Tornano le truppe dal fallimento iracheno

Pubblicato il 17 dicembre 2011

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Anche in Giornalettismo.


bush-blair-white-news-now-wmdCon il ritiro delle unità da combattimento americane dall’Iraq si chiude il primo capitolo dell’occupazione irachena da parte degli Stati Uniti e il bilancio non è lusinghiero.
Opinione comune è che la guerra in Iraq sia stata un disastro, se non il più grande disastro militare nella storia degli Stati Uniti.

Agli Stati Uniti restano un buco enorme nel bilancio (la tecno-guerra irachena è costata più di quella del Vietnam), un impegno militare appena minore nell’area, una cittadella fortificata nel cuore di Baghdad e un archivio di menzogne come raramente se n’erano viste, anche facendo la tara della propaganda scontata che accompagna ogni guerra.

Bugie presto rimosse, Fair Media Watch, un osservatorio statunitense sui media, ha notato che in questi giorni ABC, NBC e CBS non hanno mai nominato la questione delle “armi di distruzione di massa”, casus belli ufficiale poi rivelatosi inesistente come le famose armi. Solo CNN le ha ricordate e non è che con la stampa sia andata meglio, se persino il Washington Post è riuscito a ricordarla solo in una nota. All’epoca dell’invasione uno studio di Carl Conetta  catalogò 137 menzogne  diffuse dall’amministrazione e dalle agenzie americane prima dell’invasione. Bugie che spaziavano dal possesso da parte del dittatore di armi terrificanti (pronte a colpire gli Stati Uniti) fino all’accusa di accumulare i cadaveri degli iracheni morti di morte naturale per mesi, in modo da esibirli come vittime di eventuali attacchi americani.

Identico trattamento riceve la rappresentazione dei danni e delle vittime provocate dall’invasione, con i grandi media che falsificano platealmente i dati al ribasso.

Agli americani si racconta che gli Stati Uniti hanno invaso il paese per cacciare un feroce dittatore, ma anche per cacciare al Qaeda, dimenticando di dire che già dagli anni ’90, dopo la Guerra del Golfo successiva all’invasione irachena del Kuwait, , l’Iraq era un paese a sovranità limitata, sotto embargo, con un esercito che era l’ombra di quello di un tempo, privo di aviazione e mezzi corazzati, inceneriti dagli americani nel deserto insieme all’esercito iracheno del tempo. Tanto che poteva vendere il suo petrolio solo attraverso un programma dell’ONU di scambio con generi alimentari, del quale beneficiò una vasta schiera di politici corrotti in Occidente.

Inutile dire poi che di al Qaeda in Iraq non c’era traccia, Saddam i qaedisti li impiccava senza tanti complimenti. Dopo l’invasione americana invece il paese divenne palestra d’ardimento per i giovani estremisti del Golfo, che dai deserti sauditi andavano in Iraq a sparare agli americani e agli sciiti, alcuni di questi veri e proprio “guerrieri del weekend”,un fenomeno che non è sfuggito agli osservatori più attenti, anche perché piuttosto massiccio.

L’invasione peraltro fu gestita al peggio, i centomila effettivi impiegati bastavano ad avere facilmente ragione della resistenza baathista, ma si rivelarono presto del tutto insufficienti a controllare il paese, i suoi confini e le tensioni che presto emersero. Nonostante l’impiego di un numero di contractors almeno equivalente (tra questi solo una minoranza di unità combattenti) il numero rimase abbondantemente al di sotto del minimo considerato necessario dagli esperti, ai quali la storia ha dato ragione.

A complicare le cose ci fu poi la decisione di disintegrare lo stato iracheno, allontanando fin da subito i baahtisti dalle cariche pubbliche, una decisione sciagurata che privò l’Iraq delle istituzioni, a cominciare dall’esercito e dalla polizia, spingendo il paese verso il caos.

Il governo fu affidato al giovane proconsole Bremer, gli americani sbarcarono con pallet di dollari in contanti, presto spariti in una contabilità opaca, e per un po’ gli iracheni stettero a guardare che succedeva. I portatori di democrazia però della democrazia hanno un’idea tutta loro, così Bremer cominciò a chiudere i giornali sgraditi e alle proteste di piazza rispose con la violenza, in particolare nelle zone sunnite, sospettate di essere al contempo la culla dell’elite laica che ha oppresso da sempre gli sciiti iracheni e culla del qaedismo.

Uno dei momenti più rilevanti delle prime fasi dell’occupazione fu l’uccisione del rappresentante ONU De Mello, a seguito della quale l’ONU si ritirò dal paese. Il ruolo dell’ONU nella vicenda è triste. Incapace di frenare Bush, pronta a concedere agli americani una patente di legalità a cose fatte, illegalmente, poi veloce a ritirarsi dal paese al primo attentato per mano ignota.

L’Iraq rimase così esclusivamente nelle mani degli americani, legittimati dalla presenza dei molti paesi che riuscirono ad arruolare tra i “volenterosi” facendo pressioni più o meno robuste. Così francesi e tedeschi rifiutarono, si astennero i turchi e i giapponesi aderirono con poco entusiasmo, ritagliandosi una missione su misura in una provincia tranquilla. Dove distribuirono un sacco di soldi e costruirono nel nulla un’avveniristica base fortificata a grande distanza da qualsiasi centro abitato, nella quale hanno tenuto per tutto il tempo i loro effettivi.

Si trattava per lo più di far presenza, ma qualcuno spinse per apparire, come nel caso della nostra povera italietta, che pagherà un pesante tributo di sangue per la vanagloria di Berlusconi e gli interessi dell’ENI.

Il passaggio a un “governo iracheno” non andò tanto meglio, da Allawi che sparava personalmente alla testa dei ribelli per motivare le truppe a Chalabi che arraffava tutto l’arraffabile, il governo del paese rimase a lungo nelle mani americane, mentre la violenza aumentava in progressione geometrica.

The burned, mutilated corpses of two Blackwater contractors hang from a bridge outside Fallujah while Iraqi civilians celebrate.Lo scontento si materializzò in maniera eclatante a Falluja, quando gli abitanti del luogo uccisero e appesero ad un ponte quattro mercenari della famigerata Blackwater. Ne seguì una rappresaglia terribile contro la città, che alla fine rimarrà distrutta dall’uso di un potenziale bellico mostruoso e persino di armi proibite come le bombe al fosforo bianco. Ancora oggi tra gli avanzi dei proiettili all’uranio impoverito e il resto a Falluja nascono molti più bambini deformi e gli abitanti muoiono di malattie mai viste prima in gran numero, e Falluja è ricordata nel mondo come una città martire.

Poi seguì un’ondata di terrore che colpì tutta la classe dirigente irachena. Chiunque avesse studiato o esercitasse una professione diventò bersaglio di misteriosi agguati, una mattanza che alimentò ancora di più il flusso dei profughi in fuga, che alla fine saranno quattro milioni, due all’interno del paese e due nei paesi mediorientali, quasi tutti in Siria. Che li accolse nonostante fossero molti di più di quelli che quest’anno si sono presentati a Lampedusa in fuga da Libia e Tunisia scatenando l’isteria nel nostro paese.

Non aiutò lo scandalo di Abu Ghraib, si sapeva delle detenzioni arbitrarie e delle torture, ma le foto scattate dai disgraziati addetti americani al carcere divennero l’icona del fallimento di un’operazione che da allora perse qualsiasi legittimità morale e che i è trascinata inutilmente fino ad oggi, così come ancora si trascina la questione di Guantanamo.

Lo scoppio del caso coincise anche con la fine del fenomeno delle decapitazioni filmate da parte di misteriose formazioni islamiche. Utili solo a convincere le opinioni pubbliche occidentali, la pratica fu abbandonata bruscamente e i decapitati in tutta arancione svanirono dall’orizzonte dei media per lasciare il posto ai loro colleghi ugualmente arancioni di Guantanamo.

Il nuovo modello di guerra Occidentale si è rivelato praticabile, ma inefficace alla prova di un’invasione su larga scala. Ha fallito in Afghanistan e anche in Iraq, fondamentalmente per l’incapacità di gestire l’occupazione proteggendo al tempo stesso gli interessi occidentali con l’esercizio del potere assoluto sugli occupati, ai quali si promette invece democrazia.

Ed è per questo che si guarda oltre e si sperimentano nuovi modelli di guerra, come nel caso delle guerre dei droni introdotte in Somalia, Yemen e Pakistan, questa volta non ufficialmente, senza autorizzazione dell’ONU, a volte su richiesta dei governi locali, a volte no, ma senza mai dichiarare guerra. Un modello che rispetta ancora di più il primo comandamento della guerra moderna “niente morti dei nostri”, perché le perdite tra “i nostri” minano i morale in patria e rompono l’illusione di una guerra televisiva che si svolge lontano e nella quale muoiono solo i cattivi.

Per questo a lungo fu anche proibito di fotografare le bare dei caduti, per questo si fa grande ricorso ai mercenari e per questo ora si privilegiano i droni, che non hanno parenti a casa e non possono essere uccisi, imprigionati o torturati seminando l’angoscia e il dubbio sul fronte interno.

La guerra in Iraq è stata un affare per molti americani vicini all’amministrazione, gli altri hanno pagato il salatissimo conto e oggi rimane loro solo la sensazione di essere stati ingannati e che siano stati commessi errori e crimini epocali, che è meglio per gli Stati Uniti se resteranno impuniti. Ma il conto più grosso lo hanno pagato ovviamente gli iracheni, che per ora si ritrovano con un paese distrutto, la capitale divisa da un labirinto di muri di cemento e dominata da una mega-fortezza americana nel suo centro.

Il primo maggio del 2003 George W. Bush pronunciò il discorso più falso della sua carriera, la sceneggiata nella quale dal ponte di una portaerei dichiarò che l’Iraq era una “missione compiuta”. Più di otto anni dopo la missione termina le sue operazioni di combattimento sul suolo iracheno, ma non terminano del tutto l’occupazione e l’ingerenza, la missione in realtà continua, come in Afghanistan e altrove, la tragica War on Terror sarà ancora lunga.

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