L’intoccabile Arabia Saudita

Posted on 27 novembre 2011

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Cosa succede a un giornalista se nella sede del National Press Club a Washington, di cui è membro, rivolge una domanda impertinente a un dignitario saudita?

Succede che il club lo accusa di aver tenuto un comportamento sopra le righe e lo sospende e quando questi presenta ricorso, per prima cosa gli chiede di esibire le sue credenziali giornalistiche al comitato etico. Perché secondo il direttore esecutivo del club William McCarren “Preferisco che le domande più sensibili siano poste dai giornalisti e non dai non-giornalisti“.

Secondo McCarren, che in conferenza stampa ha immediatamente avvicinato Sam Husseini (questo il nome dell’impertinente) chiedendogli di uscire a discutere della domanda appena posta, questi sarebbe apparso con il proposito di creare disturbo, danneggiando i giornalisti che hanno un editore e che cercano di essere obbiettivi.

McCarren è abbastanza ridicolo nel tentativo d’arrampicarsi sugli specchi, Sam Husseini non trarrà la maggior parte del suo reddito da un giornale, ma nessuno può negare che il suo lavoro sia quello di un giornalista e nessuno può negare che in mancanza di Husseini, nessuno dei giornalisti che negli Stati Uniti cercano di essere obbiettivi ha mai posto domande del genere a un saudita.

Quale sia stato il comportamento tenuto da  Husseini, che lavora per lo Institute for Public Accuracy e che è associato al club come “Communicator” e non come “Journalist”, si può facilmente valutare dal video relativo all’incidente dal quale è facile concludere che a infastidire la direzione del Club, come il dignitario saudita, siano stata la domanda e la breve introduzione a collegarla al fatto che la monarchia saudita, anche in quella sede, da qualche tempo contesta pubblicamente la legittimità del governo siriano.

L’interesse dei sauditi alla legittimità del governo siriano è bassa strumentalizzazione politica, perché in mancanza di un governo legittimo in Siria diventerebbero legittime le ingerenze che gli stessi sauditi stanno esercitando nel paese. Come peraltro in quasi tutti i paesi arabi, dove ovunque sauditi e americani si sono schierati compatti per cercare di approfittare dei rivolgimenti in atto o per limitarne i danni, quando hanno colpito regimi amici o i sovrani degli emirati.

Non pare quindi fuori dal mondo la domanda di Husseini, perfettamente legittima anche nelle sue premesse, e perfettamente congrua con la sede, il club della stampa di un paese nel quale la libertà di stampa è sacra, nel quale giornalisti liberi stavano intervistando il reime di un paese nel quale liberamente non si può stampare nemmeno un menù:

Si è parlato molto della legittimità del regime siriano e io vorrei sapere quale legittimità abbia il vostro regime. Lei viene qui di fronte a noi, rappresentante di uno dei più autocratici e misogeni regimdella terra. Huma Rights Watch e altri riferiscono di torture, arresti di attivisti, avete schiacciato la sollevazione democratica in Bahrein, avete cercato di soffocare l’impeto democratico in Egitto e indubbiamente continuate ad opprimere il vostro popolo. Di quale legittimazione dispone il vostro regime, a parte i miliardi di dollari e le armi?

Ovviamente Turki bin Faisal al-Saud (Nella foto con G.W. Bush), che è uomo esperto e che è stato per anni ambasciatore negli Stati Uniti, oltre che capo dei servizi sauditi per dal 1977 al 2001, pur prendendola male e dissimulando a fatica, è riuscito a far finta di rispondere parlando d’altro. Come dei grandi progressi per la condizione femminile nel suo paese, riassumibili nella concessione del diritto di voto ed eleggibilità (tra cinque anni) alle donne,  per l’elezione di assemblee che non contano e decidono nulla.

Turki bin Faisal al-Saud è perfettamente cosciente del problema, tanto che in una lettera alla famiglia reale ha avvertito i parenti che la tenuta del governo non è più tanto sicura e suggerito a tutti la fuga, in caso gli eventi volgessero al peggio.

Fatelo oggi , meglio di domani, fino a che il dnaro che abbiamo è abbastanza per vivere ovunque nel mondo, dalla Svizzera al Canada all’Australia, non dovremo ritornare fino a che non saremo sicuri , dobbiamo prendere le nostre famiglie e portarle via.”

Il suo timore principale è quello di un golpe militare, è cosciente del fatto che la monarchia goda di poco o nessun favore popolare e che un paese governato secondo i canoni dell’estremismo wahabita sia ormai insopportabile i sauditi, che pur soffocati dalla censura hanno modo di viaggiare, accedere ai media stranieri e a internet e studiare all’estero. Da qui il timore che l’esercito, rafforzato con iniezioni di uomini e mezzi per mantenere il controllo ell’opposizione qaedista e ora impegnato nella repressione tout-court, possa trovare una sponda negli alleati, fornitori e addestratori occidentali e presentarsi la popolo come liberatore, magari brandendo le teste dei reali.

Non lo hanno preso troppo sul serio o hanno deciso di giocare il tutto per tutto, visto che la repressione non demorde e che in galera ci si finisce per nulla, anche per un breve  video postato su YouTube che documenta l’esistenza della povertà nel regno, un sacrilegio. Solo due giorni fa sono morte di repressione altre quattro persone , due uccise mentre manifestavano pacificamente e altre due al loro funerale, sotto i colpi delle forze di sicurezza.

Ma evidentemente non si può dire e dirlo procura fastidi anche nella culla della libertà di stampa.

Aggiornamento: La sospensione di Husseini è stata giustamente revocata. Fair Media Watch si chiede chi, tra Husseini e la star del giornalismo David Ignatius, sia in realtà da considerarsi un giornalista.  Ignatius ha da poco ha vergato sulle pagine dell’edizione domenicale del Washington Post una cosa imbarazzante, che in teoria sarebbe un’intervista a un altro importante principe saudita. Se si pensa che è andato fino in Arabia Saudita per fornire ai suoi lettori informazioni di questo genere e un tale approfondimento di prima mano sulle rivoluzioni arabe, si capisce subito che c’è qualcosa di sbagliato nel suo “giornalismo”, non certo in quello del povero Husseini.

Ignatius però non lo cacciano da nessun posto, ci sono invece molti che fanno a gara per concedergli questo impegnativo genere d’interviste. Un po’ come accade anche da noi, il giornalismo dell’accesso ha stravinto da anni.

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Posted in: Arabia Saudita, Media