Perché Feltri e Berlusconi vincono facile
Il premier più pazzo del mondo continua ad esibirsi senza cadere. Ha tempo, perché le trattative e i riposizionamenti parlamentari richiedono tempo e perché non esiste una sola alternativa credibile al suo governo fallimentare. Oggi nessuno vuole tornare alle urne e anche se il governo di Papi è disgrazia ben oltre le follie del premier, non è praticabile nessuna soluzione rapida.
Il dato più evidente che ci consegna questa crisi è quello di un paese che non possiede anticorpi politici e civili per uscire da una situazione del genere. Un problema culturale che coinvolge un’opposizione frantumata e a tratti ridicola, ma soprattutto l’intera classe dirigente, che è quella che ha reso questo paese il più corrotto dell’Unione Europea e lo mantiene lontano dai vertici delle classifiche che d’abitudine misurano libertà, democrazia e sviluppo.
Il dibattito pubblico è inquinato da una tale partigianeria che risulta difficile anche l’approssimazione di qualche verità e punto fermo. Un caos per il quale Berlusconi è sicuramente responsabile, ma anche una cortina d’incertezza gradita a chi non rispetta le regole, l’irresponsabilità del premier diventa abito gradito a tanti che come lui hanno problemi con le leggi o con la reputazione.
Per rendersi conto della gravità del fenomeno può essere utile l’analisi del caso Boffo. Alle porte di settembre e della ripresa dell’attività politica, Berlusconi si avviava ad affrontare l’autunno bollente mentre l’infosfera globale celebrava e indagava la raffica di scandali a sfondo sessuale che da Noemi in poi lo avevano mantenuto per mesi sulle prime pagine.
A fine agosto l’immagine del nostro è quella di un puttaniere industriale che frequenta anche minorenni, che affida il suo rifornimento di prostitute a un “imprenditore” denunciato per corruzione, favoreggiamento della prostituzione e spaccio di cocaina. Uno che premia le favorite con denari e posti pubblici, tanto che da tempo è sulla bocca di tutti la fortuna politica di alcune parlamentari e ministre dalle qualità politiche insondabili. Uno scandalo che lo ha reso impresentabile all’estero, sfuggito come la peste e festeggiato solo da autocrati e dittatori, la goccia in un vaso già colmo di figure barbine e buffonate poco apprezzate.
Accuse certificate dalla viva voce di Noemi, Patrizia e Veronica e da numerosi riscontri. Un particolare importante: se anche il nostro e i suoi portavoce hanno cercato di negare, nessuno ha mai accusato le signore di mentire e nemmeno c’è traccia di risentimento verso il fornitore dell’utilizzatore finale, quel Tarantini che secondo alcune favole avrebbe approfittato della fiducia del Presidente, ma che nessuno ha aggredito come accade di solito a chi si rivela nemico del padrone. Meno che mai è stata aggredita Noemi, che non è stata neppure sfiorata dal greve machismo dei giornali di destra.
Attaccato su tutti i fronti Berlusconi ha deciso di giocarsi il tutto per tutto a brutto muso. Ha riorganizzato i suoi media e risposto colpo su colpo agli attacchi trasversalmente, in perfetto stile mafioso. Uno stile che ha una sua riconosciuta efficacia e ha il pregio d’attirare l’attenzione lontano dalle storie di minorenni e dai manifesti elettorali con le candidate-prostitute.
I mastini del Presidente sono stati lanciati su suoi avversari, li hanno coperti di fango, calunnie e insulti a cercare di distrarre l’attenzione. Boffo, poi Repubblica e via a passo di carica con Marrazzo. La strategia è evidente e lo stile mafioso è riconoscibilissimo, il messaggio è chiaro. Chi attacca il Presidente muore, chi attacca la sua moralità sarà sputtanato a qualunque costo e a qualunque prezzo.
È quello che è accaduto a Boffo, il direttore del giornale della Conferenza Episcopale Italiana. È stato accusato falsamente di aver subito una condanna penale provocata dalla sua intemperanza omosessuale. Una totale invenzione, strillata a tutta pagina e seguita da uno tsunami d’insulti all’indirizzo di Boffo e della chiesa, giorni e giorni di discussioni sui giornali, sulle televisioni, su internet, il linciaggio pubblico “dell’ipocrita” che scaglia la sua pietra pur carico di peccati. Boffo costretto a dimettersi per far cessare gli attacchi e il diluvio di articoli e trasmissioni televisive che riproponevano incessantemente la storia. Dimissioni subito festeggiate come la prova provata della colpa. Dopo di che la chiesa, che ad agosto conteneva a malapena lo sdegno dei fedeli e dei sacerdoti meno diplomatici, ha perso ogni interesse ad affermazioni sgradite al governo.
Non lo hanno voluto alla festa della Perdonanza a L’Aquila e non gli hanno concesso l’apparizione accanto a Ratzinger e alla fine ha vinto lui, anche se l’ingente prezzo del silenzio ecclesiale sarà ingente e a carico delle casse pubbliche.
Poi, dopo tre mesi; uno dei quali si dice trascorso in trattative tra Feltri e misteriose controparti; su Il Giornale appare una sussurrata rettifica nella quale Feltri, fingendo di rispondere a una lettrice, ammette che non era vero niente, che Boffo è una persona onorata, che non è mai stato condannato per intemperanze omosessuali e che non è nemmeno omosessuale, ma uomo dall’onore intatto.
Feltri dice però che lo scandalo è colpa di Boffo, che non si è discolpato abbastanza velocemente, e anche dei media che hanno montato un gran casino partendo dalla sua modesta prima pagina e dal sobrio titolo dedicato al caso: “Boffo, il supercensore condannato per molestie”. Ribadita nei giorni a seguire con altri titoli come “Feltri: Ecco le carte”, la parola -omosessuale- ripetuta in tutti i titoli e in tutti i servizi per giorni, l’astio e gli insulti ai “Moralisti smascherati”.
Pretesti infantili, Feltri non ha nemmeno chiesto scusa, ha solo offerto pretesti a giustificare quello che fin dall’inizio molti avevano definito un pestaggio squadrista, anche perché Feltri non ha picchiato l’innocente Boffo da solo fior di timorati di Dio si sono uniti al sabba, non solo quelli capaci di bestemmiare mentre difendono i “valori” incarnati dal crocifisso.
Un casino del quale nessuno è stato poi disposto ad assumersi la responsabilità e nemmeno a scusarsi con la vittima, nemmeno ora che Feltri ha ammesso che le accuse erano false e che erano falsi anche i riferimenti all’omosessualità di Boffo. A rendere evidente il guadagno secco di un’operazione del genere, c’è che la clamorosa smentita di Feltri da parte di Feltri non ha avuto nemmeno una briciola dell’attenzione guadagnata dal falso “scandalo”, eppure le conseguenze gravissime che ha avuto per il protagonista e l’assoluta spregiudicatezza di Feltri e delle truppe berlusconiane, la rendono l’operazione di calunnia del decennio. Se si tratta di un atteggiamento plausibilmente disonesto per i media che fanno riferimento all’area di governo, non così è nel caso della variegata opposizione, che in teoria ne avrebbe potuto e dovuto fare un cavallo di battaglia, rendendo almeno a Feltri quel che è di Feltri.
Alle calunnie di Feltri avevano però abboccato in parecchi, anche tra i non sospettabili di simpatie berlusconiane:
“Siccome abbiamo battezzato il nostro nuovo giornale Il Fatto Quotidiano, non possiamo certo ignorare il Fatto emerso dal cosiddetto “scontro fra Feltri e il Vaticano”. E cioè che il direttore di Avvenire, che s’è fieramente opposto ai diritti per le coppie omosessuali, ha patteggiato a Terni una pena pecuniaria di 516 euro per aver molestato la compagna di un tizio che, secondo quel che risulta dagli atti giudiziari, aveva con lui una relazione omosessuale; e, per ottenere il ritiro della querela, ha pure risarcito con una forte somma la vittima delle molestie”. Questo è Marco Travaglio in “Ricattatori, ricattati e ricattabili”, dove definisce “un fatto” quelle che invece erano calunnie, pur riconoscendo (nel seguito dell’articolo) la natura di patacca al fogliaccio esibito da Feltri a supporto. Uscita deludente e incongruente con la pretesa di rappresentare un tipo d’informazione diversa da quella corrente. Lo stesso quotidiano quando ha registrato la resa di Feltri, ha dimenticato di averne sposato le accuse a Boffo.
Se non si è scusato Feltri, come pensare che si possano scusare quelli che gli erano andati dietro o che addirittura possano attaccare il calunniatore? Se gli standard di Feltri non appartengono solo a lui e alla propaganda filo-governativa, ma sono condivisi anche dai suoi critici più feroci, possiamo dire di avere un problema grosso, che non si risolve cacciando l’armata di Berlusconi, perché l’unica alternativa praticabile è rappresentata da un’armata Brancaleone, probabilmente di qualità migliore, ma ancora troppo scarsa, comunque al di sotto delle necessità e degli standard che è giusto pretendere in un paese che si vuole tra i più avanzati.
Il caso Boffo è solo il più clamoroso, perché Feltri e compagnia si sono occupati con lo stesso zelo anche del direttore di Repubblica, del suo editore, di Fini, dei giudici con e senza i calzini azzurri e di un’altra discreta lista di personaggi, denunce alternate agli annunci d’imminenti accuse per droga e mafia a carico di Berlusconi, oltre a un tentativo di ucciderlo, un vero e proprio fuoco di sbarramento. Il vittimismo si accompagna tradizionalmente allo squadrismo e il brutto è che il metodo funziona e che il sistema ha dimostrato di non avere gli anticorpi e le risorse morli per respingere questo squallore. Un metodo che è solo l’estremizzazione del menu che ci è ormai riservato da anni, senza che nessuna forza sociale o politica sembri avere la forza o la volontà di evaderne. L’uomo che vuole vietare le intercettazioni si serve da anni di veline, spioni e spionaggi per reggersi in sella e adesso tutti sanno che userà quelle informazioni, perché non ha più niente da perdere. Il suo controllo su gran parte dei media rende queste operazioni sempre vincenti, anche quando tornano come boomerang al destinatario.
Gli articoli contro Boffo su Il Giornale hanno avuto la prima pagina e centinaia di commenti. L’ammissione di colpa di Feltri è scivolata invece quasi inosservata, un solo articolo tirato via, un titolo anonimo senza alcun richiamo esplicito al caso Boffo ( “Abbiamo avuto modo di vedere”) fingendo di rispondere a una lettrice. Nove commenti (pre-moderati) sul sito de Il Giornale, contro centinaia per ciascuno dei molti articoli dedicati ad infangare Boffo. La stessa scarsa rilevanza si è registrata altrove, nessuno ha chiesto punizioni medioevali per Feltri, nessuno ha concesso la stessa evidenza che aveva dedicato al finto scandalo a risarcire Boffo, nessuna trasmissione televisiva è stata dedicata all’epilogo del “caso Boffo” e ne ha parlato solo una frazione insignificante di quanti avevano dato pubblicità alla patacca di Feltri. Nemmeno la chiesa ha gridato forte il ritrovato onore di Boffo, segno che ha trovato una soddisfazione alternativa e un accordo dietro le quinte che comprende un salvacondotto per Feltri. Che ne esce rafforzato e con lui la sua capacità intimidatoria, perché se può coprire di accuse false ed infamanti il direttore del quotidiano della CEI senza subire conseguenze, è come dire che ha licenza di spalar letame su chiunque.
Ne consegue che gran parte degli italiani è ancora convinta che Boffo si sia comportato come è stato raccontato alla fine di agosto e che quella è la “verità” per gran parte dell’opinione pubblica, soprattutto di quella più timorata e anziana che s’informa principalmente attraverso la televisione, quella che crede davvero che il premier ha operato miracoli in Abruzzo e in Campania e che è inseguito dai giudici comunisti. Inutile illudersi, la maggior parte degli italiani trae la sua visione del mondo dalla televisione e dai giornali e costituisce un blocco sociale solido, raccolto attorno alle balle prodotte in quantità industriale dalla macchina del premier.
Opinione pubblica che già ha concluso che “così fan tutti” e che “almeno Berlusconi va con le donne” (il vero obiettivo di Feltri, l’unico modo di disinnescare Noemi e Patrizie senza affrontare direttamente la questione) e si è messa via gli scandali a sfondo sessuale del premier, soprattutto l’opinione pubblica di destra, quella che nell’omosessualità vede ancora una devianza. Poco importa che Boffo, Marrazzo e gli altri calunniati non abbiano mai regalato alle loro conoscenze carnali posti in parlamento o nelle istituzioni, un dettaglio che si è perso nel caos.
Così se li è messi via anche l’opposizione, evidentemente intimidita dalle manganellate che non hanno risparmiato neppure la famiglia Agnelli. L’incapacità, ma più probabilmente la mancata volontà, degli aggrediti di rivalersi su Feltri, dimostra l’esistenza di un freno occulto a reazioni altrimenti naturali, dove l’occulto non può che tradursi nell’inconfessabile e probabilmente nell’illecito. In un paese tanto corrotto i corrotti sono inevitabilmente ovunque e se la qualità della classe dirigente è pessima, dev’essere tale anche all’opposizione che in effetti non si segnala per acume o coerenza.
La dimostrazione dell’abilità e dell’efficacia di operazioni del genere è confermata anche nell’attualissimo “caso Spatuzza”, che ha visto Il Giornale pompare una testimonianza incapace di essere significativa perché relativa a circostanze riferite, che come tali non hanno rilevanza probante. Anche in questo caso i media che non fanno riferimento a Silvio Berlusconi hanno abboccato in massa e creato una bolla utile solo al presidente del consiglio, scoppiata poi quando il pentito ha riferito di aver sentito dire, lasciando tutti delusi anche se non sono certo le parole di Spatuzza le uniche a restituire l’immagine di un Berlusconi troppo vicino ai mafiosi.
Sicuramente più abili a destra nella gestione dei media e molto più coordinati; professionisti della comunicazione contro dilettanti; tanto che anche l’implosione della destra in Sicilia è passata completamente sotto silenzio. Magie, apparizioni, sparizioni, l’informazione nel nostro paese sembra una grande macchina per la produzione di fiction, la grande mobilitazione contro la solita influenza è l’istantanea di un sistema malato e del tutto inaffidabile. Questo Berlusconi lo sa ed è per questo che continua a fare il matto e si eccita sempre di più nella battaglia, nella quale la sua presunzione e la sua propaganda incontrano la resistenza poco convinta di uomini privi di qualità e progetti che vadano oltre il mantenimento di potere e privilegi, troppo simili al mostro e ai suoi soci per essere veramente alternativi.
in http://mazzetta.splinder.com/post/21858180/Perché+Feltri+e+Berlusconi+vi
La logica à la carte ha fatto flop
Nel difendere il famigerato Lodo Alfano, Ghedini dice che la legge è uguale per tutti, ma che non necessariamente lo è la sua applicazione. Poi cita le aggravanti soggettive che aumentano la pena, quando a commettere il reato è un funzionario pubblico, come un poliziotto o un carabiniere. Vien da pensare che la condotta di Berlusconi dovrebbe quindi essere giudicata con maggiore rigore e severità, la legge punisce più severamente quei funzionari che dovrebbero essere esempio di rettitudine, se sgarrano. Altro che sospensione dei processi, semmai per direttissima a lavare subito via qualsiasi sospetto.
Gaetano Pecorella invece ha sostenuto che il Presdelcons è “primus super pares”, cioè superiore agli altri, perché è stato eletto dal popolo.
Seguendo la logica malata per la quale il Presdelcons è al di sopra della legge perchè riceve la carica dal voto del popolo, il Lodo Alfano lo meriterebbero i sindaci e anche i presidenti delle regioni, ma non il Presidente della Repubblica e quelli delle camere, che accedono alla carica senza alcun voto popolare.
Pecorella ha quindi sottolineato con il suo intervento che il Lodo Alfano è ad personam e che il legislatore (Ghedini) ha tirato in mezzo le altre tre cariche solo per nascondere malamente l’inconfessabile intenzione di salvare il culo al suo datore di lavoro.
Ghedini ha poi aggiunto che: “Non è possibile rivestire la duplice veste di alta carica dello Stato e di imputato per esercitare appieno il proprio diritto di difesa e senza il sacrificio di una delle due”, dimenticando che in altri paesi una norma del genere non c’è e il problema non si pone, perché nessuno con la storia giudiziaria di Berlusconi riuscirebbe mai ad accedere a cariche del genere e tantomeno a conservarle per anni.
Inoltre Berlusconi negli anni di governo non si è mai presentato davanti a un giudice, la stessa ipotesi di un suo superlavoro come conseguenza dei processi è provata per falsa in partenza. Forse Ghedini intendeva dire che dovendo lui occuparsi della difesa di Berlusconi, non gli resta tempo per altre attività, ma nessuno obbliga Berlusconi a scegliere i suoi avvocati tra quelli che già sono pagati per fare i parlamentari. Ghedini ci dice che per tener sereno Berlusconi hanno dovuto cambiare la legge e che il Lodo serve a farlo governare meglio, ma quello lo avevano già capito tutti e la cosa non giustifica il privilegio che si è assicurato ordinando la stesura e il voto del Lodo Alfano, tantomeno se il Lodo offende la Costituzione.
L’avvocatura dello Stato invece ha sostenuto che senza il Lodo il Presidente del Consiglio si potrebbe anche dimettere. Come argomentazione giuridica c’entra come la cacca sui maccheroni e vien da chiedersi chi li scelga gli avvocati dello Stato, ma viene anche da pensare che grandi argomenti non ne devono aver trovati, se si sono ridotti così.
Se i giudici costituzionali bocceranno la norma, come sembrerebbe congruo con la lettera della Costituzione e nonostante alcune cene sospette facciano temere vicinanze tali da inficiare l’imparzialità di alcuni componenti della Corte, cè da augurarsi che spendano qualche parola anche per censurare questa serie di offese all’intelligenza comune e alle istituzioni democratiche.
Epilogo: La Corte boccia il Lodo perché adottato con legge ordinaria e perchè lede l’uguaglianza di tutti i cittadini garantita dall’articolo 3 della Costituzione. Berlusconi e i suoi reagiscono dando dei comunisti a tutti, dai giudici della Corte Costituzionale alla magistratura tutta, fino al Presidente della Repubblica, con il quale scatta la rissa. L’hanno presa bene, con eleganza e sobrietà, come d’abitudine.
http://mazzetta.splinder.com/post/21451498/La+logica+%C3%A0+la+carte+ha+fatto
Anche Vittorio Feltri ha il vizietto?
Sono decisamente tempi malati, ma come dice proprio il direttore de Il Giornale è giusto rendere tutto pubblico perché i lettori si rendano conto. Quella che segue è una informazione che mi è stata recapitata in forma anonima e come tale sarebbe finita nel cestino, se non fosse che proprio il direttore Feltri ha appena spiegato al paese che questo genere di documenti sono importantissimi, per capire lo spirito di certe iniziative e la qualità degli uomini che ci comandano o che si assumono il compito di insegnarci come si sta al mondo.
La missiva in originale è indirizzata a Silvio Berlusconi e alcune copie di questa sono state spedite alle redazioni Mediaset nelle settimane scorse, anche alcuni i direttori Mediaset ne dovrebbero essere al corrente.
Diversamente da Feltri, che ha pubblicato la copia di una sentenza di condanna (pubblica) del direttore di Avvenirereperirne in rete digitando “Vittorio Feltri Condannato“. Il manoscritto di accompagnamento, che per qualità e sostanza, è invece perfettamente sovrapponibile (per stile, fattura e verificabilità) a quello che Feltri NON ha pubblicato, merita di essere mostrato così che i lettori si possano fare un’idea godendo della completezza delle informazioni. Boffo, io pubblico invece la lettera manoscritta e non una sentenza di condanna di Feltri. Di quelle è facile
In casi come questi anche la forma può assumere sostanza e aiutare a valutare la fondatezza della “notizia”. Specialmente quando sfiora la calunnia. Non me ne voglia Feltri se non seguo il suo esempio, ma non potrei davvero limitarmi a riassumere il contenuto del messaggio senza rendere partecipe il lettore della forma con la quale è stato trasmesso.
Feltri probabilmente vuole conservare un po’ di mistero per quando scriverà l’articolo “Ho scherzato!” al quale accompagnerà copia della lettera e un sacco di complimenti allo stile, alla rettitudine morale e alla sportività di Boffo. Io che con Feltri non ho confidenza e nemmeno colleganze tra direttori non mi permetterei mai. Così come non mi permetto di esprimere opinioni sulla persona di Feltri e ancora meno di accusarlo di essere un presunto omosessuale che accusa un altro presunto omosessuale.
L’equivalenza però è impressionante, Feltri come Boffo è stato condannato penalmente (per aver diffamato degli uomini!) e come Boffo è stato accusato, attraverso una lettera un po’ cialtrona, di essere omosessuale.
Al lettore valutare liberamente in coscienza se, dopo tale lettura, Feltri sia da considerare più o meno omosessuale di Boffo.
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Docenti Italiani per Berlusconi
Illustre Presidente del Consiglio,
è con vero piacere che la nostra Associazione sottoscrive e promuove questo pubblico riconoscimento alla Sua inestimabile opera. La scuola italiana è da tempo piagata dallo squilibrio che negli anni ha trasformato il corpo docente in un petulante gineceo, privando alunni ed alunne del necessario esempio virile e di una mano sicura capace di accompagnare ragazzi e ragazze alla scoperta della vita.
La sovrabbondanza di personale docente femminile, figlia delle malsane idee educative propagate dai catto-comunisti e dalla canea femminista, ha trasformato le scuole del paese in un luogo nel quale si coltiva la formazione di personalità deboli ed incerte.
La figura del docente, svalutata dalla debolezza femminile, ha così perso la sua autorevolezza e la sua capacità di preparare i nostri giovani ad affrontare la vita con la sicurezza e la coscienza dei propri mezzi che deriva dal poter contare su esempi forti e non equivoci. Il dilagare dell’omosessualità nel nostro paese ne è la migliore dimostrazione, la scuola è il Cavallo di Troia attraverso il quale la debolezza di spirito, la perversione e la promiscuità sono state introdotte nelle menti dei nostri giovani, producendo ogni anno un numero sempre maggiore di italiani privi dei necessari attributi e di italiane impreparate a ricoprire il ruolo di moglie e madre con la necessaria abnegazione e il necessario rispetto dei ruoli.
Oggi, grazie al Suo esempio, possiamo legittimamente sperare in un’inversione di tendenza, che consenta finalmente ai pochi docenti rimasti di dispiegare tutto il loro potenziale educativo. Oggi grazie a Lei possiamo raccogliere il nostro coraggio e dedicarci senza paura all’educazione dei nostri ragazzi e ragazze, ricostruendo l’antico e giusto rapporto di sudditanza degli alunni verso i docenti, loro maestri di vita.
Grazie a Lei da domani non avremo più timore ad intraprendere le necessarie azioni educative, le intimidazioni femministe non ci spaventano più. Da domani potremo fieramente, e a viso aperto, dedicarci in prima persona all’educazione sessuale e sentimentale delle allieve, fornendo allo stesso tempo gli allievi del corretto modello comportamentale, ristabilendo così il rispetto delle gerarchie attraverso la sottomissione esemplare al docente.
Il paese tutto ne avrà grande giovamento, liberi da condizionamenti e dalle critiche dei moralisti rossi potremo finalmente introdurre le nostre giovani allieve ai piaceri della vita senza interferenze, fornendo loro quelle conoscenze e quelle attenzioni, rifiutate loro da genitori sempre più assenti, senza le quali sarebbero costrette ad affrontare disarmate le difficoltà della vita. Ma allo stesso tempo impedendo loro, e ai loro giovani compagni di riempirsi la testa con idee tanto confuse, quanto pericolose per la conservazione delle radici giudaico-cristiane del nostro paese e per la sua reputazione virile.
Grazie allo stimolo del Suo esempio ci siamo riuniti e abbiamo deciso che fin da subito abbandoneremo ogni residuo timore e ci butteremo anima e corpo in questa che è una vera e propria sacra missione. Non lasceremo nulla di intentato e non trascureremo una sola delle delle nostre allieve, pronti ad affrontare le eventuali reazioni di genitori degenerati a testa alta e senza vergogna, ignorandole con fierezza, come Lei ha ignorato con fierezza e grande eleganza il lamento della Sua consorte, incapace di comprendere la grande missione che Lei, in qualità di leader del paese, ha intrapreso con grande sprezzo degli ipocriti moralisti e dei rischi fisici connessi alla sua età senatoriale.
Con imperitura riconoscenza
Roma, 25 maggio 2009
Ernesto Girolimoni
Segretario Generale AIDV
(Associazione Italiana Docenti Virili)
Il ventesimo anno
Quello che é cominciato è il ventesimo anno dalla caduta del muro di Berlino e per molti versi si presenta come la chiusura di un ciclo ventennale, seguito al termine della Guerra Fredda. Fin da quel 1989 si sentì la mancanza di un nemico: all’improvviso il mostro sovietico non esisteva più e cadeva la possibilità di dirsi migliori per differenza, mettendo i governi di tutto il mondo di fronte a responsabilità nuove, ormai denudati dello schermo costituito dallo stato di necessità imposto dalla divisione del mondo in blocchi. Venti anni dopo possiamo dire che il confronto con queste nuove responsabilità sia fallito su tutta la linea e che il prossimo anno sarà il peggiore dalla fine della seconda guerra mondiale per molti paesi. Caduto il muro ci fu chi parlò di fine della storia e chi dell’avvento di un mondo di pace, progresso e benessere e ben pochi osarono obbiettare, la fine di un lungo incubo non poteva che essere accolta con favore.
In quel tempo sembrò che la dimostrata superiorità delle democrazie occidentali fosse il punto di partenza per la costruzione di un mondo nuovo, fondato su presupposti provati e ricette certe e che il tramonto delle ideologie avesse finalmente spazio ed energie che avrebbero permesso al mondo di trovare un proprio equilibrio, migliorando le condizioni di vita di ogni abitante del pianeta. Oggi è doloroso ammettere che non è stato così, anche per chi non abbia mai voluto chiudere gli occhi sugli evidenti difetti di sistemici che fin da allora si individuavano come forieri di disastro.
Il crollo dell’Unione Sovietica non si portò via solo regimi polverosi e l’ideologia del socialismo reale, ma trascinò nel baratro anche l’esercizio critico e ridusse grandemente il diritto di tribuna di quanti non fossero allineati all’unanimismo che plaudeva al vincitore dell’epico confronto. Morta l’Unione Sovietica, cominciò un periodo nel quale l’unica superpotenza rimasta assunse la guida della comunità internazionale, ma le cose non cambiarono sensibilmente. Le guerre si succedettero alle guerre per un decennio, piccole guerre che giunsero fin nel cuore dell’Europa come quella nella ex-Jugoslavia e grandi guerre che fecero milioni di vittime in Africa, come la sconosciuta Prima Guerra Mondiale Africana che sterminò un numero di congolesi approssimato per difetto ai cinque milioni.
La fine della Guerra Fredda non ha significato la fine delle guerre, ma non ha significato nemmeno il trionfo del sistema economico vincente nel confronto con quello socialista. Ben presto si capì che da allora in poi “libero mercato” avrebbe assunto il significato di mercato nel quale i soggetti più forti sono liberi di fare quello che pare loro. “Libera volpe in libero pollaio” si disse per rendere l’idea, senza aggiungere che le volpi erano troppe e troppo avide. Già verso il decimo anno dalla caduta del muro divenne chiaro a tutti che non esisteva alcuna possibilità di autoregolamentazione dei soggetti economici, niente di nuovo, ma una consapevolezza di ritorno che si estese ad una platea più amplia, destinata comunque a rimanere ancora a lungo soffocata e ignorata.
Poi venne la presidenza Bush, il vero Anticristo del capitalismo del ventesimo secolo, capace in soli otto anni di innescare numerose guerre, demolire gli Stati Uniti nell’immagine e nella carne e trascinare l’intera economia mondiale nel baratro in nome del libero mercato e di Dio. Una strana coppia, che avrebbe dovuto far riflettere anche chi era troppo impegnato a raccogliere i frutti di un illusorio benessere e di un’effimera ricchezza, ma che invece passò come una delle tante bizzarrie. Quel richiamo a Dio era invece la spia di un deficit di razionalità insito nel modello che poteva essere colmato solo evadendo nella metafisica, dove logica e ragione non valgono. Non era comunque sufficiente: all’alba del ventunesimo secolo il sistema scricchiolava già in maniera preoccupante, i suoi effetti perversi sulle vite degli umani si facevano evidenti come gli insuccessi del Fondo Monetario Internazionale e delle sue politiche, che già nel 2000 avevano devastato le economie dei paesi poveri a vantaggio delle grandi multinazionali.
Con l’undici settembre del 2001 il corso della storia subì un’accelerazione repentina, offrendo agli Stati Uniti l’opportunità di dispiegare la loro ipertrofica macchina militare, mantenuta tale e quale nonostante il tramonto della potenza sovietica. Un’occasione colta al volo con entusiasmo degno di miglior causa: finalmente si manifestava un nemico spendibile, contro il quale chiamare all’alleanza incondizionata i governati e i dubbiosi. Anche la guerra divenne allora un affare “liberista”, permettendo agli alfieri del libero mercato di quotare in borsa aziende che fondavano la loro ragione sociale e i loro profitti sulla guerra, fino ad autorizzare la privatizzazione ed esternalizzazione di gran parte della guerra stessa. Una mossa che da sola basta a illuminare la stupida malvagità di una classe dirigente che affida l’esito di una guerra a chi ha tutto l’interesse nel farla durare e nel farne lievitare i costi economici ed umani. La quotazione in borsa delle compagnie militari private (PMC o PMF), è stato il vero punto di non ritorno; il potere economico metteva le mani su quello militare esautorando di fatto ogni controllo politico e cancellando di fatto il monopolio statale sulla violenza, che a lungo era stato un pilastro delle democrazie parlamentari.
Tutto questo è accaduto senza sollevare troppe resistenze, mentre la fondamentale assenza di alternative sistemiche corrodeva dall’interno democrazie ormai indifese di fronte a chi teorizzava la fine degli stati nazionali e l’avvento di una confusa idea di governo mondiale che non si è mai capito da cosa traesse legittimità, se non dall’essere il governo dei campioni dell’economia. Senza ideologie e senza idee, senza una scala di valori che non fosse quella monetaria, senza controlli che non fossero affidati ai controllati, il sistema è corso a passi veloci verso il collasso prevedibile e previsto. Già negli anni settanta un agile libretto intitolato “I limiti dello sviluppo” aveva previsto che al rarefarsi delle risorse sarebbe aumentata la richiesta di unità di capitale per unità prodotta ed era ovvio, già da allora, che il presupposto della “crescita infinita” fosse fallace quanto pericoloso. Per ovviare all’inconveniente le oligarchie economiche non hanno trovato di meglio che creare artificialmente masse enormi di capitali privi di qualsiasi ancoraggio alla realtà, creazione resa possibile dalla velocizzazione delle transazioni finanziarie, dall’assenza di controlli e dalla costruzione di complessi castelli finanziari all’interno del quali il valore nominale si moltiplicava come per incanto.
Tanta ricchezza non è però stata diffusa, al contrario all’aumentare della ricchezza è corrisposto un suo progressivo dirottamento verso un numero sempre più ristretto di persone e soggetti economici, ad allargare la forbice della distribuzione dei redditi a livelli mai visti prima. Aiutare i ricchi a diventare più ricchi non ha prodotto altro che poveri, smentendo un altro dei pilastri della narrazione neoliberista, quello che sostiene che la concentrazione delle ricchezze favorisca l’aumento complessivo delle stesse. Oggi sappiamo che quelle ricchezze sono state bruciate da quanti erano attesi ad usarle come un magico volano ad aiutare l’arricchimento collettivo, mentre la creazione di ogni ricco è costata alla collettività la creazione di un numero molto più elevato di poveri.
Il ventesimo anno sarà quindi quello della crisi, su questo non ci sono dubbi. Una crisi economica come nessuno ha mai vissuto prima e dalla quale non ci sarà scampo. Non sarà una guerra a risolverla e non sarà un colpo di fortuna a scongiurarla, ma il peggio è che già da ora possiamo contare sul fatto che sarà gestita nella peggior maniera possibile, con grande danno per le collettività. Sembra stupido e al limite dell’inumano, se non fosse che la stupidità è propriamente umana, ma gli incaricati di rimediare alla crisi sono gli stessi che l’hanno provocata, da qui l’inevitabilità del disastro. Già i primi atti non lasciano dubbi, le montagne di denaro pubblico buttate nel calderone della crisi sono sparite nei gorghi della finanza senza lasciare traccia, andando a risarcire i colpevoli delle malversazioni piuttosto che le loro vittime.
Nel corso del ventesimo anno la voragine nei conti si amplierà inesorabilmente, nonostante le borse mondiali abbiano perso metà del loro valore negli ultimi mesi, la traiettoria verso il basso non può dirsi conclusa. Scenderanno ancora, e molto i valori immobiliari, ma sarà soprattutto la crisi del credito a fare danni. Basta un solo dato per far tremare i polsi: oltre la metà dei mutui americani hanno come unica garanzia il bene immobiliare per acquistare il quale sono stati accesi. Con il deteriorarsi delle condizioni economiche è facile intuire che se i mutuatari agiranno “razionalmente”, saranno portati a liberarsi di debiti con un valore eccedente il bene sottostante, restituendo senza altra penalità le case senza valore a banche che dovranno tagliare dai bilanci ancora cifre imponenti. Facile immaginare che la disponibilità del credito calerà ancora e che chi avrà denaro fresco lo utilizzerà per comprare a prezzo di saldo o fallimento, frustrando le speranze dei sedicenti economisti che in questi mesi si sono esercitati sul tema. Non è strano che ai fondamentalisti del mercato sfuggano dettagli del genere, nemmeno recentemente, nel bel mezzo di uno scenario che più recessivo non si può, hanno rinunciato a parlare di “stimoli alla crescita”.
Ancora meno strano è che i soldi pubblici iniettati nel sistema non siano entrati in circolo e non abbiano sortito effetti visibili: fin troppi hanno immediatamente trasformato gli aiuti pubblici, destinati a pesare in forma di debito sulle generazioni a venire, in dividendi azionari. La crisi non ha ucciso l’anelito al profitto immediato, meglio incassare subito i dividendi che impegnare quei soldi in salvataggi dall’esito incerto, così l’ampliamento del debito pubblico è servito fino ad ora solo a risarcire pochi e selezionati soggetti delle perdite che loro stessi avevano determinato giocando con il fuoco della finanza creativa.
Sembra un gioco nel quale vinceranno sempre gli stessi, con grandi danni per le collettività e per l’idea stessa di democrazia, ormai succube ovunque delle reti tessute da un’oligarchia ovunque uguale a se stessa. All’alba del ventesimo anno possiamo solo essere sicuri che questo sarà peggio del precedente, un pessimismo rafforzato dall’assoluta mancanza di alternative politiche alla crisi. Anche le più vitali democrazie occidentali sono da tempo succubi della finanza più ignorante e avida, consumate in logori bipartitismi che ricordano più la logica di una mano che lava l’altra che quella di un’alternanza virtuosa al governo. Parole come etica e morale pubblica sono ormai diventate bestemmie da “giustizialisti”, per non parlare dell’interesse pubblico.
In realtà da quel lontano 1989 la democrazia sul pianeta ha fatto solo passi indietro, basti pensare alla Russia, da anni governata dal fu KGB, al monopartitismo cinese o al pensiero unico statunitense, capace di rendere indistinguibile i repubblicani dai democratici e di escludere qualunque altro soggetto politico e gran parte dei cittadini dalla gestione della cosa pubblica. Nel nostro paese non siamo messi meglio: il bipartitismo imperfetto non ha offerto nulla di diverso e tutti gli indicatori sono in picchiata, già prima dello scoppio della crisi abbiamo raggiunto il 40% di analfabeti funzionali, un record nei paesi industrializzati del quale non andare troppo fieri, un mattone che non serve per costruirci sopra niente di buono, utile al massimo per legarselo al collo saltando nel fiume.
Il ventesimo anno sarà quindi sicuramente peggiore dei precedenti non solo perché non vi potrà avere cittadinanza l’ottimismo berlusconiano e non solo perché i terribili effetti della spaventosa crisi economica si dispiegheranno nelle loro reale virulenza in una inarrestabile spirale al ribasso. Il ventesimo anno sarà il peggiore della nostra vita perché rappresenterà la certificazione più brutale che “questo mondo non è possibile”, ma soprattutto perché questa scontata conclusione sarà inesorabilmente ignorata da chi fino ad oggi ha goduto dei guadagni impossibili offerti dal sistema impossibile. Non cambierà nulla, i media del sistema spettacolare continueranno come se niente fosse a parlare d’altro e a proteggere i veri responsabili di questo disastro epocale, non fosse che per permettere loro di recuperare qualcosa, ancora una volta ai danni delle solite masse inconsapevoli.
In mancanza di svolte significative la crisi di fiducia nelle oligarchie che si auto-perpetuano al potere continuerà però ad aumentare, il controllo sociale attraverso l’unanimismo dei media non è perfetto e non ha il potere di lenire le prevedibili sofferenze, il rifiuto della responsabilità da parte delle elite nutrirà un parallelo rifiuto di responsabilità da parte di quanti non appartengono alle elite. Una situazione potenzialmente incendiaria, che nell’anno che si chiude ha infiammato solo la Grecia, ma che di fronte all’aumento della temperatura sociale prevista nel corso di questo ventesimo anno, non autorizza nessuno a dormire sonni tranquilli .