello che frequenta complessivamente il social network, per lo più dedicato appunto all’entertainment, che riescono a divenire influenti in virtù della propria opera e delle proprie qualità più che per la forza della propria affiliazione o status, il caso di Marina Petrillo e di altre e altri che hanno animato Twitter nel nostro paese, dimostrano che il canale funziona ed ha una sua influenza anche se non c’è una rivoluzione in corso e anche se l’autrice o l’autore non ha i milioni di follower di Justin Bieber o più modestamente di @sarofiorello.
Accade nel nostro paese come accade nei paesi arabi, ovunque ci sia una rete internet sufficientemente aperta i cinguettii ritmano il tempo delle rivolte e degli scandali, aprono e chiudono discussioni, portano la voce degli informanti nativi direttamente, senza mediazioni o filtri.
E accade grazie a Twitter, ma anche e soprattutto attraverso la diffusione di pratiche che ormai si sono estese a tutto il mondo per imitazione delle prime pratiche libertarie in rete. Nel mondo esistono ormai milioni di persone che trovano naturale pensare a come utilizzare l’infrastruttura telematica per auto-comunicare e che lo fanno in qualsiasi maniera, attraverso i canali disponibili. In Cina dove internet è una trappola per gli attivisti, migliaia di rivolte sono organizzate ogni anno attraverso gli SMS.
Il peso politico di Twitter non è solo nelle qualità dell’infrastruttura, ma soprattutto nella qualità delle pratiche con le quali i nativi digitali, cresciuti all’ombra di buoni e sani esempi, trasformano hardware e software concepiti, prodotti e diffusi per l’entertainment, in potenti strumenti di comunicazione che saltano le mediazioni imposte dai poteri, che comunque influiscono e incombono sull’informazione e sul dibattito pubblico.

Al Waleed non ha bisogno di comprare azioni di Twitter per proteggere il regime del suo paese, che peraltro si protegge benissimo da solo con la più pesante censura della rete che esista, così come non ne ha bisogno il dittatore kazako che in queste ore massacra gli operai in sciopero dopo aver staccato internet e telefoni a tutto il paese. Nessuno può aver ragionevolmente interesse a comprare Facebook o Twitter o un altro social network nel momento che si rivela influente sperando di comprare quell’influenza, perché quella potente forza produttrice troverebbe altri sbocchi, altri canali di comunicazione, altri strumenti e altri luoghi virtuali nei quali perpetuare le stesse pratiche.
Lo hanno già capito quelli che lo dovevano capire ed è per questo che le censure di stato più “evolute” scelgono di occupare questi canali invece di chiuderli con nessun risultato. Succede in Cina dove un robusto contingente di personale governativo presidia internet difendendo strenuamente le posizioni del regime e diluendo il segnale della protesta. Ed è successo recentemente anche in Russia, dove i fan di Putin hanno letteralmente spammato Twitter di propaganda sovvertendo l’abituale timeline russa del network, dominata dalla critica al governo e dalla recente protesta di piazza. Lo hanno capito persino gli estremisti islamici somali, scesi in battaglia su Twitter contro il governo somalo e alleati.
Per chi coltiva timori di future censure continua ad avere senso il tener d’occhio gli assetti proprietari dei maggiori social network. Ma a questi tradizionali timori per attacchi all’infrastruttura fisica, bisogna oggi affiancare il timore di incursioni di natura diversa e sicuramente più insidiose, perché alla portata di una platea di soggetti molto più estesa di quella che si può permettere di comprare Twitter. Perché arruolare mille persone e metterle a combattere dietro a una tastiera è una sfida alla portata di molti governi, anche di quelli che non si possono permettere tecnicamente o politicamente di spegnere internet.


Cienfuegos
23 dicembre 2011
Per tutto questo rimango sempre perplesso dell’esaltazione del potere “rivoluzionario” di twitter o di internet in generale. Il gioco degli hastag e dei TT ha aspetti, mi si passi il termine, inquietanti: basta immaginarlo gestito da prezzolate truppe di un estabilishment nemmeno necessariamente troppo autoritario. Temo che da questa ubriacatura rischiamo di risvegliarci con un gran mal di testa.