La Parmalat iraniana

Pubblicato il 5 dicembre 2011

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Si è chiusa con 48 arresti la prima parte dell’indagine su uno scandalo finanziario che ha scosso il governo e l’opinione pubblica iraniana e che ha visto sparire nel nulla oltre due miliardi e mezzo di dollari.

Ora che la dinamica è stata chiarita, si è scoperto che la truffa che ha visto coinvolte due delle maggiori banche del paese consisteva nel creare false garanzie e titoli fasulli per favorire l’emergere di un industriale dell’acciaio, Amir-Mansour Aria, interessato a fare incetta di aziende pubbliche senza disporre dei necessari finanziamenti. Industriale che è riuscito a costruirsi una rete di connivenze e corruzione tale da assicurarsi qualsiasi favore illecito da parte del personale di quattro tra le principali banche del paese. Tra le quali Melli e Saderat, già oggetto dell’embargo statunitense in quanto strumenti del governo “terrorista”.

Il CEO di Melli (banca pubblica e la più grande) è apparso fin da subito il più coinvolto e consapevole, tanto che ha lasciato il paese, insieme a un altro coinvolto, e ora si è rifugiato in Canada. Da dove non pare proprio abbia intenzione di rientrare nonostante le poco velate minacce che si sono levate da Teheran e nonostante l’agitazione di qualche deputato canadese con la fissa dell’iraniano terrorista. C’è da capirlo, a Teheran si parla di pena di morte per il gruppo di ladroni.

Il buco nei conti è rilevante per l’Iran, che economicamente non scoppia di salute e lo scandalo è stato un brutto colpo per il regime, visto che nel giro di corruzione si è scoperto ci fossero anche deputati e parenti di membri dell’entourage del presidente Ahmadinejad, che come capo del governo ha sicuramente la responsabilità di non aver visto quello che si consumava sotto i suoi occhi e tra le fila dei suoi sostenitori. Il seguito delle indagini e soprattutto il processo promettono grandi momenti d’imbarazzo per il presidente e per molti parlamentari ed esponenti del governo

 

 

 

 

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